La fiera di San Michel ha concluso anche quest’anno la stagione dell’alpeggio sul Baldo

San Michel premia le migliori mucche ma il latte non paga

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Di Luca Delpozzo
San Zeno di Montagna

La fiera di San Michel ha con­clu­so anche quest’anno la sta­gione dell’alpeggio sul Bal­do. La man­i­fes­tazione si è svol­ta domeni­ca nel­la local­ità Palazz­i­na, a Pra­da di San Zeno di Mon­tagna. E come ogni anno si è tenu­ta anche una mostra mer­ca­to di muc­che del­la raz­za bruna ital­iana e frisona ital­iana: 161 i capi che sono sta­ti esposti, 18 le aziende agri­cole che han­no parte­ci­pa­to. Per le manze di raz­za Bruna, al pri­mo pos­to si è clas­si­fi­ca­ta l’azienda agri­co­la di Ugo Con­fi­ni, men­tre per le vac­che quel­la di Simone Cam­pa­nari che si è aggiu­di­ca­to il tro­feo, un cam­panac­cio, anche per le vac­che Frisona ital­iana. Invece per le manze Frisona ha vin­to l’azienda agri­co­la Savi­no Cam­pa­nari e fratel­li. «La cosa che colpisce di più è l’entusiasmo dei gio­vani all­e­va­tori che fan­no sfi­lare gli ani­mali nel ring», dice Adri­ano Bosco, diret­tore dell’Apa Verona. «E pro­prio per incen­ti­vare questi all­e­va­tori la nos­tra asso­ci­azione orga­niz­za cor­si di for­mazione pro­fes­sion­ale che quest’anno com­in­cer­an­no a fine otto­bre. Infat­ti siamo con­vin­ti che per oper­are nel­la zootec­ni­ca mon­tana ser­va mol­ta pro­fes­sion­al­ità sia nel­la scelta degli ani­mali che nel­la ges­tione del­la stal­la. Un sis­tema che per­me­tte di ottenere pro­duzioni di qual­ità che pos­sono essere val­oriz­zate come è avvenu­to nel caso degli all­e­va­tori il lat­te del cui bes­ti­ame è sta­to recen­te­mente usato per pro­durre il pri­mo Monte veronese con lat­te di raz­za bruna». L’Apa di Verona, con il patrocinio dell’assessorato all’agricoltura del­la Provin­cia e del­la Cam­era di Com­mer­cio, ha coor­di­na­to l’organizzazione tec­ni­ca del­la mostra men­tre la Fes­ta di San Michel è sta­ta orga­niz­za­ta dal Comune di San Zeno di Mon­tagna. Sot­to il ten­done dove si sono svolte le pre­mi­azioni quest’anno è sta­ta anche pre­dis­pos­ta una mostra fotografi­ca con immag­i­ni del «far San Michel» real­iz­zate da Raf­fael­lo Boni. «Un modo per ricor­dare ques­ta fes­ta di fine alpeg­gio che qui con­ser­va anco­ra i carat­teri del fol­clore», spie­gano gli orga­niz­za­tori. Un’opinione con­di­visa anche dai giu­di­ci che sovrin­ten­dono all’esposizione del bes­ti­ame. «Altrove gli ani­mali pri­ma dell’esposizione subis­cono un vero e pro­prio dres­sage , ven­gono lavati asci­u­gati e tosati in modo da evi­den­ziare i pre­gi mor­fo­fun­zion­ali, ven­gono anche istru­iti a cam­minare in maniera adegua­ta e a stare in pos­tu­ra e gli accom­pa­g­na­tori indos­sano una specie di divisa», spie­ga Car­lo Ada­mi, giu­dice per la Bruna ital­iana. «Qui pas­sano diret­ta­mente dal pas­co­lo al ring, tipi­co del­la fiera di San Michel che ha man­tenu­to la sua carat­ter­is­ti­ca orig­i­nar­ia, essere cioè un momen­to di incon­tro e con­fron­to fra all­e­va­tori. Oggi però anche l’aspetto tec­ni­co va pre­so in con­sid­er­azione e mag­gior­mente cura­to se si vuole pro­gredire nel miglio­ra­men­to geneti­co del­la raz­za». Un’opinione con­di­visa anche dall’altro giu­dice, Mas­si­mo Brun, che ha sti­la­to la clas­si­fi­ca per la Frisona ital­iana. «Sta­bilire che un deter­mi­na­to ani­male è il vinci­tore, il pri­mo del­la clas­si­fi­ca, sig­nifi­ca fornire agli all­e­va­tori delle indi­cazioni pre­cise su come deve svilup­par­si la raz­za e quin­di anche il modo e la pre­sen­tazione rive­stono impor­tan­za». Crit­i­ca invece l’opinione di Luciano Pozzer­le, pres­i­dente dell’Apa. «La parte­ci­pazione e l’interesse dei gio­vani sono gran­di, per for­tu­na, ma il set­tore nel suo com­p­lesso è in crisi. Dal­lo scor­so anno il prez­zo del lat­te è cala­to di cir­ca 60 delle vec­chie lire al litro e molti all­e­va­tori stan­no anco­ra aspet­tan­do da due anni le inden­nità com­pen­sative, cioè i con­tribu­ti che ven­gono ero­gati come sosteg­no per l’allevamento. Il nos­tro tim­o­re è la dis­af­fezione, cioè che, se con­tin­ua così, a lun­go ter­mine, anche i gio­vani più moti­vati si stanchi­no e cerchi­no altre occu­pazioni. Invece sono l’alpeggio e le aziende agri­cole mon­tane che fan­no soprav­vi­vere la montagna».

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