Ricerca degli speleologi del Gasv con gli esperti del Wba, i primi rilievi risalgono al 1957. Sono in grotte a 1.800 metri e arretrano di 50 centimetri l’anno

Sos per i ghiacciai del Baldo

03/03/2007 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Barbara Bertasi

Le trop­i­cal­iz­zazione in cor­so sta met­ten­do a repen­taglio anche la salute degli olivi, men­tre il ghi­ac­cio perenne che anco­ra giace nelle grotte del si sta riti­ran­do al rit­mo, velocis­si­mo, di cir­ca mez­zo metro all’anno e questo dal 1957 ad oggi.L’allarme arri­va da Gian­fran­co Cao­duro, da 30 anni spele­ol­o­go del Gasv (Grup­po attiv­ità spele­o­log­i­ca veronese), e da Daniele Zani­ni, entram­bi inseg­nan­ti di scien­ze nat­u­rali e mem­bri del­la Wba, World bio­di­ver­si­ty asso­ci­a­tion, cioè asso­ci­azione inter­nazionale per la bio­di­ver­sità. «Sul Bal­do in alcune grotte esistono anco­ra ghi­ac­ciai peren­ni, che però con l’aumentare del­la tem­per­atu­ra si sono riti­rati molto velo­ce­mente», attac­ca Cao­duro, che in uno di questi anfrat­ti nel 1984 sco­prì «Osel­la­so­ma cao­duroi» (nome dato dal pro­fes­sor Jean Paul Mau­ries del di sto­ria nat­u­rale di Pari­gi), il millepie­di frigofi­lo (paro­la di orig­ine gre­ca che sig­nifi­ca amante del fred­do) molto dif­fu­so nell’ambiente alpino durante l’espansione glaciale. Quan­do i ghi­ac­ci si riti­rarono, tro­vò nelle grotte fred­de d’alta quo­ta il suo habi­tat nat­u­rale. Tra gli esem­pi più ecla­tan­ti di ghi­ac­ciai in riti­ra­ta Cao­duro cita il Poz­zo delle Buse, che si tro­va a nord del rifu­gio Fiori del Bal­do, e il Bus delle Tac­cole, vici­no al Telegrafo, entram­bi nel ter­ri­to­rio di Brenzone.«Sono grotte che si trovano a cir­ca 1800 metri», spie­ga Cao­duro, «la pri­ma è un fusoide di cir­ca 4 o 5 metri di diametro, che lo stori­co Grup­po grotte falchi per­lus­trò per la pri­ma vol­ta nel 1957, ril­e­van­do che il suo pavi­men­to di ghi­ac­cio era a 14 metri dall’entrata. Oggi, a soli 50 anni di dis­tan­za, il pavi­men­to è a cir­ca 45 metri di pro­fon­dità e quin­di ha per­so almeno 30 metri di ghi­ac­cio, qua­si mez­zo metro di ghi­ac­cio all’anno». «Anche nel Bus delle Tac­cole, il cui ambi­ente inter­no è più ampio essendo pro­fon­do cir­ca 170 metri», pros­egue lo spele­ol­o­go Cao­duro, «abbi­amo ril­e­va­to il medes­i­mo fenom­e­no. Per noi spele­olo­gi lo sciogli­men­to del ghi­ac­cio è un even­to inter­es­sante, dato che rende per­lus­tra­bili ambi­en­ti pri­ma inac­ces­si­bili. Ma non è questo il pun­to. Uno sciogli­men­to così rapi­do tes­ti­mo­nia innanz­i­tut­to gli effet­ti dell’aumento del­la tem­per­atu­ra sul­la ter­ra, che a liv­el­lo plan­e­tario si è alza­ta di mez­zo gra­do in 30 anni».La tem­per­atu­ra di una grot­ta dipende da quel­la media annua dell’ingresso, «Pic­cole vari­azioni ver­so l’alto pos­sono riper­cuot­er­si sui micro­cli­mi interni». Di cam­bi­a­men­ti cli­mati­ci la ter­ra ne ha vis­su­ti vari, ma questo sarebbe eccezionale: «In pas­sato ci sono state alter­nanze cli­matiche ma non rapi­de come ques­ta. È quin­di molto prob­a­bile che ciò sia da imputare ad aumen­ti dell’anidride car­bon­i­ca da noi immes­si nell’aria, come del resto i mod­el­li pre­vi­sion­ali degli anni Set­tan­ta ave­vano indi­ca­to. Forse non era­no solo sem­pli­ci allarmis­mi di una filosofia cat­a­strofista», commenta.Le con­seguen­ze sono des­ti­nate a riper­cuot­er­si anche sul­la fau­na cav­er­ni­co­la, che sul Bal­do è molto par­ti­co­lare, dato che con­ser­va relit­ti di organ­is­mi di epoca glaciale, come appun­to l’Osellasoma cao­duroi. «Questo millepie­di era molto dif­fu­so durante l’espansione glaciale, quan­do 12, 13mila anni fa i ghi­ac­ci di vet­ta si riti­rarono, si rifugiò dove essi tut­to­ra per­man­gono, trovan­do così il suo habi­tat anche nel Bal­do. Di soli­to non si vedono ani­mali vivere sul ghi­ac­cio, ma questo si è spe­cial­iz­za­to e soprav­vive a zero gra­di, ciban­dosi prob­a­bil­mente di detri­ti. È sta­to infat­ti indi­vid­u­a­to anche al Poz­zo del Parol, a quo­ta 1.600 sull’Altissimo, al Poz­zo delle Buse, e a 2.300 metri di quo­ta nel Bres­ciano. Se il giac­cio con­tin­uerà a riti­rar­si anche questo millepie­di potrebbe estinguersi».Chi non è esper­to potrebbe anche non accorg­er­si del­la perdi­ta di cer­ta min­u­ta ma preziosa bio­di­ver­sità, cer­ta­mente non passerà invece indo­lore l’arrivo di un ani­malet­to che rischia di met­tere a repen­taglio la salute degli olivi del , costrin­gen­do ad usare inset­ti­ci­di che potreb­bero far scadere l’ottima qual­ità dell’olio prodot­to sul­la riv­iera. «La tem­per­atu­ra in aumen­to farà prob­a­bil­mente aumentare l’areale del­la cosid­det­ta mosca dell’olivo, la Dacus oleae, che fino a poco tem­po fa era pre­sente solo negli oliveti più set­ten­tri­on­ali», dice l’insegnante Daniele Zani­ni. La tem­per­atu­ra e il micro­cli­ma del Gar­da non ne favorivano infat­ti lo svilup­po, per cui il nos­tro olio, prodot­to sen­za uso di inset­ti­ci­di, risul­ta­va di altissi­ma qual­ità. «Ora questo inset­to», pros­egue la Zani­ni, «va a colpire insie­mi di piante che ne era­no immu­ni, la sua pre­sen­za è sta­ta seg­nala­ta sia ad Albisano sia a Bren­zone e si sta espan­den­do in altri oliveti che crescono tra i 300 e i 600 metri sul­la cos­ta occi­den­tale. La mosca Dacus oleae rischia di espan­der­si anche a Gar­da, dove era già com­parsa, ma in maniera solo parziale».

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