Un salvataggio in extremis: Vittorio Emanuele III

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Di Luca Delpozzo

A Peschiera del Garda, Vittorio Emanuele III (1869-1947) si salvò (temporaneamente)  il regno e anche la dinastia.

Era salito al trono nel 1900, succedendo al padre Umberto I assassinato a Monza.

I fatti sono noti: quando il re Vittorio Emanuele III convocò a Peschiera l’8 novembre 1917 gli alleati inglesi e francesi, la situazione dell’esercito italiano era pressoché disperata. Le forze nemiche avevano rotto a Caporetto e stavano scendendo per la pianura veneta. I soldati italiani quando non si erano arresi erano in una ritirata disordinata.

Il morale era bassissimo. L’allora giovane tenente Erwin Rommel che con i suoi aveva conquistato il monte Matajur alle Valli del Natisone, racconta nelle sue memorie di guerra dei soldati italiani che abbracciavano i soldati tedeschi che li facevano prigionieri. Il ripiegamento italiano si era trasformato in una fuga disordinata. La sola cosa fattibile era tentare di fermare le truppe degli Imperi centrali sulle rive di qualcuno dei fiumi che dalle Alpi scendono verso l’Adriatico nella pianura veneta.

Nel convegno di Peschiera, che si teneva in quella che oggi è la Palazzina Storica, gli alleati,  il premier inglese Lloyd George e Jan Smuts e il primo ministro francese Paul Painlevé e il ministro Henry Franklin-Bouillon avrebbero voluto stabilire una linea di resistenza all’Adige o addirittura al Mincio. Questo voleva dire perdere Venezia e tutto l’alto Adriatico con conseguenze anche sulla guerra sul mare, non solo ma per i Savoia, di fronte a un assai probabile disfatta e voleva dire la scomparsa della dinastia dal governo dell’Italia e forse la divisione della parte settentrionale della penisola. Per queste ragioni il re si era incaponito su una difesa il più a oriente possibile che egli ipotizzava al Piave.

Fu una delle sue mosse più azzeccate e probabilmente gli salvò il trono. Il vecchio Franz Joseph, nei pochi anni che l’Italia gli fu alleata, diede un giudizio azzeccato su Vittorio Emanuele III: per lui il giovane re era eccessivamente ambizioso.

I fatti dovevano dargli ragione. La campagna di Libia (1911-1912) era stata vinta a fatica, tuttavia era stata vinta. Forse ringalluzzito da questa vittoria il re volle  cimentarsi nella guerra contro i già alleati imperi centrali in un conflitto che diede avvio alla distruzione dell’Europa. Questa la vinse per il rotto della cuffia.

Geloso dei poteri dinastici, accolse favorevolmente il movimento fascista che gli garantiva ordine contro le istanze repubblicane bolsceviche del dopoguerra. Appoggiò la campagna d’Etiopia, anch’essa vinta non senza difficoltà e la “presa” dell’Albania approfittando di difficoltà politiche locali.

Divenuto re d’Italia e d’Albania, imperatore  d’Etiopia e titolare di un’altra trentina di vari titoli, non si oppose all’alleanza con la Germania nazista e all’entrata in guerra al suo fianco, forse sperando in una Blitzkrieg  di pochi mesi e in nuove conquiste territoriali.

I fatti andarono differentemente: le nazioni dell’asse Roma-Berlino-Tokio persero la guerra; l’Italia perse le colonie, i territori dalmati che erano stati della gloriosa Repubblica di Venezia e venne anche mutilata di ampie parti di territorio metropolitano. Si era avverato ancora una volta il proverbio veneto “a usel  ingordo ghe  crepa el goso” (a uccello ingordo scoppia il gozzo).

Assolutamente  inglorioso il suo crepuscolo, con la fuga a Brindisi, la consegna in mano agli Alleati anglo-americani e l’abdicazione. I quali alleati lo ringraziarono per il voltafaccia dell’ultimo momento a loro favore organizzandogli contro il referendum Monarchia-Repubblica, ampiamente truccato, che pose fine ai sogni dinastici dei Savoia. Morì in esilio in Egitto.

Giorgio Maria Cambié

Giorgio Maria Cambié

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