1945: una ditta butta il materiale bellico nella fossa profonda del Benaco

Sotto il Garda un cimitero di bombe vive

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Di Luca Delpozzo
Tonino Zana

Gian­ni Sal­vadori morì nel 1963, ammala­to di guer­ra. 13 anni dopo il ritorno, la guer­ra lo piegò. La guer­ra uccide anche 13 anni dopo la sua fine uffi­ciale. Gian­ni Sal­vadori di Vil­lan­uo­va sul Clisi, nato nel 1911, era fini­to pri­gion­iero sot­to gli ingle­si in Sudafrica. Un giorno s’era mes­so a dis­eg­nare il perimetro e le fisionomie del cam­po su una parete del­la sua stan­za, infine ave­va fir­ma­to. Un modo per attin­gere alla fan­ta­sia del­la resisten­za. Alcu­ni mesi fa, Philip e Almien Du Toit, una cop­pia di ingle­si pro­pri­etari del vil­lag­gio tur­is­ti­co sor­to sul vec­chio cam­po di con­cen­tra­men­to, trovarono trac­ce del dis­eg­no e reg­is­trarono tes­ti­mo­ni­anze di alcu­ni tur­isti sul des­ti­no di Gian­ni Sal­vadori: «Dov’è fini­to quell’italiano sim­pati­co e buono?». Incu­riosi­ti, cer­carono di lui, chiesero all’agenzia tur­is­ti­ca di Pado­va, noi entram­mo in cam­po, inter­cettan­do l’e‑mail vene­ta. Sapem­mo subito di Gian­ni Sal­vadori delle 3 nipoti, Ivana, Marisa, Gian­na, di una loro impos­si­bil­ità ad andare lag­giù, ma di un’offerta di ospi­tal­ità per­chè gli ingle­si venis­sero a Bres­cia. «Tan­to più — ci ha appe­na det­to la sig­no­ra Ivana — che io ho una figlia che inseg­na inglese. Se ven­gono, sarà bel­lo». Chi­amer­e­mo i padovani, sen­tire­mo gli ingle­si. Bombe sot­to il lago Intan­to, sem­pre intorno alla nos­tra pag­i­na su Sal­vadori e i molti bres­ciani pri­gion­ieri degli ingle­si in Sudafrica e in India, abbi­amo rice­vu­to una tele­fona­ta. Voce cal­da, dis­cor­rere lun­go, di un baroc­co razionale, limpi­do. «Sono Gae­tano Buono, nel 1943 ero Capo dell’Ufficio politi­co del­la Ques­tu­ra, per tan­ti anni sono sta­to Capo di Gabi­net­to. A propos­i­to delle bombe che sono state trovate nel lago, vi pos­so spie­gare che…». Alt! A quel pun­to, il col­le­ga Anto­nioli ci ha manda­to all’attacco per la con­quista del tesoro. Quan­do ti capiterà di ascoltare un Capo del genere in quegli anni strate­gi­ci, per leg­gere chi siamo e chi siamo sta­ti? Il dott. Gae­tano Buono è guarda­to da lon­tano dal­la sig­no­ra Roset­ta. Sono uni­ti da sem­pre, si capis­cono pri­ma anco­ra di par­lar­si. Cop­pia di dia­mante. Lui è nato nel mar­zo del 1916, fra cir­ca 4 mesi com­pirà 90 anni. È arzil­lo e incon­teni­bile, il rit­mo di una mitraglia lenta. Nar­ra ore, giorni, anni. Non sbaglia un nome. Dice: «Ho let­to la notizia sul­la bom­ba ritrova­ta in fon­do al . Io la conosco bene la ques­tione delle bombe finite in fon­do al lago di Gar­da. Allo­ra, era il 1945, nel mio uffi­cio in Ques­tu­ra, in via Musei, venne da me il colon­nel­lo Domeni­co Pic­ca, coman­dante del pre­sidio mil­itare. Mi infor­ma­va che la Polver­iera di Mom­piano, che sarebbe salta­ta per aria l’anno dopo, era ormai satu­ra e che si era deciso di buttare le bombe nel Gar­da, in par­ti­co­lare nell’area di Mal­ce­sine, tra le più pro­fonde