«Dei luoghi "belli" d’Italia, Sirmione era l’unico che non conoscessi. Tante volte vi ero passata accanto, percorrendo la strada che va da Brescia a Verona, lungo il lago di Garda

Salvator Gota racconta Sirmione

10/05/2000 in Storia
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Di Luca Delpozzo
Danilo Tamagnini

«Dei luoghi “bel­li” d’Italia, Sirmione era l’unico che non conosces­si. Tante volte vi ero pas­sa­ta accan­to, per­cor­ren­do la stra­da che va da Bres­cia a Verona, lun­go il ; ave­vo intrave­du­to, pas­san­do, la lin­gua di ter­ra che tra Desen­zano e Peschiera si allun­ga nel lago, conosce­vo di fama e anche per ricor­di let­ter­ari la Penin­su­larum Sirmio… can­ta­ta da Cat­ul­lo…». È l’inizio di un capi­to­lo — a rac­con­tare è la pro­tag­o­nista — qua­si all’inizio di «Due donne a Sirmione», libro che uscì in duplice edi­zione mon­dado­ri­ana: nel ’60 e nel ’61. Dell’autore, si legge nel ris­volto di cop­er­ti­na: …è forse lo scrit­tore che gode di più larga fama tra i viven­ti scrit­tori ital­iani… Forse. Non conoscer­lo era qua­si impos­si­bile. Oggi però, pro­nun­cian­done il nome, la gente inar­ca la boc­ca scriven­dosi in fac­cia un can­di­do «mai sen­ti­to nom­inare». Eppure Sal­va­tor Got­ta, man­ca­to vent’anni fa, un pos­to nel­la let­ter­atu­ra del ’900 lo detiene e ora, ecco la notizia, ci si sta moven­do (redazioni e salot­ti «giusti») per toglier­gli la pol­vere piovu­tagli addos­so. Si ril­e­va che, recu­per­a­to alla grande Gio­van­ni­no Guareschi, è tem­po di occu­par­si di Got­ta, Fabio Tombari, Guelfo Civini­ni, Alfre­do Panzi­ni. Meglio tar­di che mai. Qual­cuno cer­to li ricor­da per loro pagine lette sulle antolo­gie sco­las­tiche e altret­tan­to sicu­ra­mente Got­ta fu il più popo­lare. Cele­ber­ri­ma la sua «Saga dei Vela», che veni­va con­sid­er­a­ta la «nos­tra» «Via col ven­to», e, tra i ragazzi, «Il pic­co­lo alpino» appar­so nel ’26 e dal quale venne trat­to l’omonimo film, pro­tag­o­nista Cesari­no Bar­bet­ti che nel­la vita non ha poi fat­to l’attore ma il doppi­a­tore. Sul grande scher­mo Got­ta ci arrivò anche con una sua com­me­dia, «La damigel­la di Bard» (1936), con inter­prete Emma Gra­mat­i­ca. Quel film di tan­to in tan­to viene ripro­pos­to in tv. I soli titoli delle opere gotiane, elen­cati, si portereb­bero via lo spazio ris­er­va­to all’articolo. Scrisse inoltre almeno 300 nov­el­le e non si sa quan­ti elze­viri gior­nal­is­ti­ci. «Due donne», rite­ni­amo, fu una delle sue ultime fatiche tra le quali, defin­i­ti­va, dovrebbe essere con­sid­er­a­ta «Vec­chio Piemonte». In quel­la regione, a Mon­tal­to Dora, era nato nel 1887, figlio di una famiglia opi­ma A Tori­no si era lau­re­ato in legge e in let­tere e dal­la fu real cit­tà era mosso, pri­ma anco­ra di con­quistare quel­lo che veni­va con­sid­er­a­to «il fatidi­co pez­zo di car­ta», cioè il diplo­ma uni­ver­si­tario, alla con­quista delle case editri­ci. Vin­cen­do su tut­to il fronte e man­te­nen­dosi in sel­la nonos­tante le tem­perie politiche.C’è chi lo leg­gerebbe volen­tieri e ne sarem­mo lieti. Di qui un plau­so a quan­ti ne aus­pi­cano il ritorno in libre­ria dal quale è sta­to scac­cia­to da cer­ta crit­i­ca ide­o­log­i­ca che vol­e­va far pos­to ai pro­pri idoli (oper­azione rius­ci­ta). Got­ta, a quel tem­po era pres­i­dente dell’Azienda di sog­giorno di Portofi­no, tra il ’50 e il ’60 in set­tem­bre si trasferi­va a Sirmione. Una vacan­za per lui e per la con­sorte (pic­co­la e silen­ziosa). Tur­ista che ama­va ten­er­si nell’ombra (uno stile oggi tra­mon­ta­to, ma quan­to dura la noto­ri­età di chi tiene la rib­al­ta?), rag­giunge­va Desen­zano in tas­si per assis­tere — accolto dal sin­da­co, un gran galan­tuo­mo: l’avvocato Lai­ni, e dai respon­s­abili del tur­is­mo cit­tadi­no, il dot­tor Gior­gio Fos­chi­ni e la seg­re­taria Auro­ra Perich — alle man­i­fes­tazioni pre­an­nun­ci­ate alla Spi­ag­gia d’oro. L’idea del libro cat­ul­liano, che non è cer­to tra i suoi migliori, gli venne sicu­ra­mente in quel peri­o­do e gli con­sen­tì di dar lus­tro, inser­i­ti nei var­ie­gati panora­mi lacus­tri, a per­son­ag­gi che conobbe (e che conoscem­mo). Uno per tut­ti: il moto­scafista Can­di­do, cita­to più volte e descrit­to con un par­ti­co­lare, la «sigaret­ta infi­la­ta nel lun­go bocchi­no», che aiu­ta la memo­ria a rived­er­lo. Su queste colonne, poiché all’aspetto pare­va un sud­di­to spic­ci­ca­to di Elis­a­bet­ta II, lo salu­tam­mo come «il Com­modoro». Adesso ci sem­bra di ricor­dar­lo anche somigliante a un aus­tri­a­co. Tar­di per ricev­erne da lui la grat­i­fi­cazione di un con­quidente sor­riso. Comunque non per trib­u­tar­gli un ricor­do affet­tu­oso, propizia­to appun­to dai proposi­ti di chi let­ter­ari­a­mente con­ta e vuole dare agli ital­iani delle ultime leve il piacere di leg­gere il già idol­a­tra­to (sic tran­sit…) Sal­va­tor Gotta.

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