Così nel ’45 il giornalista Pietro Biancardi ricorda la nascita e la decadenza dell’enclave fascista in riva al Garda. Dove si governava anche in costume da bagno. I primi gerarchi arrivarono alla fine di settembre 1943, requisirono alberghi e le ville pi

Una «repubblichina» da villeggiatura

18/11/2004 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Attilio Mazza

Domani e saba­to, dopo il pro­l­o­go di oggi entr­erà nel vivo a Salò il con­veg­no sul tema «Agri­coltura e vita quo­tid­i­ana al tem­po del­la Repub­bli­ca Sociale Ital­iana», orga­niz­za­to dal Cen­tro stu­di e doc­u­men­tazione sul peri­o­do stori­co del­la RSI pre­siedu­to dal pro­fes­sor Rober­to Chiari­ni. L’in­con­tro offre lo spun­to per rileg­gere alcune pagine pub­bli­cate dal­la stam­pa pochi mesi dopo la con­clu­sione di quel gov­er­no effimero. La pres­ti­giosa riv­ista milanese «L’Il­lus­trazione Ital­iana» ospitò, nel­l’agos­to 1945, un lun­go servizio in due pun­tate in cui Pietro Bian­car­di ricostruì giorni abbas­tan­za diver­si da quel­li lugubri di trage­dia che carat­ter­iz­zarono i cir­ca ven­ti mesi del­la cosid­det­ta Repub­bli­ca di Salò. Con piglio iron­i­co — e usan­do le let­tere minus­cole citan­do la Rsi — l’au­tore ricordò che era esis­ti­ta «la repub­blichi­na, molto min­is­te­ri­ale» e che fu chia­ma­ta, «meno pom­posa­mente», Repub­bli­ca di Salò. Sul­la Riv­iera del Gar­da la guer­ra era parsa per molti anni assai lon­tana. Poi, improvvisa­mente, ver­so il 20 set­tem­bre 1943, al tra­mon­to, apparvero le prime staffette. «Era­no rapidis­sime auto­mo­bili dalle quali sce­sero gio­van­ot­ti dal­l’ac­cen­to romano o fiorenti­no. I tedeschi di Kesser­ling, con fragorose colonne di car­ri armati, ave­vano occu­pa­ta la Garde­sana, e ave­vano fat­to sgom­brare in ven­ti­quat­tro ore migli­a­ia di sfol­lati ricoverati negli alberghi e nelle pen­sioni. Nel­la scia di quei car­ri armati fecero la loro com­parsa le auto­mo­bili arro­gan­ti dei neo­re­pub­bli­cani, le staffette di una dozzi­na di min­is­teri improvvisati sul tavo­lo di una bir­re­ria di Mona­co. Suonarono ai can­cel­li delle vile, incol­larono agli usci cartel­li di req­ui­sizione, stampigliarono tessere annonar­ie — ogni min­is­te­ri­ale ave­va tre tessere — sparpagliarono uffi­ci, seg­reterie, prefet­ti, capi di gabi­net­to, archivi, scartoffie vec­chie e nuove, tim­bri e sig­illi, poliziot­ti trav­es­ti­ti da fat­tori­ni e alti fun­zionari in pan­taloni bianchi da vil­leg­gianti fra gli uliveti e i cipres­seti, lun­go i nas­tri d’as­fal­to delle strade fra Gargnano e Desen­zano, fra Bres­cia e Salò, e su per i sen­tieri sas­sosi dei pae­sot­ti a mez­za cos­ta». Arrivò così «la “repub­bli­ca sociale ital­iana” coi pri­mi mitra, sem­pre più numerosi, coi pri­mi rotoli di filo spina­to, coi pri­mi carichi di cemen­to per la costruzione di ricov­eri anti­aerei». In meno di ven­ti­quat­tro ore ven­nero fat­ti slog­gia­re i tuber­coloti­ci ricoverati nei sana­tori, soprat­tut­to in quel­li di Gar­done Riv­iera, e par­tirono . Alle parten­ze fecero segui­to gli arrivi: ger­ar­chi, servi negri emi­grati da Addis Abe­ba, tenori con­ver­ti­ti alla “coop­er­a­ti­va lir­i­ca repub­bli­cana sociale”. Arrivò anche «qualche rot­tame di naufra­gio futur­ista, qualche canu­to stori­co sen­za memo­ria, qualche ex comu­nista da tem­po for­ag­gia­to dalle casse del­la polizia polit­i­ca». La gente si chiede­va per quale ragione fos­sero giun­ti tut­ti sulle sponde tran­quille del . Dove­vano fon­dare quel­la che sarebbe pas­sa­ta popo­lar­mente alla sto­ria come Repub­bli­ca di Salò. E subito, all’in­do­mani, «il prez­zo del­l’o­lio era rad­doppi­a­to, il for­naio veni­va invi­ta­to a cuo­cere un po’ di pane