I tedeschi minarono la polveriera e fuggirono innescando il detonatore: solo l’intervento di Marcello Zanetti evitò l’esplosione. Nei bunker 9mila quintali di tritolo: il racconto di quei tragici giorni

Salvò Rivoli dalla distruzione

25/04/2006 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Camilla Madinelli

Novemi­la quin­tali. Ques­ta la quan­tità di tri­to­lo che si trova­va alla polver­iera con i tedeschi in fuga nei giorni del­la riti­ra­ta, quei giorni vici­ni al 25 aprile che nei pae­si seg­narono spes­so momen­ti di dolore e lut­to. Con una tale quan­tità di tri­to­lo a due pas­si dal cen­tro stori­co, tut­ta Riv­o­li pote­va saltare in aria. E i tedeschi lo sape­vano. Pri­ma di abban­donare le case, le cor­ti, le ville che ave­vano occu­pa­to per mesi e mesi las­cia­rono un ter­ri­bile pac­co rega­lo per la comu­nità: una cas­set­ta con un det­o­na­tore, legati al can­cel­lo d’ingresso con uno spa­go lun­go cir­ca 80 metri. A fare la guardia dell’edificio c’erano però alcu­ni riv­o­le­si che abita­vano lì vici­no, Mar­cel­lo Zanet­ti e Ange­lo Pina­monte. Fu gra­zie a Zanet­ti che Riv­o­li si salvò, quel giorno in cui saltò anche il ponte di Canale e il bot­to si sen­tì fin giù nei rifu­gi dove la gente si era nascos­ta, speran­do che fos­se l’ultima vol­ta. Di pon­ti, for­ti e polver­iere ne saltarono in aria, in quei giorni. Alla Sega di Cavaion, a Cor­rub­bio in Valpo­li­cel­la, ad Avesa, por­tan­dosi dietro un cari­co di mor­ti. A Riv­o­li non suc­cesse nul­la di tut­to questo. Zanet­ti capì subito cosa sig­nifi­ca­va quel­la cas­set­ta. Il figlio Mario ricor­da che si pre­cip­itò a casa urlan­do «I ha minà la polver­iera». Cer­cò in tut­ti i modi di stac­care il det­o­na­tore e ci riuscì. Mario Zanet­ti, nato nel 1931, pri­mo di sette figli, allo­ra era quat­tordi­cenne e per un anno soltan­to non fu tra quel­li chia­mati al fronte a com­bat­tere. Ricor­da per­fet­ta­mente la sera che saltò il ponte di Canale: «Era lo stes­so giorno in cui sarebbe potu­ta esplodere anche la polver­iera», affer­ma. «A mez­zan­otte erava­mo nel rifu­gio e sen­tim­mo un gran rumore che risuon­a­va forte nel­la val­la­ta. Al mat­ti­no il ponte non c’era più, solo un cumu­lo di mac­erie». Il cli­ma che si res­pi­ra­va in paese era pesante. I tedeschi sape­vano che ormai non c’era più nul­la da fare e si com­por­ta­vano con la crudeltà det­ta­ta dal­la dis­per­azione. Mar­cel­lo Zanet­ti già qualche giorno pri­ma del­la man­ca­ta esplo­sione era rius­ci­to a sfug­gire ai mil­i­tari che vol­e­vano far­lo fuori. «Mia madre ave­va tolto una ruo­ta a un car­ro per­ché non potessero usar­lo», ricor­da Zanet­ti. «Accor­tisi del fat­to, pun­tarono il mitra su mio padre e gli chiesero da man­gia­re; lui li con­dusse in can­ti­na e lì, men­tre loro man­gia­vano e beve­vano, scap­pò. Lo inseguirono, ma non lo pre­sero. Per due not­ti dor­mì appol­la­ia­to su un pig­no e per due giorni rimase nascos­to in una “quara” di fru­men­to». Una trage­dia per tre famiglie e tut­ta la comu­nità riv­o­lese si con­sumò invece in local­ità Zuane. Il giorno del­la Lib­er­azione era vici­no. Tre mil­i­tari tedeschi arrivarono con la camionet­ta pro­prio alle Zuane; con loro ave­vano due pri­gion­ieri, Giuseppe Acer­bi e Sil­vio Alipran­di, e li sta­vano por­tan­do al mon­u­men­to di Napoleone per gius­tiziar­li. Arrivati alla stor­i­ca oste­ria Dal­la Rosa e all’abitazione di Ren­zo Vil­la, sce­sero dal­la camionet­ta, aprirono un pic­co­lo can­cel­lo ed entrarono nel cor­tile di una casa: lì fred­darono sen­za un atti­mo di esi­tazione due per­sone che chi­ac­chier­a­vano, Alber­to Mod­e­na e Giuseppe Verone­si. «Pri­ma spararono un colpo con­tro Verone­si, che si accas­ciò a ter­ra, mor­to, poi toc­cò a mio suo­cero», ricor­da Vil­la. «Ten­tai di soc­cor­rerlo, ma fu tut­to inutile: non riuscii a sen­tire che il suo ulti­mo respiro. Tra il pan­i­co del­la gente, i mil­i­tari salirono nuo­va­mente sul loro mez­zo e si diressero al mon­u­men­to ver­so Canale. In un cam­po vici­no alla guglia, dove era­no già cadu­ti tan­ti sol­dati france­si al tem­po del­la battaglia di Riv­o­li vin­ta da Bona­parte, ai pri­gion­ieri furono fat­te togliere le scarpe. «Acer­bi las­ciò vedo­va una gio­vane moglie inc­in­ta del sec­on­do figlio; Alipran­di invece, il più gio­vane dei due, si salvò. La pal­lot­to­la con­fic­ca­ta in pan­cia non lese organi vitali e lui tenne duro fino all’arrivo dei vici­ni a soc­cor­rerlo. All’alba del­la Lib­er­azione alle Zuane morirono in tre e la stes­sa trag­i­ca fine fece anche Igi­no Dei Miche­li, che il 27 aprile uscì nei campi in local­ità Tes­sari e non tornò più a casa. I tedeschi in riti­ra­ta gli spararono e poi get­tarono il suo cor­po nell’Adige; la salma riaf­fiorò solo 30 giorni dopo a Bus­solen­go, impigli­a­ta in uno dei muli­ni ad acqua che allo­ra costella­vano il fiume.