La risalita descritta da Goethe. Partiti i lavori sul Sarca per permettere alla «regina del Garda» di riprodursi

Scale di monta per aiutare la trota lacustre

Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Oper­azione salvez­za per la tro­ta lacus­tre, specie sem­pre più rara, a ris­chio estinzione. Sono iniziati in questi giorni i lavori per la real­iz­zazione di quelle «scale di mon­ta» che dovreb­bero per­me­t­tere ai sem­pre più rari salmoni­di bena­cen­si di risalire il fiume Sar­ca per ripro­dur­si. Un ritorno al pas­sato. Quelle dell’immissario del Gar­da sono acque proib­ite da più di mez­zo sec­o­lo per le trote: trop­pi osta­coli arti­fi­ciali. E pen­sare che la risali­ta del­la lacus­tre lun­go il Sar­ca ha avu­to tes­ti­moni d’eccezione. Come Goethe, il grande scrit­tore tedesco. Nel 1786 giunse in riva al lago. Di quel viag­gio ci ha las­ci­a­to ricor­do nel suo «Ital­ienis­che Reise». Sot­to la data del 12 set­tem­bre ha anno­ta­to l’incontro col Bena­co, «questo maestoso spet­ta­co­lo del­la natu­ra», scriven­do del­la cena servitagli a Tor­bole: «L’albergatore mi parte­cipò, con enfasi tut­ta ital­iana, che si sarebbe sti­ma­to felice di poter­mi servire la tro­ta più pre­li­ba­ta. Queste trote son prese vici­no a Tor­bole, dove il fiume scende dai mon­ti, e nel pun­to in cui esse ten­tano di salire a ritroso. L’imperatore rica­va da ques­ta pesca mille fior­i­ni per il solo appal­to. Non si trat­ta vera­mente di trote; queste di Tor­bole sono gran­di, del peso tal­vol­ta di cinquan­ta lib­bre e pic­chi­et­tate per tut­to il cor­po fino alla tes­ta; ma il sapore, fra quel del­la tro­ta e del salmone, è del­i­ca­to e squisi­to». Appun­ti oggi preziosi, quel­li di Goethe, trov­abili nel­la ver­sione ital­iana del 1907 fat­ta da uno dei più gran­di tradut­tori goethi­ani, Euge­nio Zani­boni. La risali­ta del­la tro­ta era atte­sa dai pesca­tori. Per farne pre­da. Alla fine dell’800 lo stori­co bena­cense Giuseppe Solitro scrive­va: «Si usa pigliare la tro­ta del Bena­co anche quan­do ten­ta essa di saltare dal lago per guadagnare un’alta cor­rente di fiume che den­tro vi cade». E nel 1615 il ret­tore veneziano Mar­co Bar­bari­go scrive­va così: «Si pigliano con nasse di rete gran­dis­si­ma quan­tità di trutte, che uscen­do dal lago van­no all’insù nel fiume contr’acqua». Ma il meto­do più orig­i­nale per cat­turare la tro­ta che risali­va il Sar­ca era quel­lo di aspettare la lon­tra. Un ani­male, un preda­tore, che un tem­po abita­va gli acquitri­ni del fiume. L’ultima lon­tra è sta­ta avvis­ta­ta nel 1925. Poi è scom­parsa, per le boni­fiche del ter­ri­to­rio. Via le palu­di, via le lon­tre. Non che fos­sero ammaes­trate. A cat­turare le trote ci anda­vano da sole, per istin­to. Pre­so il pesce, lo por­ta­vano a riva, lo azzan­na­vano e con­suma­vano solo le inte­ri­o­ra, las­cian­do intat­te le carni sapor­i­tis­sime. Alla gente del pos­to bas­ta­va andare a rac­coglier­le. D’altro can­to, pescare sul fiume era vieta­to. La pesca era un dirit­to feu­dale dei con­ti d’Arco, aboli­to solo nel 1962. Si rischi­a­va il carcere: l’accusa era quel­la di brac­conag­gio. Ora la tro­ta potrebbe final­mente tornare a risalire il Sar­ca. Non la pescherà nes­suno, né uomo, né lon­tra. Potrà ripro­dur­si. Si dice che i lavori potreb­bero con­clud­er­si entro la prossi­ma pri­mav­era. Forse la rara lacus­tre, la mit­i­ca «regi­na del Gar­da», come la chia­ma­va l’ittiologo garde­sano Flo­reste Malfer negli anni Ven­ti, sarà sal­va.