La chiesa si trova all’interno del cimitero di Castelletto di Brenzone

San Zen de l’oselèt e i suoi enigmi

22/08/2020 in Storia del Garda
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Di Redazione
Laura Luciani

La chiesa di San Zen, conosci­u­ta con questo nome, la pieve era, in realtà, ded­i­ca­ta a San Gio­van­ni Bat­tista, come dimostra­no gli affres­chi che ne cel­e­bra­no la vita. Per quan­to riguar­da “l’oselèt”, si trat­ta pro­pri­a­mente di un gal­lo, pos­to sopra la toz­za pina del cam­panile: il gal­lo, annun­cian­do con il suo can­to il soprag­giun­gere dell’alba, cac­cia­va i fan­tas­mi, i demoni e la pau­ra del­la notte. Nell’immagine sot­to a destra: l’apparizione dell’Angelo a San Zac­caria, annun­cian­dogli la nasci­ta del figlio Gio­van­ni Bat­tista, e la Decol­lazione del santo.

Sul­la spon­da ori­en­tale del , meri­ta di essere vis­i­ta­ta la chiesa di San Zen de l’oselèt, all’interno del cimitero di Castel­let­to di Bren­zone. Sorge poco pri­ma del cen­tro abi­ta­to, affac­cian­dosi sul­la riva.

Conosci­u­ta con questo nome, la pieve era, in realtà, ded­i­ca­ta a San Gio­van­ni Bat­tista, come dimostra­no gli affres­chi che ne cel­e­bra­no la vita. Per quan­to riguar­da “l’oselèt”, si trat­ta pro­pri­a­mente di un gal­lo, pos­to sopra la toz­za pina del cam­panile: il gal­lo, annun­cian­do con il suo can­to il soprag­giun­gere dell’alba, cac­cia­va i fan­tas­mi, i demoni e la pau­ra del­la notte.

San Zeno sorge nel­la zona in cui, anti­ca­mente, si trova­va un inse­di­a­men­to romano, sopra i rud­eri di un tem­pio pagano. Pri­ma del­la costruzione del cimitero, la chiesa pre­sen­ta­va un gran fonte bat­tes­i­male ‑la cosid­det­ta Bàsia de S. Zen- sor­ret­to da un piedis­tal­lo lavo­ra­to. Era dunque una chiesa bap­tismalis (dove veni­va som­min­is­tra­to il bat­tes­i­mo) e non una sem­plice cap­pel­la comu­nale, date le sue dimen­sioni e l’eleganza degli affreschi.

Per sta­bilire il peri­o­do di costruzione, gli stu­diosi dis­cussero a lun­go e oggi la teo­ria di W. Arslan (L’architettura roman­i­ca nel veronese, 1939) risul­ta essere la più attendibile, col­lo­can­do­lo fra la metà del XII sec. e l’inizio del XIII.

L’interno è a due navate: la prin­ci­pale, il doppio dell’altra, pre­sen­ta due absi­di; nel­la nava­ta minore invece, nascos­ta dal tet­to a spi­oven­ti, si tro­va la porzione di pit­ture più conservata.

Gli affres­chi sono tar­do-romani­ci e d’impronta bizan­ti­na, ne sono pro­va la solen­nità delle fig­ure e l’azzurro uti­liz­za­to per dec­o­rare lo sfon­do. Si può però cogliere un’arte più dis­in­vol­ta nei per­son­ag­gi, che non man­ten­gono una rigid­ità sta­t­i­ca, né com­pi­ono gesti mag­nil­o­quen­ti e nei visi, in cui affio­ra una min­i­ma espressione.

L’autore, o meglio, i due autori riman­gono ignoti: il pri­mo ha real­iz­za­to nel­la parete set­ten­tri­onale L’apparizione dell’Angelo a San Zac­caria (nel­la foto), annun­cian­dogli la nasci­ta del figlio Gio­van­ni Bat­tista, e la Decol­lazione del san­to. Il sec­on­do, più ele­gante, ha affres­ca­to due episo­di dell’Esodo, Tra­di­tio legis e Nasci­ta di Maria Vergine e pre­sen­tazione al tem­pio, con­trap­po­nen­do ai for­ti con­trasti e al gus­to popo­lare del “col­le­ga”, del­i­catez­za nel­la scelta cro­mat­i­ca e nel­la pen­nel­la­ta. Si trat­ta forse dell’artista Cico­nia, del XIV sec., fir­ma che ritor­na almeno una deci­na di volte nel­la Dio­ce­si di Verona, ma rimane tut­to­ra un mistero.

Sta di fat­to che il vis­i­ta­tore si tro­va di fronte a due stili pit­tori­ci di dif­feren­za qua­si abissale, in una situ­azione sin­go­lare, che colpisce per la sua par­ti­co­lar­ità, ma sen­za sminuire la bellez­za e il fas­ci­no del luogo.

Pri­ma pub­bli­cazione il: 3 May 2020 @ 17:30

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