In occasione della festa di Santa Barbara, il motorista della Marina Bepi Campagnari apre lo scrigno dei ricordi «Il mio sommergibile fu silurato e soltanto un boccaporto si aprì»

«Sento ancora le urla dei compagni»

01/12/2002 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Lazise

Soli­no e fis­chi­et­to con il noc­chiere che chia­ma tut­ti i mari­nai a rac­col­ta, sul por­to, di fronte al mon­u­men­to ai Cadu­ti. E gli uomi­ni in divisa bian­ca e blu di Peschiera e Lazise saran­no pron­ti e numerosi per parte­ci­pare alla loro fes­ta annuale che si tiene oggi a bor­do del­la moton­ave Tonale apposi­ta­mente mes­sa a dis­po­sizione dal­la soci­età , che gestisce la sui laghi Mag­giore e di Gar­da. L’appuntamento è per le 10 al por­to di Peschiera dove ci sarà la ban­da musi­cale ad accogliere i mari­nai. Alle 10,30 imbar­co sul­la moton­ave per la cel­e­brazione del­la mes­sa in ricor­do di tut­ti i mari­nai cadu­ti in tutte le guerre. Quin­di il rito a ter­ra con gagliardet­ti e coro­na di alloro per la depo­sizione al mon­u­men­to al mari­naio. Alle 12,30 imbar­co e pran­zo sul­la noton­ave. Ver­so le 13 la moton­ave Tonale attrac­cherà al pon­tile di Lazise per con­sen­tire la depo­sizione di un maz­zo di fiori al mon­u­men­to al mari­naio col­lo­ca­to sul lun­go­la­go Mar­coni. Un’occasione ques­ta del­la fes­ta dei mari­nai che fa riaprire lo scrig­no dei ricor­di al lacisiense Bepi Cam­pag­nari motorista del­la Regia Mari­na. «Mi sveg­lio di notte anche adesso che son pas­sati più di cinquant’anni», spie­ga con le lacrime agli occhi «per­ché quel­lo che hai vis­su­to in quel­la tremen­da guer­ra non lo puoi pro­prio dimen­ti­care. A mia moglie, che mi chiede per­ché non dor­mo», pros­egue Bepi, «dico cne non ho son­no, ma sono i ricor­di delle urla dis­per­ate dei miei com­pag­ni che, fer­i­ti a morte, chia­ma­vano la mam­ma, pri­ma di scen­dere negli abis­si del mare Mediter­ra­neo quan­do il cac­cia­tor­pe­diniere inglese ci ha col­pi­to. E non pos­so dormire». L’avventura di Cam­pag­nari ha del romanzesco, ma è tut­ta sto­ria vera. Era imbar­ca­to sul som­mergi­bile del­la mari­na ital­iana, dal nome africano «Ashanghi» come motorista. Assieme a lui altri 48 uomi­ni di equipag­gio, impeg­na­to in un’azione impor­tante, ver­so la Gre­cia, con­tro gli ingle­si. I mil­i­tari ital­iani affon­dano un cac­cia­tor­pe­diniere inglese. Si immer­gono per sfug­gire alle altre navi nel­la atte­sa di posizionar­si per fare un’altra azione sim­i­le. Gli ingle­si, muni­ti di sonar e radar indi­vid­u­ano il som­mergi­bile ital­iano. «Il coman­dante Mario Fior­i­ni dà l’ordine di immer­sione veloce a meno 90 metri», spie­ga det­tagli­ata­mente il motorista, «ma le bombe di pro­fon­dità ingle­si ci scop­pi­ano, con immen­si boati, vicinis­sime. Allo­ra il coman­dante dà ordine di scen­dere anco­ra. Scen­di­amo fino a 128 metri di pro­fon­dità, ma gli ingle­si ci martel­lano insis­ten­te­mente. Fior­i­ni dà ordine di emer­sione veloce e il si salvi chi può». Giun­ti in super­fi­cie, tut­ti cer­cano di uscire dai boc­ca­por­ti, sot­to il tiro nemi­co. Dei tre boc­ca­por­ti sola­mente uno si apre. Escono in pochi, forse una venti­na. Il fuo­co nemi­co colpisce all’impazzata e si sal­vano in pochi. Bepi Cam­pag­nari si trasci­na sulle spalle nell’acqua il suo ami­co Ange­lo Pip­pa di Tor­ri del Bena­co. È fer­i­to e non vuole las­cia­r­lo in balìa del mare. Fa ogni sfor­zo per por­tar­lo in sal­vo. Ma non ne può più e allo­ra Pip­pa lo invi­ta a las­cia­r­lo andare dicen­dogli: «Por­ta i miei baci a mia madre e dille che si ricor­di di me», ricor­da tra le lacrime Cam­pag­nari. «L’ho vis­to spro­fon­dare giù… non lo potrò mai dimen­ti­care». Alla madre a Lazise arri­va un mes­sag­gio del­la Regia Mari­na, por­ta­to a mano dall’arciprete mon­sign­or For­tu­na­to Man­to­vani e dal sin­da­co Gae­tano Delai­ni, con cui si avvisa che il motorista è dis­per­so a segui­to di una azione di guer­ra nei mari del Mediter­ra­neo. La madre non ci crede e con un gesto di rab­bia lan­cia uno zoc­co­lo all’indirizzo delle autorità giunte a casa a dar­le la ferale notizia. In cuor suo non vuole credere che Bepi sia mor­to. E ha ragione. Dopo molte ore, fini­ta la battaglia, Cam­pag­nari viene rac­colto dagli ingle­si e por­ta­to dap­pri­ma a La Val­let­ta, sull’isola di Mal­ta, poi in aereo, attra­ver­so il deser­to, in un cam­po di con­cen­tra­men­to inglese nel Nord dell’Africa. Res­ta pri­gion­iero degli ingle­si per cir­ca tre anni. «Un cal­do sof­fo­cante e umi­do, sen­za far niente» — scan­disce Cam­pag­nari, «con sola­mente tè e qualche scat­o­let­ta di beef (carne di man­zo in scat­o­la). Noi vol­e­va­mo i sand­wich, ovvero i pani­ni, ma gli ingle­si ci tenevano a dieta fer­rea. Ero irri­conosci­bile». A Lazise tut­ti sono con­vin­ti del­la morte di Cam­pag­nari. Tre anni sen­za alcu­na notizia e con tan­to di comu­ni­cazione uffi­ciale del­la Regia Mari­na. L’unica a sper­are in un ritorno, la mam­ma, come sem­pre. Cam­pag­nari arri­va a Lazise, dopo un lun­go e imper­vio viag­gio, dall’Africa a Napoli con una vec­chia nave. Da Napoli a Verona con il treno, uno scas­sato e arrug­gini­to car­ro bes­ti­ame. Da Verona a Lazise a pie­di. «Sono giun­to in piaz­za Vit­to­rio Emanuele e nes­suno mi ha riconosci­u­to» con­clude, «neanche mia sorel­la, subito. Dopo è sta­ta una fes­ta. Ricor­do il pianto ed i baci di mia madre, l’unica a credere nel mio ritorno». E adesso a Bepi non restano che i ricor­di, ricor­di di gioven­tù, del­la guer­ra, che ha las­ci­a­to il seg­no indelebile nel­la sua memo­ria. Una memo­ria di fer­ro, che ricor­da tut­to, anche le parole scritte su dei fogli­et­ti ormai lac­eri. La sua mente non vuole dimenticare.

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