La Sirmione-Malcesine a bordo del Verona sospesa fino alla prossima stagione turistica. La traversata scorre pigra e suggestiva lungo la costa bresciana con scorci inediti su golfi e ville liberty

Salpa l’ultima crociera dell’estate

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Di Luca Delpozzo
Danilo Castellarin

Ulti­ma crociera sul lago. Se l’estate è sta­ta avara di vacanze, se avete evi­ta­to un banale fer­ragos­to ai Caraibi, scar­ta­to Cuba, sbadiglia­to davan­ti ai depli­ant di San­to Domin­go e del Mar Rosso, ten­ten­na­to sul­la Gre­cia per­ché ormai ci van­no tut­ti, insom­ma se non vi siete con­ces­si nem­meno due set­ti­mane a Ric­cione, allo­ra potreste pren­dervi una breve vacan­za, qualche ora appe­na, nav­i­gan­do su un bat­tel­lo semi­vuo­to che costeggia il lago vici­no a casa. L’ultima occa­sione per chi ama sco­prire dall’acqua le mer­av­iglie che pun­teggiano la cos­ta veronese e bres­ciana è alle dieci e ven­ti di ques­ta mat­ti­na al por­to di Sirmione. Poi la ver­rà sospe­sa fino alla pri­mav­era del 2001. Da Sirmione par­tirà il bat­tel­lo Verona alla vol­ta di Mal­ce­sine, per­la del Gar­da, seguen­do però una rot­ta a ritroso, una trat­ta come la chia­mano i coman­dan­ti vesti­ti nell’impeccabile divisa blu notte del­la , che risalirà il lago toc­can­do local­ità pit­toresche e sug­ges­tive, cariche di sto­ria e ricor­di. Pochi giorni fa, per la «pro­va qual­ità» del cro­nista da rac­con­tare ai let­tori, all’imbarcadero c’erano tre passeg­geri appe­na. Due ingle­si, padre e figlio, giac­ca di ren­na e pan­taloni scozze­si, e un’attempata sig­no­ra tedesca in com­ple­to Armani e lev­riero a guin­za­glio. Sem­bra­va di essere al Lido di Venezia. Sul por­to, arrampi­ca­to sull’ulivo comu­nale, un omi­no rac­coglie­va olive ver­di get­tan­dole nel­la sac­ca di pelle d’asina ser­ra­ta alla cin­to­la. E rac­con­ta­va quan­do, nel dopoguer­ra, quei frut­ti bisog­na­va con­tender­seli all’alba. Un colpo sec­co per lan­cia­re la passerel­la metal­li­ca sul­la prua, e poi via, sig­nori si parte. Il lago è come l’olio, mor­bido e com­pat­to, nem­meno un’increspatura, dif­fi­cile dis­tinguer­lo dal cielo, il sole un’ombra gial­la. La nav­igazione è grade­v­ole, quan­to ai pun­ti d’osservazione c’è solo l’imbarazzo del­la scelta per ammi­rare tut­to ciò che è preclu­so dalle strade, pri­gioni d’asfalto dalle quali è impos­si­bile vedere i prati ver­di delle ville che degradano sul lago, le fac­ciate delle case lib­er­ty, i golf esclu­sivi. Sul bat­tel­lo deser­to, ci si può sedere a prua, nel salone inter­no, sul ponte supe­ri­ore o sulle scalette a pop­pa e perdere lo sguar­do fra le onde e la bandiera che sven­to­la. Intorno nes­sun rumore a infas­tidire la vista, tut­to è sfu­ma­to. Né musi­ca, né schia­mazzi, nep­pure le folate di Nivea che i tedeschi ado­ra­no per lenire le scot­tature estive. La pri­ma sos­ta è Portese, dopo appe­na mezz’ora. I tem­pi dell’attracco sono lenti. Il coman­dante stac­ca i motori un paio di minu­ti pri­ma e las­cia che il piroscafo qua­si si ada­gi sul por­to, con dol­cez­za. Sul molo lo aspet­ta una mari­nara che allun­ga la passerel­la. Ma anche se i due passeg­geri tedeschi sono sal­i­ti da un pez­zo, le chi­ac­chiere fra col­leghi con­tin­u­ano, sen­za l’ansia dei mesi estivi. Per­ché a bor­do nes­sun tur­ista vuole arrivare in tem­po: in