L’esperta della Forestale: «Evitate di portare i bimbi al parco, nei boschi e sui sentieri di montagna». I bruchi neri infestano i pini del Baldo e della Lessinia. Consigli per difendersi

Sos, processionaria all’attacco

24/02/2007 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Barbara Bertasi

Pinete del e del­la Lessinia off lim­its a causa del­la pro­ces­sion­ar­ia che vi imper­ver­sa: i bruchi bruni e neri già sono fuori e in pro­ces­sione per­pet­ua. Per evitare che i peli urtican­ti di questo lep­i­dot­tero causi­no pru­ri­ti ed allergie, non bisogna passeg­gia­re sui sen­tieri e sui per­cor­si del­la salute né indugia­re nei parchi gio­co che si snodano tra i pini, pianta predilet­ta da questo inset­to, il cui nome sci­en­tifi­co è Trau­ma­to­cam­pa pity­ocam­pa. Ne è infes­ta­ta la Pine­ta Sper­ane a San Zeno di Mon­tagna dove in questi giorni, dai tan­tis­si­mi nidi cotonosi vis­i­bili sui rami più esterni delle piante, le larve sono uscite e, come se fos­se piena pri­mav­era, han­no inizia­to le loro processioni.Il cen­trali­no del Servizio fore­stale regionale è bol­lente: molti cit­ta­di­ni vogliono sapere per­ché questo lep­i­dot­tero dece­spuglia­tore, che sta facen­do man­bas­sa degli aghi delle conifere di cui va ghiot­to, non viene elim­i­na­to. «Il prob­le­ma non è di soluzione imme­di­a­ta e quan­to all’aspetto san­i­tario non è di nos­tra stret­ta com­pe­ten­za», premette Gabriel­la Riv­aben respon­s­abile dell’Ufficio attiv­ità sil­vo pas­torali. «Noi abbi­amo a dis­po­sizione un finanzi­a­men­to annuale di 40mila euro», spie­ga, «a cui quest’anno si è aggiun­to un sup­ple­men­to di 30mila, des­ti­na­to però a fron­teggia­re prob­le­mi fitosan­i­tari in genere e quin­di non solo quel­lo del­la pro­ces­sion­ar­ia, un lep­i­dot­tero che, tra l’altro, causa una fitopa­tolo­gia che non è ritenu­ta grave per­ché non por­ta la pianta alla morte», con­tin­ua l’esperta. «Come fore­stali i nos­tri finanzi­a­men­ti mira­no alla sal­va­guardia del­la salute dei boschi, ma per questo prob­le­ma servireb­bero ulte­ri­ori finanzi­a­men­ti mirati a sal­va­guardare la salute pubblica».Non che con questo non si sia fat­to nul­la: «Non essendo autor­iz­za­ti a fare inter­ven­ti con l’elicottero, nei mesi scor­si abbi­amo provev­du­to con un trat­ta­men­to da ter­ra», fa sapere, «uti­liz­zan­do i mezzi del nos­tro set­tore anti incen­dio boschi­vo (aib), diret­to dal respon­s­abile Mas­si­mo Bac­chi­ni, abbi­amo lan­ci­a­to ai bor­di delle pinete infes­tate un inset­ti­ci­da bat­te­ri­o­logi­co». L’esperimento ha dato pochi frut­ti, spruz­zare in con­tin­u­azione inset­ti­ci­di non risolverebbe il prob­le­ma. «Non essendo il pino nero una pianta autoc­tona, abbi­amo prefer­i­to fare inter­ven­ti di dirada­men­to per favorire la cresci­ta di alberi più con­soni all’ambiente», pre­cisa la Riv­aben, «ma nel­la provin­cia di Verona abbi­amo cir­ca 1800 ettari di pine­ta per cui è impens­abile inter­venire dap­per­tut­to, tan­to più in questo momen­to in cui la pro­ces­sion­ar­ia è esplosa e la sta facen­do da padrona». Non vale nem­meno la pena fare una map­patu­ra: «In Lessinia e sul Bal­do, dovunque c’è pine­ta, c’è pro­ces­sion­ar­ia», allarga le brac­cia, «in col­lab­o­razione con l’ di Pado­va sti­amo comunque facen­do un cen­si­men­to per capire il per­ché di quest’esplosione che quest’anno è sta­ta mas­s­ic­cia e, con­trari­a­mente a quan­to molti pre­sumono, non sarebbe dovu­ta solo al gen­erale aumen­to di temperature».Che fare allo­ra? «Ripeto che il prob­le­ma è san­i­tario, ma non grave», sot­to­lin­ea Riv­aben, «in genere la mag­gior parte delle per­sone può accusare pru­ri­ti, men­tre alcu­ni indi­vidui pos­sono sco­prire di essere aller­gi­ci e accusare for­ti dis­a­gi a cari­co di mucose, naso, gola, pelle: in questi casi è nec­es­sario ricor­rere alle cure del medico». Poi, aggiunge: «Da parte nos­tra con­sigliamo viva­mente, soprat­tut­to in questo peri­o­do in cui i bruchi sono in giro, di non fre­quentare le pinete o, altri­men­ti, di far­lo pro­teggen­do il cor­po con cam­i­cie e pan­taloni a maniche lunghe, calzet­toni a pol­pac­cio evi­tan­do di toc­care la veg­e­tazione e il terreno».A Pine­ta Sper­are ci sono tante giostre e alta­l­ene, che in queste gior­nate di sole atti­ra­no i bim­bi: «È meglio ten­er­li lon­tani dai popo­la­men­ti infes­ta­ti», rac­co­man­da, «men­tre chi ha già ril­e­va­to sin­to­mi aller­gi­ci deve evitare i boschi. Purtrop­po in questo momen­to non pos­si­amo fare altro, dob­bi­amo atten­dere che i bruchi s’interrino». Di soli­to è ver­so mag­gio, ma potrebbe accadere pri­ma viste le tem­per­a­ture pri­maver­ili. Poi chi­ude: «Se aves­si­mo mag­giori finanzi­a­men­ti potrem­mo fare di più, ma dob­bi­amo in ogni modo ricor­dare che anche i nos­tri operai, cinque squadre in Lessinia e due sul Bal­do, van­no tute­lati da questo prob­le­ma: in questo momen­to non si lavo­ra nel bosco».Poco potreb­bero fare anche Comu­ni e Comu­nità mon­tana del Bal­do: «Sicu­ra­mente quest’anno il prob­le­ma è molto evi­dente», com­men­ta Cipri­ano Castel­lani pres­i­dente comu­ni­tario, «a Pine­ta Sper­ane è però in cor­so una ricon­ver­sione del bosco, un piano di ass­es­ta­men­to boschi­vo che prevede il ritorno delle piante autoc­tone aven­do il pino nero esauri­to la sua fun­zione di imbon­i­tore del ter­reno. Il pino nero ha cioè cre­ato quell’humus che favorirà lo svilup­po di rovere, roverel­la, carpino e frassi­no, le piante autoc­tone che pri­ma, su un ter­reno di sas­si e roc­ce, non sareb­bero potute crescere».

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