bian­co per gli stomaci del­i­cati, la leg­na trip­li­ca­va di prez­zo, le stufe di fer­ro (si prevede­va un inver­no rigi­do) era­no req­ui­site e diven­ta­vano introv­abili, assieme alle cucine eco­nomiche. Le fab­briche di mobili dei din­torni ricevet­tero fret­tolose ordi­nazioni di centi­na­ia di scrivanie e cartel­liere. Arrivarono camionci­ni carichi di mac­chine per scri­vere. I min­is­te­ri­ali ave­vano “fame di domes­tiche”, dato che le vec­chie fan­tesche romane non se l’er­a­no sen­ti­ta di seguire i neo repub­bli­cani nel­l’avven­tu­ra del Nord. Le mogli dei prefet­ti e dei capi di gabi­net­to non bada­vano a spese. L’e­cono­mia pri­va­ta del Gar­da subì il pri­mo colpo del­l’in­flazione. Nelle ville vuote, spalan­cate le finestre, con gio­van­ot­ti armati di mitra ai can­cel­li, rinasce­vano le seg­reterie del par­ti­to, i coman­di del­l’e­serci­to, la polizia, i min­is­teri. I min­istri non ave­vano nei pri­mi giorni, un tavo­lo, e tenevano l’ap­parec­chio del tele­fono in ter­ra. Riceve­vano il pub­bli­co in mutan­dine da bag­no, per­ché il lago era a due pas­si e, fra una prat­i­ca e l’al­tra, un tuffo era un vero refrige­rio». Il Vit­to­ri­ale face­va gola molti per­ché con­sid­er­a­to una pos­si­bile sede del­la sfol­la­ta Accad­e­mia d’I­talia, o dimo­ra di Mus­soli­ni, oppure per ospitare il min­is­tero del­la Cul­tura. Mus­soli­ni, dal can­to suo, «fece capire che il Vit­to­ri­ale, con la sua mole di pietre bianche, era un bersaglio trop­po indi­vidu­a­bile dal­l’al­to». Inoltre «ave­va guarda­to sem­pre d’An­nun­zio con sospet­to, e non gli gar­ba­va di dormire con quel cele­bre mor­to muro a muro». E così la casa del vate non fu occu­pa­ta. Gli alberghi ven­nero trasfor­mati in ospedali e accolsero migli­a­ia di fer­i­ti. «Sulle strade, dove pas­sa­vano i ger­ar­chi repub­bli­chi­ni con le loro auto­mo­bili da vil­leg­gianti politi­ci, pren­de­vano il sole, coi moncheri­ni all’aria, i muti­lati, quel­li che sareb­bero tor­nati in Ger­ma­nia sen­za una gam­ba, sen­za un pol­mone, sen­za gli occhi». A Gar­done, a mez­za cos­ta sul colle, si «scav­arono in otto­bre le prime fos­se di un cimitero di guer­ra. Una salve di fuci­le­ria salu­ta­va i mor­ti che scen­de­vano nel­la pace di ques­ta ter­ra ital­iana: mor­ti tedeschi e pri­gion­ieri rus­si, ingle­si, amer­i­cani che s’er­a­no spen­ti all’ospedale. Il cimitero, in quel­l’aria da panora­ma da man­i­festo tur­is­ti­co, in quel cli­ma da viag­gio di nozze, allineò di mese in mese centi­na­ia di tombe; e fu l’u­ni­ca cosa seria di quel­l’at­mos­fera che gravò per un anno e mez­zo su ques­ta col­lana di ville e vil­lette che fu la dis­sem­i­na­ta cap­i­tale garde­sana del­la san­guinosa e folle repub­bli­ca sociale». Divenne «una cap­i­tale da vil­leg­giatu­ra». Il Quarti­er Gen­erale — come venne ampol­losa­mente chiam­a­to — non «vive­va sot­to la ten­da, ma in ville borgh­e­si, con bag­no e acqua cal­da cor­rente, con vas­ca per i pesci rossi in gia­rdi­no, con in salot­to anco­ra il pianoforte del­la padrona di casa e sul leg­gio i Not­turni di Chopin. Parti­vano da qui gli ordi­ni di pre­sen­tazione alle armi, i decreti legge che com­mi­na­vano le fucilazioni ai “ribel­li”, i piani di orga­niz­zazione dei Tri­bunali». Ma la cor­nice era quel­la di una vil­leg­giatu­ra di lus­so. Per questo, appe­na pas­sato il ponte di Gavar­do, che cos­ti­tu­i­va il con­fine del­la repub­bli­ca sociale, min­istri e fun­zionari, seg­re­tari politi­ci e fed­er­ali, coman­dan­ti di brigate nere e capi di repar­ti di polizia seg­re­ta «si trasfor­ma­vano negli ele­gan­ti cli­en­ti del­la stazione cli­mat­i­ca in voga, fedeli al bridge e al cock­tail, al pic­co­lo flirt e all’o­ra di sport elegante».