Non c'è la necessità d'un collegamento diretto con la cabina principale del Cretaccio: l'elettricità è immessa nella rete. L'impianto del Ponale nelle giornate di sabato e domenica era fermo

Rivani al buio, con una centrale in casa

30/09/2003 in Attualità
Di Luca Delpozzo

«Ma com’è pos­si­bile restare al buio per sei ore (lunghissime, anche se dopo s’è scop­er­to che era anda­ta decisa­mente bene) con una cen­trale elet­tri­ca fuori del­la por­ta di casa? A che cosa è servi­to che i nos­tri non­ni imbrigliassero il lago di Ledro, can­cel­lan­do di fat­to il tor­rente Ponale, se poi si rimane sen­za la luce?». Agli inter­rog­a­tivi dei rivani (almeno quel­li d’u­na cer­ta età: gli altri nul­la san­no di sto­rie vec­chie di ottan­t’an­ni) e più ha dato rispos­ta l’ingeg­n­er Guer­ri­no Pesce del­l’Enel di Trento.L’energia prodot­ta dal­la cen­trale del Ponale viene immes­sa tut­ta quan­ta nel­la rete nazionale. E’ il gestore del­la rete a decidere i pro­gram­mi di pro­duzione, in modo da garan­tire sem­pre tut­ta l’en­er­gia richi­es­ta dalle uten­ze. Quan­do aumen­ta il con­sumo, il gestore ricorre alle cosid­dette cen­trali di pun­ta (come appun­to quel­la rivana), per incre­mentare la quan­tità di elet­tric­ità disponi­bile nel­la rete. Saba­to e domeni­ca, gior­nate in cui le indus­trie sono ferme e di con­seguen­za il con­sumo diminuisce, gli impianti rivani non era­no nem­meno in fun­zione. Se nel­la rete c’è più ener­gia di quel­la che viene con­suma­ta, accade che la cen­trale del Ponale con­tribuis­ca a con­sumarne a sua vol­ta per ricari­care il lago di Ledro, pom­pan­do acqua in sali­ta, in maniera da aver­la pronta quan­do invece si ver­i­f­i­cano pic­chi nel con­sumo. L’en­er­gia elet­tri­ca non si può ten­er da parte, immagazz­i­narla per quan­do serve: bisogna pro­durla nel momen­to in cui viene uti­liz­za­ta. Si può pen­sare per analo­gia ad un enorme acque­dot­to, grande come tut­to il paese, sen­za ser­ba­toi di ris­er­va: quel che le cen­trale pro­duce viene immes­so nel­la rete, da cui le uten­ze prel­e­vano il nec­es­sario sec­on­do le pro­prie esi­gen­ze. Tec­ni­ca­mente non è impos­si­bile pen­sare ad un col­lega­men­to fra la cab­i­na prin­ci­pale del­la dis­tribuzione a Riva e la cen­trale, ma ‑per quan­to pos­sa sem­brare un’af­fer­mazione strana all’in­do­mani del black out- non se ne sente il bisog­no. Le «isole» ‑ossia agglomerati che pos­sano essere ali­men­tati in maniera autono­ma rispet­to alla rete di dis­tribuzione nazionale- si gius­ti­f­i­cano solo nel caso che la rete stes­sa, per una som­ma di motivi tec­ni­ci diver­si, non sia in gra­do di assi­cu­rare una for­ni­tu­ra sod­dis­facente. In casi del genere è pos­si­bile prevedere una specie di fonte alter­na­ti­va di ali­men­tazione, in gra­do di entrare in fun­zione quan­do occorre. Non è il caso di Riva. Il Trenti­no pro­duce all’in­cir­ca il doppio del­l’en­er­gia che con­suma. Per i rivani rimasti al buio può rap­p­re­sentare una qualche con­so­lazione il fat­to che l’en­er­gia del Ponale — come quel­la di altre cen­trali idroelet­triche in provin­cia- è servi­ta a riavviare le cen­trali che era­no andate in bloc­co e che, per rimet­ter­si a bru­cia­re petro­lio ave­vano bisog­no a loro vol­ta di elet­tric­ità: più o meno, fat­te le deb­ite pro­porzioni, come il bru­ci­a­tore d’un impianto di riscal­da­men­to che per la pro­duzione di calore dipende dal col­lega­men­to alla rete elettrica.