Il grande jazzista aveva un profondo legame col lago. Dopo l’infanzia a Villa Feltrinelli era tornato a Gargnano anche per esibirsi in concerto. Nei libri del musicista scomparso molti passaggi importanti della parabola discendente del padre

Romano Mussolini: le memorie gardesane

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Di Luca Delpozzo
Attilio Mazza

La morte di Romano Mus­soli­ni (ne par­liamo anche a pag­i­na 42) ha avu­to una vas­ta eco anche sul Gar­da bres­ciano: un’area con la quale il musicista dis­cen­dente del dit­ta­tore del ven­ten­nio ave­va un legame pro­fon­do. Lo si deduce anche leggen­do i suoi lib­ri. In par­ti­co­lare quel­li più recen­ti pub­bli­cati da Riz­zoli: «Il Duce mio padre» (2004) e «Ulti­mo atto. Le ver­ità nascoste sul­la fine del Duce» (2005). Il jazz­ista nacque nel 1927 e visse a Vil­la Fel­trinel­li di Gargnano con la famiglia durante il dram­mati­co peri­o­do del­la repub­bli­ca di Salò; e a Gargnano tornò alcune volte in tem­pi recen­ti, anche per un con­cer­to. Ai tem­pi del­la res­i­den­za garde­sana, la madre lo mise al cor­rente che per abitare Vil­la Fel­trinel­li paga­vano un canone men­sile di ottomi­la lire. L’edificio «era sig­no­rile e sorge­va a poca dis­tan­za dal lago — rac­con­ta­va il nos­tro per­son­ag­gio — dal quale lo sep­a­r­a­va un ulive­to. La fac­cia­ta era dec­o­ra­ta con mar­mi rosa e l’aspetto gen­erale era davvero sug­ges­ti­vo. Una vol­ta entrati nel­la vil­la, però, la musi­ca cam­bi­a­va: le stanze era­no molto trascu­rate e il mobilio in parte dan­neg­gia­to». Fu la madre, insieme alla servitù, a rimet­tere tut­to in ordine. «Ave­va dis­pos­to un min­uzioso piano di pulizie e rior­ga­niz­za­to le cucine, dove ogni giorno trascor­re­va almeno due ore con i capel­li rac­colti in un faz­zo­let­to e i fianchi cin­ti da un grem­bi­ule». In breve tem­po, la res­i­den­za «fu luci­da­ta a spec­chio». Durante le passeg­giate in bici­clet­ta nel par­co del­la vil­la in riva al Gar­da, il Duce si aprì con il figlio ad alcune con­fi­den­ze. Gli disse per esem­pio che i tedeschi vol­e­vano sis­temare a Salò i pro­pri col­lab­o­ra­tori «in una fila di vago­ni let­to fer­mi nel­la stazione fer­roviaria». Nel libro «Ulti­mo atto. Le ver­ità nascoste sul­la fine del Duce», Romano ha ricorda­to anche il con­cer­to jazz tenu­to a Gargnano, a poca dis­tan­za da Vil­la Fel­trinel­li oggi trasfor­ma­ta in un alber­go di lus­so, con­fes­san­do le pro­prie emozioni: «Le sen­sazioni che ho prova­to vis­i­tan­do l’edificio sono inesprim­i­bili. Mi sono anche sedu­to al pianoforte nel grande salone oggi scin­til­lante di mar­mi e adorno di tende di vel­lu­to. Com’era diver­so da quel­lo che ave­vo conosci­u­to! Mi trasmet­te­va una sor­ta di briv­i­do. Per­ché pen­sate: di tut­ti i miei famil­iari che han­no abi­ta­to qui al tem­po del­la cadu­ta del fas­cis­mo, solo io sono anco­ra vivo». Nei suoi lib­ri il musicista ha tes­ti­mo­ni­a­to anche altre sto­rie garde­sane; fra cui la relazione di suo padre con Claret­ta Petac­ci. La madre cer­cò in tut­ti i modi di scusare il mar­i­to e disse a Romano: «In tan­ti anni non ha fat­to man­care niente né a me né a voi. È sta­to un padre e un mar­i­to affet­tu­oso; e soprat­tut­to mai ha per­me­s­so che quel­la don­na venisse a con­tat­to con uno di noi». Romano com­p­rese che Claret­ta era lega­ta a suo padre «da qual­cosa di molto forte, come i ter­ri­bili avven­i­men­ti del 1945 avreb­bero dimostra­to al mon­do intero». E com­men­tò: «Quel­l’uo­mo e quel­la don­na, così soli davan­ti ad avven­i­men­ti così gran­di, mi tor­nano alla mente nelle cir­costanze più diverse. È suc­ces­so anche di recente, quan­do sono sta­to a suonare con la mia for­mazione jazz sul . Per rag­giun­gere il luo­go del con­cer­to, a Gargnano, sono pas­sato davan­ti a Vil­la Fiordal­iso, la “casa dei mor­ti” in cui Claret­ta Petac­ci si era sta­bili­ta. Quel­l’ed­i­fi­cio ha risveg­lia­to in me una serie di bru­cianti ricor­di. Mi ha ripor­ta­to alla mente l’incontro di mia madre con Claret­ta e il dram­ma solo per poco non sfo­ci­a­to in trage­dia che a esso seguì». Riv­elò anche quan­to accadde durante e dopo la ben nota sce­na­ta a Vil­la Fiordal­iso di Gar­done Riv­iera. La madre rac­con­tò: «Il sangue mi pul­sa­va nelle tem­pie, e per un atti­mo il cuore smise di bat­tere quan­do quel­la don­na entrò nel­la stan­za. Stringe­va fra le mani un faz­zo­let­to di velo, come una sciantosa, ed ebbe su di me uno stra­no effet­to. Mi sem­brò indife­sa, mi parve sim­i­le a una frag­ile pianta. Fu in quel pre­ciso momen­to, l’ho capi­to solo più tar­di, che mi las­ci­ai dis­ar­mare da lei». Poi don­na Rachele si riprese e accusò la Petac­ci di «aver mes­so al sicuro in Ger­ma­nia alcune let­tere com­pro­met­ten­ti del Duce». La gio­vane uscì dal­la stan­za e salì al piano di sopra. Quan­do ricom­parve ave­va fra le mani un fas­cio di carte e disse alla moglie del Duce: «Queste sono trentadue let­tere che vostro mar­i­to mi ha scrit­to. Io ve le con­seg­no per­chè non sono una ricat­ta­trice». Romano com­men­tò che dal­lo scon­tro la madre era usci­ta scon­fit­ta. «Sen­ti­va di aver per­so il suo uomo; comunque ave­va capi­to che nes­suno sarebbe rius­ci­to ad allon­ta­narlo da quel­la don­na». Tor­na­ta a Vil­la Fel­trinel­li di Gargnano «com­pì un gesto dis­per­a­to. Si chiuse nel­la stan­za da bag­no e, pre­sa una bot­tiglia di can­deg­gi­na, ne bevve alcu­ni sor­si». Fu una cameriera a soc­cor­rerla e a sal­var­la. In un altro suo libro, Romano Mus­soli­ni fece riv­e­lazioni defin­i­tive sul carteg­gio Churchill-Mus­soli­ni. Scrisse che quelle let­tere era­no per lo sta­tista inglese «una grossa spina nel cuore». E vol­e­va recu­per­ar­le per­chè «tutte imbe­vute di ammi­razione e di attes­ta­ti di ami­cizia» nei con­fron­ti del Duce. Un incar­ta­men­to «del quale da sessant’anni viene di tan­to in tan­to annun­ci­a­ta la ricom­parsa, pos­so dire che ques­ta è del tut­to improb­a­bile: infat­ti io stes­so bru­ci­ai buona parte di quell’epistolario. Era rimas­to nelle nos­tre mani dopo la pre­cip­i­tosa parten­za di mio padre da Gargnano, e fu pro­prio lui a rac­co­man­dar­mi di far sparire tut­to quan­to pote­va risultare com­pro­met­tente. Il carteg­gio Churchill cessò di esistere, quan­to meno nel­la sua interez­za, nell’aprile 1945».

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