Ex commissario ministeriale ai rischi ambientali difende il progetto abbandonato che oggi costerebbe mille milioni di euro. Idea del 1970: tre sbarramenti in Trentino per prevenire alluvioni

Rispolverano le dighe salvalago

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Di Luca Delpozzo
Zeno Martini

Allu­vioni, inon­dazioni e piene sono un ris­chio reale per tut­to il veronese, in par­ti­co­lare per la zona del Gar­da Bal­do e per il capolu­o­go. Con il muta­men­to delle con­dizioni mete­o­ro­logiche plan­e­tarie, Verona potrebbe vivere l’esperienza che Firen­ze e Tren­to vis­sero nel 1966 con le allu­vioni provo­cate da Arno e Adi­ge e che la stes­sa Verona conobbe nel 1882. «Con le situ­azioni idro­ge­o­logiche attuali, basterebbe che la bas­sa pres­sione insistesse su ques­ta zona per 3 o 4 giorni e già gli alvei dei cor­si d’acqua non reg­gereb­bero la por­ta­ta delle acque», ad affer­mar­lo ieri nel­la sala verde dei Palazzi Scaligeri è sta­to Gian­fran­co Dra­gogna, già docente di sis­temazioni idrauli­co fore­stali dell’ di Pado­va e oggi respon­s­abile tec­ni­co del comi­ta­to di dife­sa dei beni ambi­en­tali e architet­toni­ci Voce per l’ambiente. A sup­port­are ques­ta ipote­si, Dra­gogna cita i dati del­la piena dell’Adige del set­tem­bre 2000 e di quel­la del novem­bre scor­so. Ma un altro prob­le­ma incombe sul lago: l’apertura nel 1958 del­lo scol­ma­tore tra l’Adige e il Gar­da, la gal­le­ria Mori-Tor­bole, «la quale dovrebbe essere aper­ta solo in casi stra­or­di­nari», han­no spie­ga­to Andrea Tor­re­sani e Rober­to Gian­fre­da, pres­i­dente e seg­re­tario del comi­ta­to ambi­en­tale, «rischia di far andare sot­to acqua tut­ta la cos­ta veronese». Il per­ché è presto det­to: «Il baci­no dell’Adige va ad intac­care i baci­ni del Sar­ca-Min­cio che sono scol­le­gati tra loro», ha spie­ga­to Dra­gogna, dati alla mano. A Salionze le cinque paratie riescono a rego­lare al mas­si­mo un flus­so in usci­ta di 400 metri cubi d’acqua al sec­on­do; la gal­le­ria immette qual­cosa come 1.500 metri cubi di acqua al sec­on­do. «È un dato di fat­to che l’acqua scende ver­so il bas­so», han­no det­to Gian­fre­da e Tor­re­sani, «le soluzioni di questi prob­le­mi stan­no a monte di Verona». La pro­pos­ta avan­za­ta da Voce per l’ambiente rimette sul tavo­lo politi­co (sarà trasmes­so a Provin­cia, Regione e Par­la­men­to) un dis­eg­no data­to 1970, prog­et­ta­to dall’allora com­mis­sione inter­min­is­te­ri­ale per i rischi ambi­en­tali, che vuole real­iz­zare tre gran­di dighe. I redat­tori del prog­et­to furono Giulio De Marchi docente di idrauli­ca al Politec­ni­co di e Giulio Supino diret­tore dell’istituto di idrauli­ca di Bologna (entram­bi oggi mor­ti); deposi­tario e pro­mo­tore di quel prog­et­to è il pro­fes­sor Dra­gogna. Le dighe dovreb­bero essere real­iz­zate: la pri­ma sul fiume Rien­za a monte di Bres­sanone, altez­za di 120 metri e con­ter­rebbe 78 mil­ioni di metri cubi d’acqua; la sec­on­da a monte di Bolzano alta 85 metri, 14 mil­ioni di metri cubi d’acqua; la terza a nord di Tren­to alta 130 metri, 49 mil­ioni di metri cubi d’acqua. Cos­to dell’opera, mille mil­ioni di euro. «Fino ad oggi lo Sta­to non ha real­iz­za­to queste dighe», ha ricorda­to Dra­gogna, «e oggi che i baci­ni sono di com­pe­ten­za provin­ciale, non esiste un coor­di­na­men­to tra Provin­cie che regoli i flus­si di acqua, né gli scarichi. Così le Provin­cie di Tren­to e Bolzano, quan­do arri­va una piena, scar­i­cano sui nos­tri ter­ri­tori di tut­to, dalle immon­dizie in dis­car­i­ca ai liqua­mi accu­mu­lati che per­colano». Ma a chi spet­ta real­iz­zare queste dighe? «Occorre fare una con­cer­tazione tra tut­ti gli enti, provin­cie, regioni e sta­to», risponde Gian­fre­da, «che si accordi­no sul da far­si e ripar­tis­cano la spe­sa».

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