del baci­no. Fu incar­i­ca­ta dell’operazione la dit­ta Cata­lani. Si trat­ta­va di bombe da mor­taio 81. Bombe capaci di dis­trug­gere un obbi­et­ti­vo a 4 chilometri di dis­tan­za». Sui fon­dali del lago dor­mono migli­a­ia di bombe effi­ci­en­ti. Esiste una morte delle bombe? Per con­sun­zione, per infar­to, per sba- diglio? È nor­male, è gius­to che non si boni­fichi­no, rad­i­cal­mente, quei siti? Bas­ta la sicurez­za che ci dà il non pas­sare di quelle par­ti? Esiste o non esiste anche un con­cet­to di cal­ma, di sicurez­za morale? Sono domande a cui cer­chi­amo di rispon­dere, tec­ni­ca­mente, nel servizio a fon­do pag­i­na. Il dott. Gae­tano Buono ha in tas­ca un libro mai scrit­to. Ci stareb­bero inedi­ti su tante vicende. Dev’essere, il dott. Buono, tra i per­son­ag­gi più infor­mati sul­la sto­ria bres­ciana dal 1943 al 1960. Poi andò a Venezia — e qui nasce una stra­or­di­nar­ia invo­cazione non “buon­ista” di Buono — quin­di gov­ernò un po’ tut­ti gli uffi­ci in Log­gia. Doven­do scegliere alcu­ni rac­con­ti di una con­ver­sazione indi­men­ti­ca­bile, ci ter­re­mo il capi­to­lo sui bauli di Claret­ta Petac­ci, la fucilazione del Que­store Can­drilli, la fuga da Can­ton Mombel­lo di Tele­sio Inter­lan­di, teori­co del razz­is­mo, intel­let­tuale con­tro­ver­so vici­no a Mus­soli­ni, caris­si­mo a tan­ta intel­lighen­tia di sin­is­tra, la visi­ta di Churchill a Gar­done Riv­iera nell’agosto del 1949. Sul­lo sfon­do il pri­mo feroce omi­cidio del Dopoguerra.Le scarpe autarchiche di Claret­ta Sor­ride sot­to i baf­fi che ha, spes­si e gri­gi, il dott. Gae­tano Buono, quan­do ri-con­ta il numero dei bauli delle scarpe autarchiche con tac­chi di sug­hero di Claret­ta Petac­ci. «Nel 1948 — ricor­da il dott. Gae­tano Buono — un fun­zionario del Min­is­tero degli interni, il dott. Fer­rara, ave­va rice­vu­to una sof­fi­a­ta su dei baulet­ti apparte­nen­ti a Claret­ta Petac­ci. A quel tem­po, mez­za Italia cer­ca­va il tesoro di Don­go e il carteg­gio Mus­soli­ni-Churchill. Così, quei baulet­ti intri­ga­vano non poco. Un mat­ti­no il fun­zionario degli Interni venne in Ques­tu­ra con un baulet­to. Lo aprì. den­tro c’erano decine di scarpe attribuite a Claret­ta Petac­ci e uno slip a rete nera. Si par­lò di altri baulet­ti, 5 per l’esattezza. Era­no sepolti a vil­la Cervi. Io ne vidi soltan­to uno, gli altri, prob­a­bil­mente finirono a Roma. Si disse che con­tenevano indu­men­ti del Duce, sti­vali, roba del genere» Fucilazione del Que­store Can­drilli «Io c’ero il giorno in cui fu fucila­to il Que­store di Bres­cia, Man­lio Can­drilli. Ero incar­i­ca­to del­la sicurez­za. Era una mat­ti­na di tar­da estate (l’1 set­tem­bre ndr), con altri fun­zionari atten­de­va­mo sul pra­to del Poligono di Mom­piano. Lui scese dal cel­lu­lare, vide le assi del­la bara in cui sarebbe sta­to depos­to e disse: «Non è una bara deg­na del Que­store di Bres­cia». Chiese di non essere fucila­to alle spalle. Non gli fu con­ces­so. Si sis­temò sul­la sedia e pri­ma di cadere disse: “Per­dono tut­ti quel­li che mi han­no fat­to del male, sono inno­cente, vado in Par­adiso”. Non ci fu bisog­no del colpo di grazia. Il suo cor­po era triv­el­la­to dai mitra». La fuga da Can­ton Mombel­lo del teori­co del­la raz­za «Ero capo dell’Ufficio Politi­co del­la Ques­tu­ra, dopo il 25 luglio del 1943, dopo la cadu­ta del fas­cis­mo — rac­con­ta anco­ra il dott. Gae­tano Buono — ven­ni a sapere che Tele­sio Inter­lan­di, prof­ittan­do di uno scam­bio di per­sona, fug­gì da Can­ton Mombel­lo. Inter­lan­di era un pez­zo da novan­ta e ci fu uno scom­piglio incred­i­bile. Tele­sio Inter­lan­di fu nascos­to nel­la casa dell’avv. social­ista Enzo Paroli. I due diven­nero ami­ci, l’avvocato Paroli difese Inter­lan­di che riuscì a cavarsela. Inter­lan­di e Paroli diven­nero, il nero e il rosso, come li chi­amò pro­prio lei, in un libro scrit­to inseguen­do le trac­ce di Leonar­do Sci­as­cia nel­la nos­tra cit­tà, pro­prio a propos­i­to di ques­ta stra­or­di­nar­ia vicen­da che lo scrit­tore sicil­iano vol­e­va sig­illare nell’ultimo libro del­la sua vita». Churchill sul Lago di Gar­da Il dott Buono ironiz­za sulle ricerche dei carteg­gi e dei tesori, ricor­da per­fet­ta­mente l’arrivo di Churchill nell’agosto del 1949. «Churchill era accom­pa­g­na­to dal­la moglie e dal­la figlia, non usci­va dal Grand Hotel di Gar­done Riv­iera. Veni­va sul­la spi­agget­ta, dipinge­va qualche ora cir­conda­to dai nos­tri agen­ti del­la Ques­tu­ra e dai suoi 15 dei servizi seg­reti ingle­si. Si spostò a Carez­za. Dice­vano che cer­casse il carteg­gio con Mus­soli­ni. Per noi, a Gar­done Riv­iera c’era il dott. Catal­i­ni a con­trol­lare la situ­azione. I nos­tri dis­sero che a Don­go tro­vò quel­lo che cer­ca­va. Quan­do ritornò in Inghilter­ra, per grat­i­tu­dine regalò una medagli­et­ta al dott. Catal­i­ni…». Il ritor­na alla nor­mal­ità venne avan­ti lenta­mente. La guer­ra river­berò dura­mente per molti anni dopo, fino alla metà degli anni Cinquan­ta. Si con­sumarono vendette, si spostarono for­tune, si cam­biarono casac­che. E a vol­er guardare bene, non è anco­ra fini­ta del tut­to. «La fine dell’anno 1945 — con­clude il dott. Gae­tano Buono — che dove­va allargare gli spi­ragli del­la pace, si aprì con un delit­to orren­do. Un uomo assas­s­inò la moglie. La Polizia non rius­ci­va a venire a capo dell’omicidio. Al dott. Tem­pera capitò la for­tu­na che serve per sco­prire i cosid­det­ti delit­ti per­fet­ti: si aggi­ra­va nel­la casa del sospet­ta­to, social­mente insospet­ta­bile, si angos­ci­a­va per non rius­cire a venire a capo del delit­to. Prese a caso un libro da uno scaf­fale, qua­si a ingannare l’attesa, lo sfogliò. Una let­tera scivolò fuori. L’aprì. Lesse: “Presto sare­mo insieme…”. Il movente era nel­la let­tera nascos­ta in un libro». Il dott. Gae­tano Buono è instan­ca­bile, non fa una pie­ga men­tre ripas­sa anni immen­si. A richi­es­ta, sco­pre il giorno e l’anno di nasci­ta: «23 mar­zo 1916, una figlia, Vil­ma, felice­mente sposato dal 1949». La sig­no­ra Roset­ta sor­ride, con­fer­ma il “felice­mente”. Infine coni­u­ga il seg­no: «Sono del seg­no dell’Ariete…». Dell’Ariete, ovvio!

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