Durante il restauro della chiesetta di Sant’Antonio nel borgo di Biasa sono state ritrovate pitture murali risalenti al Trecento

Sotto l’intonaco l’Ultima Cena

25/05/2005 in Avvenimenti
Parole chiave:
Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Cade un pez­zo d’intonaco e appaiono affres­chi di cui nes­suno conosce­va l’esistenza. È suc­ces­so nel­la chieset­ta di Sant’Antonio, a Biasa, il bor­go a monte di Castel­let­to di Bren­zone. Il restau­ro del tem­pi­et­to ha por­ta­to alla luce delle pit­ture murali dimen­ti­cate. Era­no finite sot­to una pit­tura del Cinque­cen­to. È tor­na­ta leg­gi­bile pure un’iscrizione, una specie d’appunto: dice che la fab­bri­cazione del­la chiesa com­in­ciò mer­coledì 22 aprile del 1349. Gli affres­chi ritrovati sono sta­ti anal­iz­za­ti da Giu­liano Sala sull’ultimo numero dell’annuario «Il Gar­da. L’ambiente, l’uomo», edi­to dal Cen­tro stu­di per il ter­ri­to­rio bena­cense di Tor­ri del Bena­co. Sala è un esper­to d’arte sacra del ter­ri­to­rio garde­sano. Molti suoi lavori han­no aper­to nuove strade all’interpretazione del pat­ri­mo­nio artis­ti­co e reli­gioso del­la riv­iera. «Gli orig­i­nari affres­chi tre­cen­teschi», spie­ga con meti­colosa pre­ci­sione, «scor­rono in alto da ovest ver­so est sul­la parete di set­ten­tri­one in due riquadri seg­nati da una cor­nice a trip­lice striscia: rossa, gial­la e bian­ca, per il pri­mo; rossa, gial­la e verde per il sec­on­do. Il pri­mo riquadro è purtrop­po lacunoso con la perdi­ta delle immag­i­ni nel­la parte supe­ri­ore sin­is­tra; quan­to vis­i­bile con­sente comunque di riconoscervi la rap­p­re­sen­tazione dell’Ultima Cena». «Il sec­on­do riquadro», pros­egue, «raf­figu­ra in due scom­par­ti dis­tin­ti i san­ti Gia­co­mo mag­giore e Bar­tolomeo: il pri­mo riconosci­bile dall’impugnatura del bas­tone da pel­le­gri­no che tiene nel­la mano destra, il sec­on­do dal coltel­lo che tiene nel­la sin­is­tra. Attribu­ti speci­fi­ci con richi­amo al cele­bre san­tu­ario di San­ti­a­go di Com­postela, dove le reliquie di Gia­co­mo sareb­bero state riposte, ed al mar­tirio per scuoia­men­to subito da Bar­tolomeo. In entram­bi i casi si trat­ta di cul­ti all’epoca assai dif­fusi nel­la regione». Risol­ta l’identificazione dei san­ti, ecco che dalle pit­ture emerge una curiosa par­ti­co­lar­ità, in gra­do di far inter­rog­a­re lo stu­dioso d’arte medievale. Sul­la tavola imban­di­ta dell’ultimo banchet­to di Cristo coi suoi dis­ce­poli com­paiono delle ciliege. «Pani cro­ciati e boc­ce di rosso», dice Sala descriven­do la pit­tura di Biasa, «si accom­pa­g­nano ai piat­ti con tran­ci di pesce in un richi­amo al banchet­to eucaris­ti­co fin trop­po evi­dente. Una novità invece è la pre­sen­za di ciliege pedun­co­late in cop­pia, che non tro­va in ter­ri­to­rio riscon­tro in altri dip­in­ti di medes­i­mo sogget­to, se non scen­den­do il Min­cio fino a Vol­ta Man­to­vana, più pre­cisa­mente alla frazione di Cere­ta, pres­so l’oratorio del­la Madon­ni­na di Mez­za­cam­pagna. Ma, come il richi­amo alle ciliege dip­inte nell’Ultima Cena di Cere­ta con­fer­ma, più che in un’ipotetica con­ces­sione ad ele­men­ti real­is­ti­ci, det­ta­ta mag­a­ri da una locale cul­tura del cilie­gio, la pre­sen­za del frut­to si gius­ti­ficherebbe sem­pre nel sig­ni­fi­ca­to sim­bol­i­co attribuitogli». Il che vuol dire che la ciliegia ha lo stes­so sig­ni­fi­ca­to del­la mela nel­la raf­fig­u­razioni del­la cac­cia­ta di Adamo ed Eva dal par­adiso: sim­bo­lo del pec­ca­to orig­i­nale. Che cosa non può rac­con­tare agli stori­ci un anti­co affres­co ritrovato…

Parole chiave: