Venerdì scatta la grande «corsa a tappe» che coinvolge centinaia di giocatori altogardesani nell'antico gioco di carte. La Busa scorda gli affanni turistici e attende gaia il nuovo campione

Spunta il trisàc, l’autunno vero è arrivato

Parole chiave:
Di Luca Delpozzo

Un lib­ric­ci­no aran­cione che ormai gal­leg­gia sovra­no sui ban­coni di tut­ti i bar (spaz­zan­do via i rima­sug­li del cal­en­dario delle feste del­l’Apt) sta annun­cian­do in questi giorni, con sicurez­za mag­giore delle pre­vi­sioni del tem­po (ormai sem­pre più biz­zarre), l’inequiv­o­ca­bile arri­vo del­l’au­tun­no anche per la più goderec­cia ed esti­va pla­ga trenti­na: la Busa. Il lib­ric­ci­no — che por­ta in cop­er­ti­na nien­tepopodi­meno che quat­tro fan­ti, il cav­al­lo e il dieci di denari: i cosid­det­ti «conzi­ni» o «cus­ci­ni» e vi risprmier­e­mo la noia di spie­garveli meglio — è il clas­si­co vade­me­cum del tor­neo di trisàc «Cit­tà di Riva».E’ su quelle pagine — dove, come Albo d’Oro, campeg­giano le foto dei sedi­ci eroi che han­no avu­to in sorte la mit­i­ca vit­to­ria nel tor­neo — che centi­na­ia di appas­sion­ati stan­no ora stu­dian­do il giorno gius­to e il locale ok per iniziare (con la nec­es­saria qual­i­fi­ca) la mar­cia tri­on­fale che porterà uno di loro, il prossi­mo 14 dicem­bre, a diventare il dici­asettes­i­mo «cam­pi­one» del­la sto­ria. La dici­asettes­i­ma foto del­l’Al­bo d’Oro.Stanchi di otto lunghi mesi di rib­al­ta inter­nazionale — che tale può essere con­sid­er­a­to il ric­co «con­ta­gio» di migli­a­ia e migli­a­ia di tur­isti di tut­to il globo ter­rac­queo — rivani, arcensi, ledren­si, ten­nesi e altog­a­rde­sani (in genere) sono ora ansiosi di rit­uf­far­si nel­la bea­ta creti­nag­gine di un gio­co di carte che si impara in due minu­ti e si spie­ga in due ore. E quel lib­ric­ci­no aran­cione è l’an­ti­cam­era del­lo spas­so, lo spoglia­toio delle cose serie e del lavoro duro, la sicurez­za di tornare, nel­l’au­tun­no delle prime foglie gialle sui castag­ni sopra la piana del lago, alla pigra inso­lente san­guigna verve dei tem­pi in cui — mes­si a riposo i bar­cozzi nel por­to di piaz­za Cate­na — il gio­co del trisàc decide­va, con salomon­i­ca gius­tizia ma con cat­tive­ria e sar­cas­mo da ergas­to­lo, chi avrebbe paga­to, e per tut­ti, i pri­mi piat­ti di trippe servi­ti fuman­ti dalle osterie del centro.Scusate il tono pom­poso. Ma chi è nato garde­sano ver­ace (ed io mod­esta­mente lo nac­qui, potrei dire se fos­si Totò) non può fare a meno di far­si sopraf­fare dalle emozioni e dal­lo spir­i­to di apparte­nen­za quan­do, nel cita­to lib­ric­ci­no aran­cione (spet­ta­co­lo inar­riv­abile di pac­chi­ane­r­ia pae­sana: altro che far­fal­la trenti­na!), appaiono in sfi­la­ta ridente i fac­cioni maestosi dei cam­pi­oni che han­no alza­to la cop­pa. Il Renè Marchi dal col­lo tau­ri­no, il Gian­ni Fari­na «Rosso» principe dei ragion­ieri, l’Emilio Bet­ta «Cecòm» lin­gua a coltel­lo, l’An­to­nio Merighi alta cuci­na, il Luciano Mac­eri acconcia-pel­lac­ce, il Toni Faitel­li «matt che più matt non si può», il Giò Tor­boli spaval­do, Gia­co­mo Marchi 2 il micrag­noso e molti altri ancora…Chi sarà il loro erede? O saran­no essi stes­si gli ere­di? Il rebus del trisàc 2003 com­in­cerà a dipa­nar­si ven­erdì prossi­mo alle nove di sera nel pri­mo tradizionale Galà (si fa per dire!) del bar Rudy di San Naz­zaro. Pros­eguirà per altri 31 mini-tornei elim­i­na­tori nei locali-san­tu­ario del com­pren­so­rio. Cul­mimerà il 14 dicem­bre al Pala­con­gres­si, che dopo aver ospi­ta­to il Sum­mit dei Min­istri europei, tornerà gius­ta­mente — per un giorno — in mano a quel­lo che siamo noi, sot­to sot­to: scarpe grosse e cervel­li fini. E solo quel giorno la finalis­si­ma decreterà, allo­ra e per un anno intero, chi potrà per­cor­rere le strade del­la Busa come un «over­craft umano», cioè con la pianta dei pie­di sospe­sa di una span­na sopra la madre ter­ra. Per orgoglio allo sta­to cristalli­no, nat­u­ral­mente. E soprat­tut­to per la pos­si­bil­ità — sanci­ta da una legge non scrit­ta ma inap­pella­bile — di pren­dere per i fondel­li tut­ti quel­li che avesse da incon­trare durante la sua regale tran­suman­za. Questo è il trisàc nel­la Busa, sig­nori miei. Improb­a­bile come le giac­che ciliegia degli orga­niz­za­tori (il pres­i­dente Gal­vagni ed altri cinque: autode­fini­tisi — sen­tite un po’ che fan­ta­sia mostru­osa — i mag­nifi­ci sei) e inef­fa­bile come la voglia di altri tren­ti­ni (fuori Busa), che anche quest’an­no sen­ti­ran­no la voglia di capir­ci qual­cosa, di con­di­videre gioie e dolori del­la man­i­fes­tazione e che anco­ra una vol­ta saran­no costret­ti a rimanere intel­let­tual­mente alla por­ta di questo gio­co esclu­si­vo del­la pic­co­la repub­bli­ca gardesana.

Parole chiave: