Confermate le ipotesi del professor Quaglia. In settembre il via ai restauri. Nella chiesetta emergono affreschi risalenti al Trecento

Sant’Emiliano rivela un tesoro

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Di Luca Delpozzo
Maurizio Toscano

Quelle che qual­cuno ave­va defini­to solo delle ipote­si « un po’ fan­ta­siose e affret­tate» si sono invece riv­e­late dele giuste indi­cazioni. E oggi sono divenute certezze. Nel­la chieset­ta di Sant’Emiliano, sit­u­a­ta sul­la col­li­na di Padenghe, vici­no al «Passeg­gero» — un pun­to dal quale si gode un panora­ma del Gar­da forse uni­co — sono con­ser­vati degli affres­chi del Tre­cen­to. «Affres­chi di grande fat­tura e di grande val­ore — com­men­ta il pro­fes­sor Gian Car­lo Quaglia, uno dei mag­giori esper­ti in restau­ro con­ser­v­a­ti­vo di beni artis­ti­ci — anche se cop­er­ti da tin­teggia­ture d’arte varia e da mal­ta. Vi han­no lavo­ra­to delle mani, come dire, del­i­cate». E che siano affres­chi meritevoli di essere ripor­tati alla luce, e quin­di un giorno (spe­ri­amo prestis­si­mo) anche vis­itabili dal pub­bli­co, lo si intu­isce dal fat­to che la Soprint­en­den­za ai Beni Artis­ti­ci e Archit­te­toni­ci di Bres­cia, dopo ripetu­ti e lunghi sopral­lu­oghi del suo esper­to Vin­cen­zo Ghi­rol­di, abbia poi deciso di inter­venire diret­ta­mente. I lavori, infat­ti, com­in­cer­an­no entro la pri­ma quindic­i­na di set­tem­bre. Lavori di restau­ro che, però, si pre­sen­tano estrema­mente dif­fi­cili e irti di insi­die. «Già — spie­ga Quaglia — per­chè al con­trario di quel­la che è la pras­si ordi­nar­ia negli inter­ven­ti di recu­pero, quan­do cioè si com­in­cia con il con­sol­i­da­men­to dell’immobile, nel caso di Sant’Emiliano saran­no gli affres­chi ad essere per pri­mi ritoc­cati. Questo per il grosso peri­co­lo che incombe sug­li affres­chi: il peri­co­lo che si dis­tacchi­no». E, infat­ti, gli esper­ti del­la Soprint­en­den­za con lo stes­so Quaglia han­no deciso di col­lo­care dei «salv­abor­di» per­chè si pos­sa pro­cedere alla pulizia. Intan­to, dai pri­mi esa­mi com­piu­ti, ci sareb­bero almeno due fig­ure fem­minili, si par­la insis­ten­te­mente di due sante dell’epoca. «Quan­do ver­ran­no alla luce sarà sicu­ra­mente una grande sor­pre­sa», aggiunge Quaglia las­cian­do un pizzi­co di sus­pence. Un tem­po le offerte votive, per la grande povertà esistente, veni­vano sos­ti­tu­ite con dip­in­ti e affres­chi. E chi dipinge­va quegli affres­chi non era­no dei vian­dan­ti sprovve­du­ti, ma dei veri artisti prove­ni­en­ti dalle tante bot­teghe d’arte sparse nel Nord Italia. «In quel peri­o­do — ril­e­va anco­ra Quaglia — il grande Giot­to lavo­ra­va a Pado­va e nel Vene­to era­no molti i luoghi in cui oper­a­vano artisti. La chieset­ta di Sant’Emiliano potrebbe, dunque, rap­p­re­sentare un tesoro d’arte con tante sor­p­rese. Un luo­go che, fino a pochi anni fa, era des­o­lata­mente abban­do­na­to e che ora, per effet­to di quest’ec­cezionale scop­er­ta, potrebbe diventare un luo­go di visi­ta e di incon­tri cul­tur­ali di grande spes­sore. «Si deve a due per­sone, comunque, se ques­ta chieset­ta roman­i­ca (come lei anche San Pietro in Mavi­no di Sirmione, Sant’Andrea di Toscolano Mader­no, il tem­pi­et­to di Lazise) sta per essere resti­tui­ta al suo anti­co splen­dore: Wal­ter Romag­no­li e don Lui­gi Negret­to. Il pri­mo, nelle vesti di del­e­ga­to del Fon­do per l’Ambiente Ital­iano (Fai) per­chè ha impres­so una svol­ta deci­si­va alla riscop­er­ta e val­oriz­zazione del­la chiesa di Padenghe; il sec­on­do, par­ro­co del­la cit­tad­i­na, per­chè ha per­me­s­so a Quaglia di com­in­cia­re a «vedere» le pareti. E, infine, lo stes­so Gian Car­lo Quaglia che, per pri­mo, ave­va vis­to gius­to e for­ni­to il suo respon­so già tem­po fa, pur davan­ti a qualche scetti­cis­mo. Tan­ta osti­na­ta ricer­ca alla fine gli ha dato ragione. La chiesa di Sant’Emiliano è data­bile attorno al XII sec­o­lo, ed è, come si dice­va, in stile roman­i­co. Nasce, come pre­cisa Quaglia, sopra un inse­di­a­men­to romano. Più tar­di, nel ’400, le ver­rà affi­an­ca­ta una canon­i­ca. Essendo una pieve, vi si bat­tez­za­vano i nati, e fu la pri­ma nel­la Valte­n­e­si. Nel 1583, ril­e­va anco­ra l’esperto, avven­gono due fat­ti. Il pri­mo: una fonte d’acqua a cui la gente accede­va per­chè ritenu­ta mira­colosa, e «invece era nient’altro che acqua fuo­rius­ci­ta da una tubazione costru­i­ta dai Romani per portare l’acqua dal­la zona alta alla pieve». «Il sec­on­do episo­dio — con­tin­ua Quaglia — si riferisce a un quadro del pit­tore Far­i­nat­ti, che raf­fig­u­ra­va Sant’Emiliano, più tar­di ruba­to. Rimas­to nascos­to per oltre due sec­oli, riap­pare sul finire del Set­te­cen­to e viene por­ta­to nel­la chiesa parrocchiale».

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