150 anni fa, il 24 giugno 1859, l'esercito Franco-Piemontese sconfisse tra Brescia e Mantova le armate austriache

S. Martino, la via per l’unità d’Italia

10/06/2009 in Cultura
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Di Luca Delpozzo
Stefano Biguzzi

Tra la pri­mav­era e l’es­tate del 1849, il sole del­la lib­ertà e del­l’indipen­den­za sor­to ad illu­minare l’I­talia sem­bra­va essere defin­i­ti­va­mente tra­mon­ta­to. La dis­fat­ta delle truppe piemon­te­si a Novara, il 23 mar­zo, la cadu­ta del­la Repub­bli­ca Romana il 3 luglio e la resa di Venezia, pie­ga­ta dopo un duris­si­mo asse­dio il 28 agos­to, seg­na­vano il mesto con­clud­er­si del­l’epi­ca sta­gione di risveg­lio nazionale inau­gu­ra­ta dalle insur­rezioni del 1848. Gli even­ti che nel­l’ar­co di dod­i­ci anni con­dussero da queste scon­fitte alla nasci­ta del­lo Sta­to uni­tario mat­u­rarono attra­ver­so un com­p­lesso e talo­ra con­flit­tuale inter­a­gire di forze, ide­ali, inter­es­si e indi­vid­u­al­ità. Un inter­a­gire i cui prin­ci­pali sogget­ti politi­ci sono in estrema sin­te­si rap­p­re­sen­tati dal­la “Realpoli­tik” del Piemonte di Cavour, dagli ide­ali del­la com­pagine demo­c­ra­t­i­ca facente capo a Mazz­i­ni e Garibal­di, dai prog­et­ti ege­moni­ci di Napoleone III.Mentre tut­ti gli Sta­ti ital­iani ave­vano rin­nega­to le riforme del ’48 trin­ceran­dosi dietro ad una ster­ile restau­razione che li avrebbe can­cel­lati dal­la sto­ria, il Piemonte, uni­co ad aver man­tenu­to il nuo­vo regime cos­ti­tuzionale-par­la­mentare sanci­to dal­lo Statu­to, ave­va da subito intrapre­so un per­cor­so di mod­ern­iz­zazione isti­tuzionale ed eco­nom­i­ca con­tan­do, sal­vo bre­vi par­ente­si, sul­la gui­da sicu­ra del con­te di Cavour. La polit­i­ca estera del­lo sta­tista andò grad­ual­mente definen­dosi intorno all’o­bi­et­ti­vo di espan­dere il reg­no sabau­do scac­cian­do gli aus­triaci dal nord Italia per poi dar vita ad una fed­er­azione insieme agli altri Sta­ti ital­iani. Quan­do a metà degli anni ’50, dopo la parte­ci­pazione alla guer­ra di Crimea, il Piemonte riuscì ad entrare nel cons­es­so delle poten­ze europee, il prog­et­to di Cavour acquisì una nuo­va prospet­ti­va e si incen­trò sul ren­dere sem­pre più tan­gi­bile l’op­por­tu­nità di real­iz­zarsi con­tan­do sul­la forza mil­itare del­la Fran­cia e facen­do leva sulle sue mire espan­sion­is­tiche. Nel frat­tem­po, il movi­men­to demo­c­ra­ti­co con­tin­u­a­va a ten­er viva la fiamma ide­ale di tut­ti quegli ital­iani, nobili, borgh­e­si e popolani che rifi­u­ta­vano di ved­er­si ridot­ti a mera “espres­sione geografi­ca”. All’at­to prati­co tut­tavia, ques­ta azione riv­ela­va giorno dopo giorno il fal­li­men­to dei ten­ta­tivi eroici quan­to velleitari (Dotte­sio e Sci­esa nel 1851, i mar­tiri di Belfiore tra il ’52 e il ’55, Pisacane nel 1857) di orga­niz­zare un moto insur­rezionale in gra­do di scalzare il dominio eserci­ta­to più o meno indi­ret­ta­mente dagli Asbur­go sul­la penisola.Fu così che molti patri­oti, Garibal­di in prim­is, rup­pero con il dog­ma­tismo di Mazz­i­ni così come con quel­lo di quan­ti con­ta­vano che l’I­talia potesse anco­ra “fare da sé” e sub­or­di­narono gli ide­ali repub­bli­cani alla pri­or­ità di con­seguire l’u­nità nazionale, mostran­dosi pron­ti a com­bat­tere anche sot­to le bandiere del reg­no sabau­do per spinger­lo, se pos­si­bile, ad un impeg­no che coin­volgesse in un proces­so uni­fi­ca­tore tut­ti gli ital­iani. Il dis­eg­no di Napoleone III invece, era molto sem­plice­mente quel­lo di espan­dere ver­so l’I­talia la sfera d’in­fluen­za francese sos­tituen­dosi all’Aus­tria nel­l’ege­mo­nia sug­li Sta­ti che, stan­do ai piani di Cavour, avreb­bero dovu­to fed­er­ar­si al Piemonte; e per far questo, l’erede del bona­partismo era dis­pos­to a sfi­dare l’op­po­sizione inter­na di quan­ti temevano per i costi incon­trol­la­bili di una guer­ra, per il fat­to che l’in­de­boli­men­to del­l’Aus­tria avrebbe potu­to agevolare l’u­nifi­cazione del­la Ger­ma­nia e per le con­seguen­ze neg­a­tive che il risveg­lio nazionale ital­iano avrebbe potu­to avere sul potere tem­po­rale del pap­a­to. Prepara­ta dagli accor­di di Plom­bières, la guer­ra inizia­ta il 27 aprile 1859 rap­p­re­sen­ta il pun­to in cui tutte le linee di forza fin qui descritte si ven­nero ad inter­se­care per poi irra­di­ar­si ver­so direzioni assai lon­tane dalle attese di chi le ave­va generate.Paradossalmente infat­ti, il suc­ces­so arriso alle armi fran­co-piemon­te­si e cul­mi­na­to nel­la vit­to­riosa gior­na­ta di Solferi­no e San Mar­ti­no il 24 giug­no 1859, scav­al­cò o infranse i dis­eg­ni di Cavour e Napoleone III e, pur a prez­zo di un vis­toso com­pro­mes­so isti­tuzionale, venne altret­tan­to para­dos­salmente a coronare le aspi­razioni del sogget­to meno forte dal pun­to di vista mil­itare e diplo­mati­co, i demo­c­ra­ti­ci. L’im­preved­i­bile pie­ga assun­ta dagli even­ti si mate­ri­al­iz­zò, fin dai pri­mi giorni del con­flit­to, nelle insur­rezioni scop­pi­ate nel gran­d­u­ca­to di Toscana come nei ducati e nelle legazioni di Mas­sa, Car­rara, Par­ma, Mod­e­na, Bologna, Raven­na, For­lì, insur­rezioni segui­te dai plebisc­i­ti con i quali queste terre man­i­fes­tarono la loro volon­tà di entrare a far parte del reg­no sabau­do. Di fronte a ques­ta esca­la­tion, Napoleone III, già logo­ra­to dal­l’op­po­sizione inter­na, prese atto del fat­to che se la guer­ra fos­se con­tin­u­a­ta non si sarebbe andati ver­so l’ege­mo­nia francese in Italia, ma ver­so la nasci­ta di uno Sta­to uni­tario ital­iano. Ed è per questo che pochi giorni dopo aver infer­to un colpo deci­si­vo alle armate aus­tri­ache sui col­li di Solferi­no, l’im­per­a­tore, sen­za nep­pure avver­tire i piemon­te­si, fir­mò a Vil­lafran­ca l’armistizio tra Fran­cia e impero asbur­gi­co nel ten­ta­ti­vo, risul­ta­to poi vano, di impedire l’an­nes­sione del­l’I­talia cen­trale al reg­no sabau­do. Quan­to a Cavour, il dif­fi­cile sce­nario che si tro­vò a dover gestire sen­za sbi­lan­cia­re del­i­catis­si­mi equi­lib­ri inter­nazion­ali era ben lun­gi da quel­lo prag­mati­ca­mente prospet­ta­to alla vig­ilia del con­flit­to e ancor più com­p­lesso diver­rà di lì a nove mesi, quan­do i mille di Garibal­di scalz­er­an­no il regime bor­bon­i­co in sud Italia. Manovran­do con grande abil­ità e con con­vin­to spir­i­to patri­ot­ti­co tra l’e­si­gen­za di non atti­rare appeti­ti ed ire delle gran­di poten­ze (cru­ciale in tal sen­so la pro­tezione francese sul pap­a­to) e i tim­o­ri per le con­seguen­ze incon­trol­la­bili del­l’ir­ruen­za garibal­d­ina sug­li asset­ti interni ed inter­nazion­ali, lo sta­tista piemon­tese riuscì comunque a preser­vare il frag­ile organ­is­mo nazionale venu­tosi in qualche modo a cos­ti­tuire por­tan­do­lo indenne, il 17 mar­zo del 1861, alla procla­mazione del­l’. Di fronte a queste vicende, la ten­tazione di guardare alla sto­ria come ad una dis­or­di­na­ta ed impreved­i­bile accoz­za­glia di azioni e reazioni rego­late da un’aleato­ria casu­al­ità è com­pren­si­bil­mente forte, ma non si deve ced­er­le. In realtà, lun­gi da qual­si­asi agiografia d’oc­ca­sione, quel­la che il Risorg­i­men­to ci offre ancor oggi, a 150 anni di dis­tan­za, è una visione ben più pos­i­ti­va e “pro­gres­si­va” dal­la quale emerge con nitore come l’aspi­razione alla lib­ertà sia una forza di fronte alla quale né le aride alchimie del­la diplo­mazia né la pre­poten­za di con­fi­ni imposti con sol­dati e gen­dar­mi pos­sono alcunché.E il Risorg­i­men­to, non dimen­tichi­amo­lo, fu pri­ma di tut­to e soprat­tut­to aspi­razione di un popo­lo alla lib­ertà di autode­ter­mi­nar­si; quel­la lib­ertà che è il pre­sup­pos­to essen­ziale del­la democrazia e del­la gius­tizia sociale e che dopo esser­si final­mente affer­ma­ta attra­ver­so lunghe lotte, san­guinosi sac­ri­fi­ci e tan­ti, trop­pi campi di battaglia, garan­tisce all’Eu­ropa di oggi un futuro di pace e fratel­lan­za.

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