Il Wwf ha inserito il pregiato salmonide gardesano nella «lista rossa» dei 20 animali a più immediato rischio di scomparsa Ma è allarme in tutta Italia: sono in pericolo 31 specie ittiche d’acqua dolce

Sos: carpioni in via di estinzione

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Di Luca Delpozzo
Valentino Rodolfi

È un cug­i­no del­la tro­ta e del salmone, come sug­gerisce il nome sci­en­tifi­co «salmo trut­ta car­pio». Ma ormai è più appro­pri­a­to acco­munare il del Gar­da ad ani­mali di tutt’altro tipo: il pan­da, la balenot­tera azzur­ra, la tigre e tutte le altre specie in via di estinzione. Sec­on­do l’ultimo rap­por­to del Wwf Italia sul­la situ­azione del­la fau­na sel­vat­i­ca, il più pre­gia­to dei pesci garde­sani è una delle 20 specie ani­mali ital­iane a più imme­di­a­to ris­chio di estinzione, al pari del­la foca monaca e dell’orso bruno. L’allarme è dif­fu­so a chiare let­tere nell’ultima edi­zione del «Libro rosso» del­la grande asso­ci­azione ambi­en­tal­ista, ma è solo una con­statazione di fat­to, oltre che lo spec­chio di una situ­azione crit­i­ca per gran parte delle specie ittiche d’acqua dolce, ormai sorveg­li­ate spe­ciali. I dati sul pesca­to sono dram­mati­ci. Fino al 1960 sul Gar­da si pesca­v­ano fino a 20 ton­nel­late di car­pi­oni all’anno: le ultime stime si aggi­ra­no sui 20 quin­tali all’anno, il 90 per cen­to in meno. Per sal­vare il car­pi­one non res­ta che la ripro­duzione assis­ti­ta: anche per­chè i divi­eti di pesca (sei mesi all’anno di mora­to­ria) non sono sta­ti suf­fi­ci­en­ti per garan­tire una ripresa del­la popo­lazione. Lo stes­so Wwf invo­ca il ritorno alla ripro­duzione assis­ti­ta del car­pi­one, che nel Gar­da non veni­va sem­i­na­to da tre anni. Con il nuo­vo incu­ba­toio e la ripresa delle sem­i­ne (dopo tre anni) il sal­vatag­gio è com­in­ci­a­to, ma non sarà trop­po tar­di? «Bisogna ripren­dere le sem­i­ne, e met­tere mano a una seria polit­i­ca comune fra le tre provin­cie in cui è divi­so il — affer­ma Gior­gio Fez­zar­di, ex vicesin­da­co di Desen­zano e mem­bro del­la Con­sul­ta provin­ciale per la pesca -. Vor­rei anche sot­to­lin­eare che lo stes­so dis­cor­so del car­pi­one vale per la tro­ta lacus­tre, ormai impos­si­bil­i­ta­ta a ripro­dur­si nat­u­ral­mente, soprat­tut­to per la pre­sen­za di dighe e cen­trali elet­triche agli imboc­chi del Min­cio e del Sar­ca: dalle 25 ton­nel­late di pesca­to nel 1960, la tro­ta lacus­tre è crol­la­ta a cir­ca 150 quin­tali all’anno. Oppure si pen­si alla situ­azione delle aole, che un paio di anni fa era­no prati­ca­mente scom­parse sen­za che nes­suno sapesse dare spie­gazioni con­vin­cen­ti». Ma per­ché accade tut­to questo? Per­ché i pesci, purtrop­po, non ce la fan­no più a ripro­dur­si da soli. «Fat­tori cli­mati­ci e ambi­en­tali — spie­gano i tec­ni­ci dell’assessorato provin­ciale alla pesca — ren­dono sem­pre meno effi­cace la ripro­duzione nat­u­rale. In parte è col­pa delle con­dizioni del lago che non sono sem­pre sta­bili, dell’alterazione delle rive, dei fon­dali, del cli­ma e, in misura assai sec­on­daria anche dell’inquinamento». Del resto, car­pi­one a parte, non esiste un caso Gar­da. È ormai allarme rosso per i pesci in tutte le acque dol­ci ital­iane: 31 specie, cioè il 64,6% delle 48 che vivono nei nos­tri fiu­mi e laghi, sono con­sid­er­ate minac­ciate, rien­tran­do nelle prime tre cat­e­gorie di ris­chio dell’Unione mon­di­ale del­la con­ser­vazione (Iucn). Dod­i­ci di queste specie sono endemiche, cioè se scom­paiono in Italia si estin­guono defin­i­ti­va­mente: sono lo sto­ri­one cobice, la tro­ta macrostig­ma, appun­to il car­pi­one del Gar­da (che vive solo qui e che non si mai adat­ta­to, mal­gra­do i ten­ta­tivi com­piu­ti, a vivere nei laghi di Bolse­na, di Como e d’Orta, dove è dura­to poco). In via di estinzione anche il car­pi­one del Fibreno, la lam­pre­da padana, la tro­ta mar­mora­ta, il pan­zaro­lo, il ghioz­zo di rus­cel­lo e quel­lo padano, la savet­ta, la las­ca e il bar­bo cani­no. C’era da aspet­tar­si che le alter­azioni subite da laghi e cor­si d’acqua ital­iani avreb­bero avu­to effet­ti neg­a­tivi sui loro abi­tan­ti pin­nu­ti. Ma nel caso del Bena­co non c’è solo questo aspet­to. Lo dicono gli ambi­en­tal­isti che il più grande lago d’Italia, ormai, è uno «zoo som­mer­so», dove l’equilibrio è tur­ba­to anche dall’immissione di specie «aliene». È ad esem­pio il caso del per­si­co-tro­ta, o «boccalone», nel Gar­da (è l’American black bass, branzi­no nero amer­i­cano). Oppure del pesce per­si­co reale e del pesce sole (d’orgine asi­at­i­ca). Sono tut­ti pesci car­nivori prove­ni­en­ti da altri con­ti­nen­ti. Introdot­ti un sec­o­lo o più fa (il black bass arrivò in Ger­ma­nia nel 1883 e in Italia nel’900, con una pri­ma immis­sione nel laghet­to di Comab­bio) han­no sop­pi­anta­to i preda­tori locali: i sub­ac­quei pos­sono tes­ti­mo­ni­are che vici­no a scogliere e dighe si vedono solo per­si­ci, pesci sole e boccaloni, inten­ti a fare strage delle altre specie. Ecco per­chè è urgente il riequi­lib­rio fau­nis­ti­co nel lago, ed ecco a cosa serve l’incubatoio: non solo a sem­i­nare pre­li­bati core­go­ni da pescare e cuo­cere alla griglia, ma anche a cor­reg­gere i rap­por­ti di forza tra le varie specie di pesci nel lago.

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