Un progetto per Castello, villa romana e chiesa di S. Emiliano. L’idea è dar vita a un grande parco archeologico

Tre tesori in cento metri

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Di Luca Delpozzo
Maurizio Toscano

«Un che com­pren­da il Castel­lo, la chieset­ta di San­t’E­mil­iano e la che res­ta, per ora, sepol­ta». La pro­pos­ta è sta­ta lan­ci­a­ta nel cor­so del­l’in­con­tro pro­mosso dal Fon­do per l’Am­bi­ente Ital­iano, tenu­tosi pro­prio nel­l’an­tichissi­ma pieve di Sant“Emiliano (risale alla metà del 1100), dal sin­da­co di Padenghe, Gian­car­lo Alle­gri. Una pro­pos­ta, a dire il vero, che era già rim­balza­ta da tem­po. Che però è ora divenu­ta uffi­ciale, in quan­to l’Am­min­is­trazione comu­nale se ne farà cari­co. E questo gra­zie al , ma soprat­tut­to a quan­ti, nel pas­sato e nel pre­sente, han­no mostra­to sen­si­bil­ità e tena­cia nel­la lun­ga opera di risveg­lio delle coscien­ze e di recu­pero di queste tre gran­di tes­ti­mo­ni­anze, anche se una di esse — la vil­la romana — non è sta­ta anco­ra ripor­ta­ta alla luce. Uno tra i pri­mi a «risco­prire» la chiesa di San­t’E­mil­iano fu il com­pianto avvo­ca­to Pao­lo Maz­zar­di, pres­i­dente del­la Cas­sa rurale di Padenghe. «Era il 1965 — ricor­da con un velo di emozione l’al­lo­ra diret­tore del­la ban­ca, cav. San­dro Pasi­ni — e il pres­i­dente riuscì a rac­cogliere i pri­mi fon­di per dare una sis­temazione alla chiesa». Poi fu il turno del par­ro­co don Bruno Negret­to, che val­oriz­zò quel­la che, fino al ’500 era sta­ta la par­roc­chia uni­ca del paese. Come? Intan­to per­suaden­do la Curia veronese a non incor­po­rar­la nei pro­pri beni, las­cian­dola invece alla direzione del­la par­roc­chia locale. Poi met­ten­do mano ai pri­mi, sig­ni­fica­tivi restau­ri: il tet­to, la pavi­men­tazione, qualche sis­temazione. Cer­to, poca cosa rispet­to alle neces­sità, e ha tut­to­ra ques­ta pregev­ole pieve roman­i­ca. In ulti­mo, il Fai di zona, guida­to da Wal­ter Romag­no­li, «milanese di orig­ine ma padengh­ese da tren­t’an­ni per amore» come egli stes­so tiene a pre­cis­are, sta elab­o­ran­do un ambizioso prog­et­to che prevede il recu­pero rad­i­cale del­la chiesa, la ristrut­turazione totale del­la casci­na (oggi abi­ta­ta da una famiglia di con­ta­di­ni) per des­ti­narla a luo­go di cul­to, a eccle­si­at­i­ca e a sede di incon­tri cul­tur­ali e di med­i­tazione. Gli spazi, in effet­ti, sono notevoli, il panora­ma che si gode da questo promon­to­rio è uni­co sul . Ma la novità di spic­co viene dalle pazi­en­ti ricerche ese­gui­te dal docente ed arche­ol­o­go pro­fes­sor Gian­car­lo Quaglia, che ha con­fer­ma­to l’e­sisten­za di affres­chi di stra­or­di­nario val­ore stori­co e artis­ti­co sot­to le pareti di San­t’E­mil­iano. Si trat­ta con qua­si certez­za di affres­chi risalen­ti al ’200, il cui parziale recu­pero sem­bra pos­si­bile. Infine, la vil­la romana, risalente al I sec. d.C. del tipo «ter­male» in quan­to sareb­bero sta­ti indi­vid­uati impianti idri­ci e piscine. Tra l’al­tro, in zona espos­ta al sole a 360 gra­di. E i gusti degli antichi Romani si sa quan­to fos­sero raf­fi­nati. Vici­no alla vil­la, lo ricor­diamo ai più gio­vani, sarebbe dovu­ta pas­sare la cir­con­va­l­lazione di Padenghe. La stra­da avrebbe spac­ca­to in due un unicum di ter­ri­to­rio tra chiesa e vil­la sepol­ta, cre­an­do uno degli scem­pi peg­giori che si potessero immag­inare. Per for­tu­na, la Soprint­en­den­za ne bloc­cò l’iter e la tan­gen­ziale venne sposta­ta dal­l’al­tra parte. Il Fai ha pre­sen­ta­to il plas­ti­co del recu­pero del­la chiesa e del­la «canon­i­ca» davan­ti a molte autorità: l’on. Adri­ano Paroli, l’asses­sore regionale Fran­co Nicoli Cris­tiani, il sin­da­co Alle­gri, docen­ti e arche­olo­gi, il pres­i­dente dell’Azienda , Gui­do Maru­el­li (spon­sor di molte inizia­tive), il par­ro­co don Negret­to, il pro­fes­sor Andrea Nodari. Quest’ul­ti­mo, quale stu­dioso di sto­ria locale, pre­sen­terà il 22 dicem­bre nel­la sala comu­nale la pub­bli­cazione «Padenghe sul Gar­da. Alle radi­ci di una comu­nità». Lo stes­so Nodari, insieme a Wal­ter Romag­no­li, ha ricorda­to come l’ex canon­i­ca fos­se abi­ta­ta da topi, galline e conigli, oltre alle imman­ca­bili ster­paglie. Lenta­mente, la canon­i­ca è sta­ta rip­uli­ta, ma è anco­ra tut­ta da ricostru­ire. A poche centi­na­ia di metri, inoltre, si erge il grandioso castel­lo, costru­ito attorno al 1100 per difend­er­si dagli Ungari. Ecco per­chè in questo pic­co­lo lem­bo di col­li­na a bal­cone sul Bena­co tre stu­pe­facen­ti tes­ti­mo­ni­anze stori­co-artis­tiche potreb­bero risultare una car­ta vin­cente per Padenghe. Ci vor­ran­no anni, forse decen­ni, purtrop­po, pri­ma di resti­tuir­li ai loro fasti: ma c’è chi almeno ne com­in­cia a par­lare. Oggi la chiesa di San­t’E­mil­iano non è nem­meno seg­nala­ta. Sul­la stra­da, infat­ti, c’è un solo sen­tiero di cam­pagna. Quale pri­mo atto con­cre­to, servirebbe allo­ra almeno un cartel­lo che ne indichi il luo­go, e poi la pos­si­bil­ità di aprire la chieset­ta qualche ora nei fine set­ti­mana, gra­zie al volon­tari­a­to, per incor­ag­gia­re i pri­mi tur­isti a visitarla.

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