Andrea, l’ultimo in vita, è del 1919, ha combattuto in Africa, poi con gli angloamericani dopo l’8 settembre. Luigi in Africa, Giovanni e Guerrino reduci del fronte russo, Felice e Giuseppe in Francia, Avelino congedato perchè diventato capofamiglia, Ange

Una storia di Rivoltella

17/01/2006 in Storia
Parole chiave:
Di Luca Delpozzo
William Geroldi

di I sette fratel­li Cervi furono fucilati dai nazisti nel dicem­bre 1943. Gli otto fratel­li Tel­laroli di Riv­oltel­la, Aveli­no, Lui­gi, Andrea, Gio­van­ni, Guer­ri­no, Giuseppe, Felice, Ange­lo vestirono uno dopo l’altro in rap­i­da suc­ces­sione la divisa dell’Esercito per sod­dis­fare i sog­ni di glo­ria del Duce e dell’Impero. Tornarono tut­ti sani e salvi, ad eccezione del povero Ange­lo, ucciso da una nefrite nel 1930, ad appe­na 22 anni. La sto­ria dei fratel­li Tel­laroli riman­da la memo­ria al film «Sal­vate il solda­to Ryan», con la dif­feren­za che nel rac­con­to dei fratel­li desen­zane­si nes­suno fa nul­la per sal­var­li. Solo la buona stel­la e forse le preghiere del padre Pietro mor­to nel 1940 stron­ca­to da un infar­to li han­no sal­vati. «Siamo par­ti­ti tut­ti, sen­za pos­si­bil­ità di far altro, all’esercito ser­vivano uomi­ni per la guer­ra, a casa sono rimasti solo i gen­i­tori e le nos­tre sorelle» rac­con­ta Andrea, l’unico dei fratel­li Tel­laroli rimas­to in vita, gli altri se ne sono andati nel cor­so degli anni, chi mina­to dal­la malat­tia, chi di vec­chi­a­ia. Andrea vive ora con Jole, l’unica figlia avu­ta dal mat­ri­mo­nio con Bruna Loda che gli siede accan­to: pochi giorni fa, il 12 gen­naio, han­no cel­e­bra­to i sessant’anni di vita in comune. Andrea è alto, la schiena ricur­va e il pas­so sor­ret­to da un bas­tone: forte e aggrap­pa­to alla vita con quel­la tena­cia che appar­tiene solo alle per­sone provate da una esisten­za vota­ta alla fat­i­ca e che ad appe­na 26 anni ave­vano già conosci­u­to ciò che di più orri­bile non esiste, la guer­ra. «Lo sa quan­ti anni ha dato la mia famiglia alla guer­ra? Ben 56» fa la som­ma Andrea, qua­si volesse pre­sentare il con­to a qual­cuno. Andrea Tel­laroli, che in paese tut­ti conoscono con il sopran­nome di «Nano» ha 86 anni, ne ave­va 21 quan­do è par­ti­to. Direzione la Fran­cia, ma l’occupazione dell’alleato dirot­tò altrove i repar­ti ital­iani. «E così mi sono trova­to in Africa, in Lib­ia, otto mesi, con la divi­sione Ari­ete. Sei volte abbi­amo pre­so Tobruk, sei volte l’abbiamo per­sa. La mia divi­sione con­ta­va 6mila uomi­ni, ne sono tor­nati 800». Riv­ide la famiglia per la pri­ma vol­ta dall’arruolamento nel­la pri­mav­era del ’42: «Sono tor­na­to a casa in treno, il viadot­to di Desen­zano era sta­to col­pi­to dai bom­bar­da­men­ti, sono sce­so vici­no a casa, quan­do mi sono pre­sen­ta­to mia madre non mi ha riconosci­u­to, cre­de­va fos­si un vec­chio che face­va la car­ità». L’8 set­tem­bre 1843 l’armistizio sor­prende Andrea a Sud. Dis­ar­ma­to dagli alleati, finisce a lavo­rare al por­to di Bari, a scari­care le navi. Tan­ta fat­i­ca, poco cibo («Qualche pata­ta, rape e una brodaglia da bere)». Poi la scelta di com­bat­tere, a fian­co dell’8ª e 5ª arma­ta degli angloamer­i­cani. A Lec­ce l’inquadramento e la con­seg­na delle armi. Andrea entra a far parte di quei 500mila uomi­ni del Regio eserci­to che scel­go­no di com­bat­tere il nazi-fas­cis­mo. «Erava­mo in tan­tis­si­mi del nord, ci dis­sero che sarem­mo tor­nati a casa, che la guer­ra sarebbe fini­ta presto». Da casa intan­to non arrivano notizie. Aveli­no, il fratel­lo mag­giore, con­geda­to solo per­ché divenu­to capo­famiglia dopo la morte del padre Pietro, man­da avan­ti il lavoro nei campi. Il dolore per la perdi­ta di un fratel­lo l’aveva già prova­to. Nel 1930 era dece­du­to Ange­lo, appe­na arruo­la­to, ucciso da una nefrite ad appe­na 22 anni. «Ma non gli è sta­to riconosci­u­to il deces­so in servizio – protes­ta Andrea – per­ché l’Esercito ha sostenu­to che la malat­tia era sta­ta con­trat­ta a casa». E cosa ancor più triste non ha potu­to essere sepolto a Riv­oltel­la. «Le autorità mil­i­tari ci chiesero 6mila lire dell’epoca per riportare a casa la salma. Una cifra che non avrem­mo rac­colto nem­meno venden­do tut­to quel­lo di cui disponeva­mo». Ange­lo venne così sepolto in un paesino in provin­cia di Bolzano. «Soltan­to a guer­ra fini­ta – ricor­da Andrea – ho cer­ca­to di portare la mam­ma a pre­gare sul­la tom­ba di Ange­lo. Ma il con­flit­to ave­va can­cel­la­to il cimitero e così non sap­pi­amo nem­meno dove siano i suoi resti». Un altro fratel­lo, Lui­gi com­bat­te in Africa e poi nelle retro­vie ital­iane; Giuseppe e Felice sul fronte occi­den­tale, in Fran­cia, poi cat­turati; Gio­van­ni e Guer­ri­no, del leggen­dario battaglione Vestone (quel­lo del «Ser­gent­mag­iù, ghè rivarem a bai­ta?» rac­con­ta­to nel­lo struggente «Il ser­gente nel­la neve» di Rigo­ni Stern) toc­cano con mano la dis­per­azione del­la riti­ra­ta di Rus­sia. Sul Don, nel Vestone, c’era anche un cug­i­no di Andrea, Lui­gi Tel­laroli di Lona­to, medaglia d’argento al val­or mil­itare a Niko­la­jewka, mor­to il 22 luglio 1999. Andrea intan­to con gli angoloamer­i­cani risale la peniso­la, la fine del­la guer­ra lo tro­va a Faen­za. Sul pas­so del­la Futa, tra Toscana ed Emil­ia, tem­po pri­ma ave­va incon­tra­to un ami­co al quale si era riv­olto per far avvis­are la famiglia che era vivo. Nel­la pri­mav­era del ’45 man­da a quel paese un uffi­ciale e rag­giunge casa. «Ero a Verona, il tenente non vol­e­va las­cia­r­mi andare. Gli dis­si che non sape­vo nul­la del­la famiglia, che i miei fratel­li era­no tut­ti in guer­ra. A Desen­zano fac­cio però avver­tire mia madre che sta­vo arrivan­do, non vole­vo pre­sen­tar­mi davan­ti a lei così all’improvviso, teme­vo per l’emozione». Il con­ge­do giunge nel set­tem­bre 1945, a Vip­iteno. «Il mag­giore del repar­to ha tenu­to nascos­to il con­ge­do per 15 giorni, ero l’unico autista e gli ser­vi­vo. Poi cer­cò di con­vin­cer­mi a restare in divisa. ’Vedrai che tra quindi­ci giorni ti sarai pen­ti­to di ques­ta scelta’. Ma io non vole­vo più saperne del­la divisa, cinque anni di guer­ra era­no sta­ti abbas­tan­za». Pri­vazioni, fatiche, dolore, sono curate giorno dopo giorno dal­la gioia di ritrovar­si con i pro­pri cari. Uno ad uno tor­nano a casa tut­ti i fratel­li, il 1946 è l’anno dei mat­ri­moni, lui con la Bruna, la figlia del Gin Gin che ges­ti­va una trat­to­ria che esiste anco­ra. La casci­na Brog­no­li in cui vivono i Tel­laroli è un pic­co­lo vil­lag­gio: ci stan­no in trentadue tra mar­i­ti, mogli e figli. Del­la guer­ra soprav­vivono ami­cizie intense come quelle con i cre­mone­si Fran­co Giu­ber­toni e Bat­tista Man­dri­ni: «Abbi­amo con­tin­u­a­to a ved­er­ci; io anda­vo spes­so da loro e loro veni­vano a trovar­mi, ora sono mor­ti, sono rimas­to solo». Da civile Andrea Tel­laroli ha lavo­ra­to anco­ra qualche anno nei campi, facen­do po il manovale e il mura­tore. La guer­ra gli ha tor­men­ta­to a lun­go il son­no con incu­bi e visioni: «Mi sveg­li­a­vo in piena notte, sog­na­vo la guer­ra, riv­ive­vo le battaglie, vede­vo la morte, sen­ti­vo le gri­da di dolore dei miei ami­ci».

Parole chiave: