Titus Heydenreich studioso e viaggiatore — XIV

Di Redazione
Pia Dusi

Titus Hey­den­re­ich con la moglie Hilde­gard visse a Hemhofen, da qui si sposta­va per gli impeg­ni di docente all’uni­ver­sità di Erlan­gen-Norim­ber­ga. Era pro­fes­sore ligio e scrupoloso nel lavoro in uni­ver­sità, tan­to da pro­cras­tinare, se nec­es­sario, i pro­gram­mi estivi. Dal 2000 divenne fre­quen­ta­tore del , sostan­do preferi­bil­mente a Gar­done Riv­iera, e appro­fondì le sue infor­mazioni sul ter­ri­to­rio garde­sano, del quale sape­va molto. Già ave­va avu­to con­tat­ti con lo scrit­tore veronese Gian Pao­lo Marchi, autore tra l’altro di Luoghi Let­ter­ari, Edi­zioni Fior­i­ni, Verona 2001, pre­sen­ta­to alla mostra libraria di Arco, in cui l’au­tore par­la del Gar­da. Il prof. Marchi era docente all’università di Verona e ave­va con Titus Hey­den­re­ich una conoscen­za pluri­en­nale.

Non sconosci­u­to per Titus era pure Attilio Maz­za che tem­po pri­ma ave­va pub­bli­ca­to Car­gnac­co pri­ma di D’An­nun­zio. Nelle illus­trazioni, che accom­pa­g­nano il testo, il pro­fes­sore tedesco ave­va prova­to a riconoscere i com­po­nen­ti del­la famiglia aus­tri­a­ca Wim­mer, il cui capos­tip­ite Lui­gi ave­va aper­to nel 1879 una pen­sione, trasfor­matasi suc­ces­si­va­mente nel Grand Hotel di Gar­done. Ebbe con­tat­ti con , Car­lo Simoni, Gian Pietro Bro­gi­o­lo, a cui pote­va riferir­si per arti­coli o con­feren­ze.

Ave­va una stra­or­di­nar­ia com­pe­ten­za sul­la let­ter­atu­ra ital­iana che anda­va dagli scrit­tori clas­si­ci a quel­li di nic­chia come Edmon­do De Ami­cis, Alber­to Moravia, Natalia Ginzburg, Umber­to Eco, Mar­cel­lo Fois, Isabel­la Bossi Fedrig­ot­ti. Non per niente riuscì a impostare i più di 50 numeri del­la riv­ista cul­tur­ale tedesca “Zibal­done” sul mon­do stori­co-let­ter­ario dei pae­si di lin­gua neo­lati­na.

Grande gioia provò per la traduzione in ital­iano del N° 36 del­lo “Zibal­done” sul Gar­da, pro­pos­ta dal­l’As­so­ci­azione il di Arco, gui­da­ta da Mau­ro Grazi­oli, che l’avrebbe pre­sen­ta­to alla mostra del libro del novem­bre del 2004. Non era però Titus un saputel­lo; quan­do nel mag­gio del 2003 era resta­to più giorni sul Bena­co, ave­va saputo ammi­rare anche la di Bor­go Regio di Desen­zano e diver­tir­si al mer­ca­to di Salò. Se il tem­po era brut­to e piove­va a dirot­to in Ger­ma­nia, Hey­den­re­ich pen­sa­va con nos­tal­gia al lago di Gar­da, come scrisse a Her­fried Schlude nel­l’agos­to del 2005.

Nat­u­ral­mente Titus Hey­den­re­ich si muove­va bene in tut­ta Italia e anche negli anni del suo pen­sion­a­men­to, vale a dire dal 2006, parte­cipò a con­veg­ni in Sicil­ia, Sardeg­na, Toscana, Piemonte, Lom­bar­dia, Vene­to, Friuli, Marche e altre aree. Oltre Firen­ze e , di cui conosce­va qua­si tut­to del pat­ri­mo­nio artis­ti­co, ama­va molto Venezia. Nel 2007 in occa­sione del­la mostra Venezia e l’Is­lam, volle recar­si a San Laz­zaro degli Armeni che non ave­va anco­ra vis­i­ta­to. A Cagliari parte­cipò al con­veg­no inter­nazionale dei pro­fes­sori di ital­iano (Aipi), orga­niz­za­to dal­l’u­ni­ver­sità di quel­la cit­tà, con il tema “Insu­lar­ità e cul­tura mediter­ranea nel­la lin­gua e nel­la let­ter­atu­ra ital­iane”. Questo per dare l’idea di quan­to lo affasci­nasse tut­to quan­to riguar­da­va l’I­talia.

Era un infat­i­ca­bile viag­gia­tore e non esi­ta­va a spostar­si dal­la Polo­nia alla Spagna, al Por­to­gal­lo, sem­pre con l’intento di conoscere il più pos­si­bile delle amate lingue neo­la­tine, non solo sot­to l’aspetto lin­guis­ti­co, ma anche stori­co e sociale.

La sua cul­tura era così vas­ta e pro­fon­da da saper­vi col­lo­care gli avven­i­men­ti dell’attualità. In una let­tera all’am­i­co Her­fried del­l’agos­to 2011 Hey­den­re­ich scrive­va come le cose in Lib­ia stessero pre­cip­i­tan­do. In effet­ti, il 20 otto­bre 2011 Mùam­mar Gheddafi ver­rà ucciso. Il pro­fes­sore di Erlan­gen sen­ti­va che ciò avrebbe aper­to un dram­ma nel già tragi­co flus­so delle migrazioni. Si occupò, infat­ti, anche del fenom­e­no dei migranti e rimase col­pi­to dal­la visi­ta di a Lampe­dusa. Tan­to è vero che ne vol­e­va par­lare nel n. 56 del­lo “Zibal­done”, numero del­la riv­ista per l’anno 2013, per il quale ave­va scel­to come tema fun­gente da col­lante: Le pic­cole isole ital­iane.

Appare curioso notare come di tan­to in tan­to questo dinam­i­co pro­fes­sore usasse nel­la sua cor­rispon­den­za con ami­ci tedeschi espres­sioni ital­iane comu­ni, come “a fagi­o­lo” per un con­trib­u­to che arri­va nel momen­to gius­to, o “dimo­ra” per indi­care un’abitazione, o “chi­ac­chier­ate” per parole utili a tastare il ter­reno in vista di un con­veg­no, o “alla car­lona”, per seg­nalare qual­cosa di non sis­tem­ati­co, o anco­ra “sti­amo a vedere” o “non si sa mai” o “gra­zie di nuo­vo” per ulti­mare una frase.

(con­tin­ua)

Pri­ma pub­bli­cazione il: 8 May 2020 @ 10:03