Lo storico edificio abbandonato da anni verrà messo all’asta domani a Roma

Salò, per l’ex Casa del fascio la vita riprende con un’asta

17/09/2003 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

Domani mat­ti­na, in un palaz­zo romano di viale di Vil­la Mas­si­mo 47 si svol­gerà l’asta del­la ex «Casa del fas­cio» di Salò: una pro­pri­età del Demanio vin­co­la­ta dal pun­to di vista stori­co e artis­ti­co. Abban­do­na­to da anni, l’edificio si com­pone di due negozi al piano ter­ra e di 10 appar­ta­men­ti in quel­li supe­ri­ori. La super­fi­cie totale è di 1.250 metri quadri, con una ter­raz­za di 50 sul tet­to. Il val­ore base? Un mil­ione e 700 mila euro. Ieri scade­va il ter­mine per l’invio delle domande alla Soci­età car­to­lar­iz­zazione immo­bili pub­bli­ci (Scip srl): bisog­na­va ver­sare una cauzione o dare una garanzia pari al 10 per cen­to, dichiaran­do di avere pre­so conoscen­za di tut­ti i doc­u­men­ti disponi­bili (ammin­is­tra­tivi, tec­ni­ci, cat­a­stali, ecc.) e, in caso di aggiu­di­cazione, di accettare inte­gral­mente la situ­azione edilizia e urban­is­ti­ca in essere. La stip­u­la del con­trat­to di com­praven­di­ta e il paga­men­to inte­grale del prez­zo di ogni sta­bile, poi, devono avvenire entro 40 giorni. L’ex Casa del fas­cio si tro­va sul lun­go­la­go di Salò, tra il bar gela­te­ria Italia e il calza­tu­rifi­cio Guat­ta. Ma c’è un ingres­so anche dal­la cen­tralis­si­ma via San Car­lo. Alcu­ni sosten­gono che il fab­bri­ca­to abbia orig­i­ni set­te­cen­tesche. Nel peri­o­do 43–45, ai tem­pi del­la Rsi, ospitò la guardia di Ben­i­to Mus­soli­ni agli ordi­ni del con­sole del­la milizia, For­tu­na­to Albonet­ti. Dopo la guer­ra diven­tò «Casa del popo­lo», ma i locali furono uti­liz­za­ti da parec­chie asso­ci­azioni, che paga­vano affit­ti mod­esti: il Club alpino ital­iano, le sezioni del Pci e del Psi, l’Udi, l’Ufficio provin­ciale del lavoro, il grup­po muti­lati e inva­li­di, il Sunia (sin­da­ca­to degli inquili­ni), l’Arma aero­nau­ti­ca. C’era pure qualche famiglia, e al piano ter­ra il bar dell’Arci. Nell’83 l’Ufficio tec­ni­co erar­i­ale effet­tuò un sopral­lu­o­go, ril­e­van­do come le pro­fonde fes­sure nel muro (causate dal ter­re­mo­to del 1901, che provocò gravi dan­ni in molte local­ità del medio-alto Gar­da) indi­cas­sero «una prob­a­bile ten­den­za dell’edificio ad aprir­si, per lo scivola­men­to tipi­co del­la zona, l’indebolimento delle fon­dazioni, costru­ite su ter­reno acquitri­noso, e la pre­ca­ri­età delle strut­ture por­tan­ti oriz­zon­tali, che non eserci­tano più fun­zioni di irrigidi­men­to. Da tut­to ciò emerge uno sta­to di peri­co­lo non più sot­to­va­l­utabile». Dopo una pri­ma ordi­nan­za, rimas­ta let­tera mor­ta, l’allora sin­da­co Ric­car­do Mar­chioro ne emise una sec­on­da (1987), invi­tan­do a sgomber­are. Pci e Arci fecero oppo­sizione al Tar, soste­nen­do che man­ca­va una pre­cisa per­izia tec­ni­ca («l’Intendenza di finan­za ha fret­ta di cac­cia­re gli inquili­ni per dis­porre comoda­mente dell’immobile»), poi affi­da­ta all’ingegner Sil­ve­stro Fai­ni, che reg­istrò «nuove e ril­e­van­ti lesioni, col peg­gio­ra­men­to del­la situ­azione di equi­lib­rio com­p­lessi­vo». Gli scavi delle fog­na­ture, la posa del col­let­tore del con­sorzio per il dis­in­quina­men­to delle acque del lago, i lavori di ristrut­turazione mai ese­gui­ti e, soprat­tut­to, la scarsa con­sis­ten­za delle fon­da­men­ta accen­tu­arono il fenom­e­no, met­ten­do il dito sul­la pia­ga. E alla fine le varie asso­ci­azioni dovet­tero trasferir­si altrove. Nell’88 il Genio civile ha ese­gui­to le opere di con­sol­i­da­men­to. Suc­ces­si­va­mente lo Sta­to ha offer­to l’immobile al Comune per un mil­iar­do di vec­chie lire, col vin­co­lo del­la des­ti­nazione pub­bli­ca per almeno vent’anni. Rispos­ta neg­a­ti­va. Il Munici­pio non ritene­va di pot­er­si impeg­nare per una cifra sim­i­le, vista la situ­azione di cas­sa e il fat­to di possedere altri immo­bili da sis­temare. Così, nell’autunno ’92, il min­is­tero del Tesoro incluse la Casa del fas­cio nell’elenco dei beni da met­tere sul mer­ca­to. «Qualche anno fa — ricor­da Nico­la Scot­ti, asses­sore al Bilan­cio — abbi­amo trat­ta­to con la per vedere se era­no dis­posti a dar­ci l’edificio. Noi, in cam­bio, avrem­mo cedu­to l’ex macel­lo di via Rive. Ma non se ne è fat­to nul­la. Lo Sta­to, infat­ti, vol­e­va mon­e­tiz­zare». In questi giorni, molti impren­di­tori han­no vis­i­ta­to l’edificio, che deve essere sot­to­pos­to a un dras­ti­co inter­ven­to di ristrutturazione.

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