Le colonie elioterapiche «Carteri» di Borghetto furono aperte nel 1936 per migliorare la «razza italica e fascista».

Tutti in colonia contro la perfida Albione

31/10/2001 in Storia
Parole chiave:
Di Luca Delpozzo
Ernesto Barbieri

Amar­cord valeg­giano. Molte cose vi sareb­bero da rac­con­tare sulle Colonie elioter­apiche (ter­apia del sole) «Plinio Car­teri» di Borghet­to, aperte sulle rive del Min­cio l’anno 1936. Lo scopo era di «miglio­rare la raz­za» garan­ten­do ai ragazz­i­ni la pos­si­bil­ità di prati­care nel peri­o­do esti­vo (luglio e agos­to) una vita sana e all’aria aper­ta: bag­ni di sole e nel­la pisci­na, giochi educa­tivi ed attiv­ità varie. L’ammissione alle Colonie avveni­va col­la visi­ta med­ica del dot­tor Agide Del Bue e la vac­ci­nazione anti­ti­fi­ca per via del­la temutis­si­ma iniezione, ossia la pun­tu­ra nell’ambulatorio comu­nale di vico­lo Napoleone (Palaz­zo Guar­i­en­ti). L’assistente Agno­let­to (nes­suna relazione con Gen­o­va e il G8) in cam­ice bian­co, garan­ti­va ai bam­bi­ni timi­di che l’iniezione sarebbe sta­ta leg­gera come «el becon d’un pul­zo». La gior­na­ta alle colonie ave­va inizio coll’adunata in piaz­za Car­lo Alber­to a Valeg­gio alle 8 del mat­ti­no; poi in fila i ragazz­i­ni scen­de­vano i bre­vi gironi dei gia­r­di­ni, e alle 8 e mez­zo era­no già coloni pron­ti per l’alza bandiera. La Lib­era (super­don­na alle cucine) ave­va, intan­to, già scodel­la­to il lat­te con un po’ di cacao e il rel­a­ti­vo pani­no nel refet­to­rio. Al «Buon appeti­to» del­la sig­no­ra Diret­trice, i bim­bi rispon­de­vano «Gra­zie al Duce». Qua­si un’educazione para­mil­itare gov­er­na­ta a suon di fis­chi­et­to. Dopo pran­zo i bam­bi­ni riposa­vano nelle cam­er­ate (dis­tin­ti dalle bam­bine) su sem­pli­ci bran­dine sot­to l’occhio atten­to delle vig­i­la­tri­ci. Niente schia­mazzi dopo il silen­zio. Talu­na di queste vig­i­la­tri­ci, poi, alla sera dove­va rag­giun­gere l’ per assis­tere all’opera, e per­tan­to, pri­ma di recar­si alla stazione del Borghet­to e salire sul­la lit­to­ri­na del­la vicinis­si­ma fer­rovia «Man­to­va-Peschiera» invi­ta­vano i ragazzi a pre­gare il buon Dio che non venisse a pio­vere! Negli Anni Quar­an­ta, in pieno con­flit­to con­tro l’Inghilterra, furoreg­giò come sag­gio un inno di Vin­cen­zo Mon­ti con­tro la «per­fi­da Albione»; musi­ca­to a tem­po di mar­cia per pianoforte e tam­buro dal vio­lin­ista Mar­forio di Valeg­gio. Ecco il sonet­to del Mon­ti, come figu­ra nelle «Poe­sie» dell’edizione Utet: Tito­lo: «Con­tro l’Inghilterra»: «… Fuci­na di delit­ti, in cui si ser­ra / tut­to d’Europa il dan­no ed il cor­doglio, / tem­po ver­rà che abbasserai l’orgoglio / se stan­co alfin pur Dio non ti sot­ter­ra. / La man che tem­pra dei Lati­ni il fato / ti scom­por­rà le trec­ce, e fia che chi­u­da / questo di sangue umano empio mer­ca­to. / Pace avrà il mon­do: e tu, feroce e cru­da / del mar tiran­na, all’amo abban­do­na­to / farai ritorno pesca­trice ignu­da». Ed ecco un esem­pio di «atto eroico» o qua­si, in lin­ea col feroce inno. Nell’avvicinarsi di un brut­to tem­po­rale che rumoreg­gia­va minac­cioso, una valeg­giana in bici­clet­ta giunse trafe­la­ta giù a Borghet­to a pren­dere, impau­ri­ta, suo figlio. Pre­sen­tatasi alla por­ta car­ra­ia, venne bloc­ca­ta dai balil­la di guardia, che non vollero far­la entrare per ordi­ni supe­ri­ori e per questo col­la baionet­ta innes­ta­ta le bucarono la ruota.

Parole chiave: