Rolando Giambelli ospite del Lions club Desenzano Host. Il presidente dei «Beatlesiani» ha presentato anche il suo libro

Riflettori sui «Beatles» un mito che non tramonta

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Di Luca Delpozzo
Desenzano del Garda

Il Lions club Desen­zano Host pre­siedu­to da Giampao­lo Olap­pi ha orga­niz­za­to una indi­men­ti­ca­bile ser­a­ta ded­i­ca­ta al mito dei Bea­t­les con Rolan­do Giambel­li, pres­i­dente dell’Associazione beat­le­siani d’Italia, fotografo pro­fes­sion­ista, accred­i­ta­to a numerose man­i­fes­tazioni artis­tiche e cul­tur­ali, dal Fes­ti­val di San­re­mo alla Mostra del cin­e­ma di Venezia. Grande amante del­la musi­ca, Giambel­li ali­men­ta con tena­cia e sin­cera con­vinzione un mito che resiste al tem­po: i Bea­t­les. E nel rac­con­tare la fasi di ques­ta avven­tu­ra, ha trat­teggia­to le espe­rien­ze mat­u­rate intorno al macro­cos­mo dei quat­tro baronet­ti ingle­si sino al 4 otto­bre 1992, data in cui è nata l’Associazione beat­le­siani d’Italia, asso­ciati a The Bea­t­les Peo­ple Asso­ci­a­tion of Italy, ded­i­ca­ta a George Mar­tin, il pro­dut­tore dei Bea­t­les. L’associazione è sta­ta fon­da­ta a Bres­cia in con­comi­tan­za con il 30° anniver­sario del lan­cio di «Love me do», pri­mo dis­co uffi­ciale del grup­po che ha seg­na­to la sto­ria musi­cale dagli anni ’60 ad oggi. Giambel­li ha sot­to­lin­eato che, quan­do si par­la di Bea­t­les, la gente si divide tra lennon­i­ani e mec­ca­r­tiani, tra chi ama la rab­bia e il can­to aspro di John e chi invece preferisce il roman­ti­cis­mo e la dol­cez­za di Paul. Nel­la log­i­ca dei gran­di suc­ces­si la sto­ria dei Bea­t­les sem­br­erebbe riguardare solo Lennon e McCart­ney, ma a parte il grande bat­ter­ista Ringo Star, c’è anche George Har­ri­son, recen­te­mente scom­par­so, che con la sua mag­i­ca chi­tar­ra ha forte­mente influito sul quar­tet­to di Liv­er­pool nell’avvicinamento alla musi­ca di Bob Dylan, alla cul­tura indi­ana e al suono del sitar, mem­o­ra­bile in «Norve­g­ian wood». L’oratore si è anche sof­fer­ma­to sul­lo strav­a­gante «mestiere» di Lennon, sull’eleganza con­formista di Paul, sul­la fol­lia da bat­ter­ista di Ringo fino ad Har­ri­son, il bea­t­le più ele­gante, il cor­po stret­to nel­la divisa sim­il-mil­itare, a dettare una sua moda, spe­cial­mente nel peri­o­do «indi­ano». Giambel­li ha con­clu­so par­lan­do anco­ra di Har­ri­son nel­la sua ricer­ca di una vita oltre i Bea­t­les, persi­no durante il peri­o­do di mag­gior fama, e del suo entu­si­as­mo per la med­i­tazione trascen­den­tale a cementare la coscien­za col­let­ti­va dei quat­tro com­pag­ni, fino a scegliere una sua esisten­za al di fuori dell’opprimente binomio Lennon-McCart­ney. Infat­ti quan­do tut­to finì la sua vita era già seg­na­ta da prog­et­ti, inizia­tive uman­i­tarie, impeg­ni cul­tur­ali. Il più gio­vane dei Bea­t­les era ormai cresci­u­to, suon­a­va musi­ca sper­i­men­tale e super­bo rock-blues, orga­niz­zan­do anche il grande raduno in favore del Bangladesh. Giambel­li ha poi pre­sen­ta­to il suo ulti­mo libro dal tito­lo «Twin tow­ers for­ev­er», scrit­to dopo i tragi­ci avven­i­men­ti dell’11 set­tem­bre 2001 e ripor­ta in la sto­ria delle Tor­ri gemelle, costru­ite da una dit­ta ital­iana gui­da­ta da un ingeg­nere di Desen­zano. La rap­p­re­sen­tazione di due mon­di, quel­lo delle tor­ri di Man­hat­tan svet­tan­ti nel cielo con la loro super­ba bellez­za e poten­za, e quel­lo ter­ri­bile del­la loro dis­truzione a opera di un crim­i­nale atto ter­ror­is­ti­co. Un libro i cui proven­ti saran­no uti­liz­za­to per scopi umanitari.

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