otto­bre inoltra­to chi sale sul bat­tel­lo lo fa per puro dilet­to, per guardar­si intorno, per cullar­si in questo lago d’autunno che ammor­bidisce tut­to, con i col­ori che diven­tano sfu­ma­ture, i rumori echi, gli odori pro­fu­mi. Nel gol­fo di Salò inizia la sfi­la­ta degli alberghi di lus­so che, visti dal lago, sono anco­ra più impo­nen­ti e pres­ti­giosi. Han­no i nomi alti­so­nan­ti che fan­no un po’ sor­rid­ere con quel­la loro voglia mat­ta di fare colpo e al tem­po stes­so pren­dere le dis­tanze dal­la medi­oc­rità: pote­vano bastare il Metro­pole di Sirmione, il Savoy e il Grand Hotel di Gar­done? Forse sì. Sirmione ha alza­to il tiro sceglien­do un nome ancor più esclu­si­vo il Golf e Suisse . Come dire: il nos­tro cliente tipo è svizze­ro e pure gio­ca­tore di golf, il mas­si­mo del­la sim­pa­tia. Intan­to il viag­gio pros­egue e un altopar­lante avverte che a bor­do, su ques­ta Andrea Doria caserec­cia, si può anche pran­zare, con preno­tazione entro le 11. Sui moli allun­gati nel lago spic­cano cartel­li per indi­care il paese. Li legge a voce alta la tedesca col lev­riero sbaglian­do ogni vol­ta l’accento, così Salò diven­ta Saa­lo, Gar­done Gàd­done e Gargnano Gàrgano, vaglielo a dire che non siamo in Puglia. Ma ecco un altro bat­tel­lo. E allo­ra ecco il gala­teo gen­tile dei coman­dan­ti che si lan­ciano un cen­no di salu­to con un colpet­to di sire­na, di tol­da in tol­da, appe­na appe­na, un ciao mari­naro qua­si sot­tovoce per non far trop­po rumore. A Mader­no scen­dono fino al lago centi­na­ia di cipres­si ver­di, sem­bra­no lunghe dita che cer­cano una fede nuziale. A Gargnano, nel por­tic­ci­o­lo ritaglia­to sot­to la mon­tagna, timi­di aran­ci anco­ra ver­di cer­cano di mat­u­rare in questo lido avaro di sole. Poi il bat­tel­lo vira con deci­sione, las­cia la mon­tagna imper­via e pun­ta ver­so il largo, direzione Mal­ce­sine. E ogni vol­ta che si las­cia un por­to, anche se la sos­ta suc­ces­si­va sarà dopo pochi minu­ti, al mas­si­mo tre quar­ti d’ora, dalle ter­razze degli alberghi, dalle pan­chine ver­di, dalle passeg­giate dei lun­go­la­go, le anziane sig­nore lan­ciano salu­ti e sor­risi, qua­si fos­se la Queen Eliz­a­beth che sfi­da l’Atlantico. Ma che impor­ta? Non è forse la fan­ta­sia, ciò che si vede anche se non c’è, a regalare le emozioni più intense e pro­fonde? Ora la rot­ta sale ver­so l’alto lago, con la prua del piroscafo che pun­ta decisa ver­so Mal­ce­sine. L’arrivo è pre­vis­to poco pri­ma delle 13. E pun­tuale come un cronometro il bat­tel­lo attrac­ca davan­ti alla piaz­za di vec­chi ole­an­dri, pianti­celle antiche diven­tate alberi. Ci sono due ore e mez­za di sos­ta pri­ma di ripar­tire, con lo stes­so bat­tel­lo, fino al pun­to di parten­za. Quan­to bas­ta per passeg­gia­re nel­la sug­ges­ti­va cor­nice del­la per­la del Gar­da, con i suoi vico­let­ti che sem­bra­no caru­gi gen­ovesi oppure spinger­si fino in Val di Sog­no, o vis­itare il castel­lo e ripen­sare a quel­lo che scrive­va Goethe, nell’autunno del 1786: «Quan­to vor­rei che i miei ami­ci fos­sero per un atti­mo accan­to a me e potessero godere del­la vista che mi sta dinanzi! Stasera avrei potu­to rag­giun­gere Verona ma mi sarei fat­to sfug­gire una mer­av­iglia del­la natu­ra, uno spet­ta­co­lo incan­tev­ole, il ». Dani­lo Castellarin

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