Si sta restaurando a Lazise l’antico edificio che per oltre due secoli ha diffuso nel mondo gli agrumi del lago

Torna a vivere l’ultima oasi per i limoni

31/01/2001 in Cultura
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Di Luca Delpozzo
Sergio Bazerla

Ora sul lago più nes­suno colti­va limoni. Sola­mente qualche «pri­va­to» colti­va per sé e per uso esclu­si­va­mente famil­iare qualche pianta, riparan­dola in inver­no in qualche can­ti­na o in una sor­ta di ser­ra allesti­ta per l’occasione, tan­to da togliere dai rig­ori dell’inverno la del­i­ca­ta pianta di agru­mi gial­li. Eppure c’è sta­to un tem­po in cui si pro­duce­vano, soprat­tut­to sul­la spon­da bres­ciana, i limoni, i cosid­det­ti «limoni mod­el­lo». E non a caso la tipi­ca coltura avveni­va pro­prio a Limone. Prese avvio nel sec­o­lo XVIII, assumen­do ben presto carat­ter­is­tiche di una vera e pro­pria indus­tria. Tipiche ed al tem­po stes­so uniche, le ampie limon­aie, in pieno sole, ben col­lo­cate fra i minu­ti spazi disponi­bili e le roc­ce delle mon­tagne che cir­con­dano il . Sul ver­sante veronese restano in pie­di sola­mente alcu­ni «rud­eri» delle limon­aie, soprat­tut­to nel­la zona di San Vig­ilio ed al castel­lo di Tor­ri. Pochissime invece nel bas­so lago, per non dire qua­si nul­la. L’unica rimas­ta anco­ra «in vita» a Lazise è quel­la ubi­ca­ta a ridos­so del lun­go­la­go, nel­la zona del por­tic­ci­o­lo, all’interno del pic­co­lo cor­tile dove anco­ra si tro­va l’antico tor­rione scaligero che cos­ti­tu­i­va la tes­ta­ta delle mura scaligere in direzione nord del paese. Di fat­to la con­tin­u­azione del­la cin­ta muraria che con­duce fino a por­ta Can­signo­rio, dal lun­go­la­go Mar­coni. Lì anco­ra oggi si tro­va una limon­a­ia, sicu­ra­mente l’unica tes­ti­mo­ni­an­za attuale delle limon­aie tipiche del lago di Gar­da. Ed è pro­prio in questi giorni che han­no pre­so avvio i lavori di restau­ro e recu­pero di questo anti­co man­u­fat­to, ora di pro­pri­età del­la famiglia Frat­ta. A curarne la prog­et­tual­ità ricostrut­ti­va è l’ingegnere Enri­co Loren­zi­ni, garde­sano «de soca», in stret­ta col­lab­o­razione e sin­to­nia con la Soprint­en­den­za ai beni ambi­en­tali di Verona. L’impresa che cur­erà i lavori di restau­ro è la aril­i­cense impre­sa Francesco Lavel­li, la stes­sa che da anni sta operan­do nel cantiere del­la chiesa par­roc­chiale di San Mar­ti­no e nel teatro par­roc­chiale attiguo. La sto­ria dell’economia e dell’agrumicoltura garde­sana, un tem­po flori­da e esporta­ta in tut­ta Europa, dal Tiro­lo alla Polo­nia, alla Rus­sia, all’Austria, alla Ger­ma­nia, è ben spie­ga­ta da Domeni­co Fava nel suo vol­ume «I limoni a Limone sul Gar­da», edi­ta­to a cura del­la Cas­sa Rurale ed arti­giana di Vesio Tremo­sine. Per­ché l’industria degli agru­mi garde­sani, un tem­po fioren­tis­si­ma è cadu­ta in oblio? «La crisi iniz­iò nel­la sec­on­da metà del sec­o­lo scor­so», spie­ga Fava, «a causa del­la «gom­mosi», una malat­tia che provocò dan­ni ingen­ti alle piante. Il colpo di grazia lo diede lo scop­pio del­la pri­ma guer­ra mon­di­ale: gran parte del mate­ri­ale di leg­no che ser­vi­va a rico­prire le limon­aie venne req­ui­si­to per costru­ire bar­ri­ca­men­ti mil­i­tari e trincee, e così le piante non più riparate dai rig­ori dell’inverno morirono. Con l’avvento del tur­is­mo anche gli ulti­mi agru­mi­coltori preferirono trasfor­mar­si in alber­ga­tori e ris­tora­tori». Il limone sul Gar­da com­parve all’incirca nel XIII sec­o­lo, ad opera di cer­ti frati frances­cani di Gargnano. Oggi, inizio del ter­zo mil­len­nio, dei limoni del Gar­da non se ne par­la più. Restano, ormai ridotte a scheletri, dif­fi­cil­mente recu­per­abili, le antiche limon­aie, aut­en­tiche tes­ti­mo­ni­anze del­la sto­ria benacese. Pozzi di sto­ria e di civiltà che tra­mon­ta, ma che per for­tu­na a Lazise rimane anco­ra sal­da nell’animo di alcu­ni appassi­nati del «limone mod­el­lo» e delle sue limonaie.

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