La mattina del 16 settembre del 1977, il soprano più amato e popolare della storia fu trovato morto in circostanze misteriose. Era nata per cantare, ma aveva un rapporto di amore e odio con la sua voce

Tormenti ed enigmi della diva Maria Callas

17/09/2002 in Cultura
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Di Luca Delpozzo
Sirmione

Sul pal­cosceni­co è sta­ta Vio­let­ta e Nor­ma, e Turan­dot, Tosca ed Eleono­ra, e a ogni eroina del melo­dram­ma ha con­fer­i­to dol­cez­za e carat­tere, fragilità e pas­sione. Ma soprat­tut­to è sta­ta , «la div­ina», crea­tu­ra reale e per­son­ag­gio da leggen­da, nata per stupire il mon­do. A un quar­to di sec­o­lo dal­la sua morte, avvenu­ta nel­la notte tra il 15 e il 16 set­tem­bre 1977, la popo­lar­ità del­la sopra­no più ama­ta del­la sto­ria non accen­na a diminuire: men­tre arri­va nelle sale cin­e­matogra­fiche il film di Fran­co Zef­firelli Callas For­ev­er, inter­pre­ta­to da Fan­ny Ardant, ricostru­iamo con Ren­zo Alle­gri le orig­i­ni d’un mito. Gior­nal­ista e scrit­tore, Ren­zo Alle­gri è attual­mente col­lab­o­ra alla riv­ista giap­ponese Hon­gaku No Tomo, una delle più autorevoli pub­bli­cazioni musi­cali del mon­do, e ha pub­bli­ca­to una quar­an­ti­na di lib­ri, tre dei quali ded­i­cati alla Callas. — Lei ha conosci­u­to per­sonal­mente Maria Callas: come la ricor­da? «Sco­prii la sua bravu­ra a metà degli anni Cinquan­ta, quan­do anco­ra non face­vo il gior­nal­ista, ma ero già appas­sion­a­to di lir­i­ca. Quan­do poi iniziai a occu­par­mi di musi­ca per i gior­nali, so- gna­vo di incon­trar­la, ma sape­vo che era impos­si­bile per­ché la Callas non ave­va sim­pa­tia per i gior­nal­isti e io per di più ero uno sconosci­u­to. Ma un giorno del ’73 andai a Tori­no per un reportage sul- l’inaugurazione del Nuo­vo Teatro Regio, final­mente ricostru­ito dopo i bom­bar­da­men­ti del­la guer­ra: l’inaugurazione avveni­va con I vespri sicil­iani di Ver- di, diret­ti da Giuseppe Di Ste­fano e Ma- ria Callas. Inter­vis­tai Di Ste­fano, che co- nosce­vo già bene. Al ter­mine dell’intervista gli chiesi se pote­vo met­tere qualche frase in boc­ca alla Callas, vis­to che fir­ma­vano la regia insieme. “Per­ché non lo doman­di a lei?”, disse Di Ste­fano. “Impos­si­bile — gli risposi — ci sono due­cen­to gior­nal­isti venu­ti da tut­to il mon­do e non ha volu­to nep­pure far­si vedere, immag­i­na se par­la con me”. Di Ste­fano mi prese sot­to­brac­cio e mi portò da Ma- ria Callas. Le disse: “Questo è un gio­vane gior­nal­ista ami­co mio che ha una gran pau­ra di te”. Lei si mise a rid­ere, io arrossii, non sape­vo cosa dire, ma lei mi fece cor­ag­gio e alla fine uscii da quel­la cam­era con una lun­ga inter­vista esclu­si­va. In segui­to la inter­vis­tai numerose volte. Era una don­na mis­te­riosa, affasci­nante. Quan­do parla­va, ave­va un tono di voce fred­do, da man­ag­er. Quan­do ti guar­da­va, il suo sguar­do ti pen­e­tra­va nel cuore: non era uno sguar­do cat­ti­vo, sem­bra­va piut­tosto quel­lo di una bam­bi­na tim­o­rosa e inde­cisa». — Nel libro Callas by Callas lei ha scrit­to che le sue inter­pre­tazioni, anche quelle che risal­go­no agli Anni ’50, non appaiono datate: che cosa ren­de­va la sua voce così uni­ca da essere sen­za tem­po? «Le inter­pre­tazioni del­la Callas sono sen­za tem­po per­ché sono arte pura. Viv­i­fi­ca­va la musi­ca. Ogni frase melod­i­ca che usci­va dal­la sua boc­ca era per­fet­ta, tor­ni­ta, lib­era da orpel­li. Entra­va nel per­son­ag­gio come in un vesti­to cuci­to su di lei. “Diven­ta­va” il per­son­ag­gio che sta­va inter­pre­tan­do, ne dava una rap­p­re­sen­tazione che era “la ver­ità”. E la ver­ità non conosce mode, non cam­bia nel tem­po, non può essere miglio­ra­ta. È un cap­ola­voro per sem­pre». — Cosa sig­nifi­ca­va per lei la musi­ca? «Il can­to per Maria sig­nifi­ca­va la vi- ta. Era nata per cantare. Già a 10 anni, a New York, parte­ci­pa­va a con­cor­si radio­foni­ci vin­cen­doli sem­pre. Lo stu­dio del­la musi­ca, del pianoforte e del can­to non le pesò mai. Quan­do si trasferì in Gre­cia e stu­di­a­va con la can­tante spag­no­la Helvi­ra De Hidal­go, si fer­ma­va a scuo­la dal­la mat­ti­na alla sera. Dopo la sua le- zione, chiede­va d’assistere a quelle degli altri stu­den­ti. Non ave­va altri inter­es­si al di fuori del can­to. E così app­rese le tec­niche di tutte le voci: sopra­no, con­tral­to, tenore, baritono e bas­so». — Che rap­por­to ave­va con la sua voce? «Un rap­por­to di amore e odio. Amore per­ché le per­me­t­te­va di esprimere le emozioni che ave­va den­tro, odio per­ché a volte non le con­cede­va di fare ciò che avrebbe volu­to. E questo odio in cer­ti momen­ti arrivò al pun­to che avrebbe volu­to uccider­si. C’è una let­tera ter­ri­bile che la Callas scrisse nel 1948, quan­do sta­va stu­dian­do Nor­ma, opera dif­fi­cilis­si­ma, che lei inter­pretò in modo inim­itabile: “Vor­rei che la voce mi obbe­disse sem­pre, come voglio io. Ma pare che io voglia trop­po. L’organo vocale è ingra­to e non rende come vor­rei. Anzi, direi che è ribelle e non vuole essere comanda­to o, per meglio dire, dom­i­na­to. Vuole sfug­gire sem­pre, e io ne sof­fro. Certe volte arri­vo al pun­to da invo­care la morte per lib­er­ar­mi dai tor­men­ti e dalle angosce che mi afflig­gono”». — Fra le tante eroine da lei inter­pre­tate sul pal­cosceni­co, quale le assomigli­a­va di più? «È dif­fi­cile dir­lo, per­ché cre­do che nes­suno abbia mai conosci­u­to la vera Callas. Maria parla­va molto con gli ami- ci, quan­do era innamora­ta scrive­va let- tere lunghissime, ma ho l’impressione che non abbia mai sve­la­to total­mente il pro­prio ani­mo a nes­suno. Lo face­va con la musi­ca, can­tan­do, ma allo­ra dob­bi­amo dire che tut­ti i per­son­ag­gi da lei inter­pre­tati le assomigli­a­vano. Per­ché ogni vol­ta che inter­pre­ta­va una parte, la sua per­son­al­ità si annulla­va per di- venire quel­la dell’eroina di turno. Il di- ret­tore d’orchestra Car­lo Maria Giuli­ni, che la diresse nel­la famosa Travi­a­ta al- la Scala del 1955, con la regia di Vis­con­ti, mi disse un giorno: “Io conosco Maria Callas-Vio­let­ta, Maria Callas-Nor­ma, Maria Callas-Amelia, Maria Callas-Leono­ra eccetera, ma non saprei dire chi sia Maria Callas don­na, sen­za la maschera di un per­son­ag­gio del melo­dram­ma. Maria Callas don­na per me è un enig­ma». — Come un altro mito coe­vo, Mar­i­lyn Mon­roe, Callas morì in cir­costanze mis­te­riose, con accan­to un fla­cone di bar­bi­turi­ci. Che idea si è fat­to del­la sua morte? «Sul­la fine del­la Callas sono state fat­te molti ipote­si. Suo mar­i­to, Gio­van Bat­tista Menegh­i­ni, sostene­va che era sta­ta uccisa. Giuseppe Di Ste­fano, che fu suo com­pag­no per alcu­ni anni, mi ha rac­con­ta­to che Maria pren­de­va son­niferi poten­tis­si­mi per dormire e poi altret­tan­to poten­ti sti­molan­ti per sveg­liar­si; e sec­on­do lui, in quell’altalena di seda­tivi ed ecc­i­tan­ti alla fine il cuore saltò. Per- sonal­mente pen­so che Maria sia mor­ta quan­do si rese con­to che non pote­va più cantare (è la tesi anche del film di Zef­firelli in usci­ta, ndr). Da allo­ra ebbe inizio il suo dram­mati­co tra­mon­to: la vita soli­taria nel­la casa a Pari­gi e poi la improvvisa fine la mat­ti­na del 16 set­tem­bre 1977. In un libro di preghiere che te- neva sul comodi­no fu trova­to un bigli­et­to su cui ave­va copi­a­to, qualche set­ti­mana pri­ma, le parole di una cele­bre aria del­la Gio­con­da , l’aria che la pro­tag­o­nista can­ta nel IV atto, pri­ma di pug­nalar­si, e che com­in­cia con la paro­la “sui­cidio”. Per­ché ave­va copi­a­to quei versi?».

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