Presentato nella Sala dei Provveditori del municipio di Salò un libro della manerbiese Anna Dolci, che ripercorre le vicende della Valtenesi. Quelli di Portese, paese di pescatori, erano noti come «magna aole». Nel 1855 fu ucciso il parroco

«Terre di lago», la storia locale è come un romanzo

05/12/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

Il libro «Terre di lago» di Anna Dol­ci è sta­to pre­sen­ta­to nel­la Sala dei Provved­i­tori del Palaz­zo munic­i­pale di Salò, alla pre­sen­za di un folto pub­bli­co. Un vol­ume di 350 pagine, edi­to dal­la Grafo, real­iz­za­to gra­zie al sosteg­no finanziario del Par­co Alto Gar­da, del­la Comu­nità mon­tana di Valle Sab­bia e dell’Unione delle local­ità del­la Valte­n­e­si. Orig­i­nar­ia di Maner­ba, dove risiede, e lau­re­a­ta in Sto­ria con­tem­po­ranea all’ di Par­ma, Anna Dol­ci è imp­ie­ga­ta in Ban­ca Lom­bar­da a Bres­cia. «Ho volu­to pro­porre le vicende corali del­la Valte­n­e­si e del­la riv­iera occi­den­tale, fino agli inizi degli anni Ses­san­ta – dice -. Ho par­la­to di modi di vita, attiv­ità eco­nomiche, reli­giosità, gli spazi las­ciati alle donne, le forme del­la fes­ta, ecc. Sono par­ti­ta dal­la mia tesi, rive­den­dola e amplian­dola». Gior­gio Vec­chio, il pro­fes­sore che l’ha segui­ta da vici­no, par­la di «atto di amore ver­so la pro­pria ter­ra, frut­to di anni di ricerche. Un’area che, al tem­po stes­so, è lom­bar­da (per geografia e ammin­is­trazione) e vene­ta (per la chiesa). Un luo­go di scon­tro e di incon­tro, lega­to a Venezia, che ha avu­to un com­pli­ca­to rap­por­to con Bres­cia. I let­tori potran­no far­si un’idea del­la seri­età del lavoro dan­do un’occhiata alla bib­li­ografia pos­ta in appen­dice. In un tem­po di polemiche sul­la glob­al­iz­zazione e l’omogeneizzazione cul­tur­ale, fare memo­ria del pro­prio pas­sato è un otti­mo meto­do per abit­u­ar­si a tenere insieme la tutela del­la pro­pria iden­tità e l’apertura a un mon­do più vasto».All’inizio il vol­ume si sof­fer­ma sug­li appella­tivi delle varie comu­nità. Per sec­oli gli abi­tan­ti di Padenghe han­no con­ser­va­to l’attributo di «scior», gra­zie al fiorente por­to, atti­vo già in epoca romana. Quel­li di Soiano furono etichet­tati con l’ironico nomigno­lo di «sopiabroch», che uni­va la prover­biale indi­gen­za del mon­do con­tadi­no con l’atto di rian­i­mare il fuo­co, sof­fo­ca­to dalle fascine di leg­na verde. Gli uomi­ni di Polpe­nazze deviarono le acque del laghet­to Lucone per mez­zo di una sin­go­lare opera di ingeg­ne­r­ia che ostruì lo scari­co nat­u­rale, con­voglian­do il flus­so in un cor­ri­doio lun­go 130 metri. Così diven­tarono i «fora­mucc». I con­fi­nan­ti di Mus­co­l­ine non accettarono la nuo­va situ­azione, e tesero numerose insi­die tra i boschi, tan­to da guadag­nar­si la definizione di «pianta­furche». Il comune di Polpe­nazze riscat­tò anche i dirit­ti van­tati sul lago dalle local­ità vicine, tra cui il dirit­to di pesca, poi appal­ta­to con caden­za annuale al miglior offer­ente. Ma il capi­to­la­to lo obbli­ga­va a esporre aole, luc­ci, trote, anguille nel­la piaz­za del castel­lo, venden­doli a prez­zo calmier­a­to nel­la pri­ma mezz’ora.Gli abi­tan­ti di Pueg­na­go difet­ta­vano di cor­dial­ità, ed era­no conosciu­ti come i «tusighì», intossi­ca­tori, sebbene i casi di…avvelenamento si lim­i­tassero alla moles­tia e alle invet­tive. L’epiteto di «carogne» venne affib­bi­a­to a quel­li di Maner­ba, ritenu­ti brig­an­ti, bar­ri­cati entro le mura dell’antica roc­ca. Si vocif­era che fos­se com­par­so pure il diavo­lo. Riuscì a cor­rompere il mug­naio di San Sivi­no. Lo per­suase a vendere l’anima in cam­bio del­la pros­per­ità dei suoi com­mer­ci. Per ricor­dare il pat­to, las­ciò il cal­co del piede su di un masso.La gente di Portese, che eserci­ta­va la pesca da sec­oli, fu dileg­gia­ta con l’irrispettoso «magna aole». Il bor­go si procurò una fama bieca quan­do, nel­la notte del 9 luglio 1855, fu pug­nala­to e ucciso il par­ro­co, don Tom­ma­so Navoni. I colpevoli furono scop­er­ti l’anno dopo a Man­to­va, dove si era­no recati a com­per­are un car­ret­to di angurie, cer­can­do di pagare con un orolo­gio d’oro trafu­ga­to nel­la canon­i­ca di Portese. Si trat­ta­va di tre del­la Valte­n­e­si, orig­i­nari di S.Felice, Raf­fa di Pueg­na­go e Pieve di Maner­ba, ex dipen­den­ti del par­ro­co. «Terre di lago» è una cor­sa avvin­cente nel­la sto­ria.

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