Il capitano originario del paese aiutò due sorelle ebree russe a salvarsi dallo sterminio e ricevette l’onorificenza da Israele

Una via per il «giusto» De Beni

12/01/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Barbara Bertasi

Una stel­la gial­la sta­va per con­dannare a morte due sorelle ebree, si sono sal­vate anche gra­zie alla let­tera che il cap­i­tano di artiglieria con­traerea Benedet­to De Beni, di Coster­mano, scrisse alla moglie dal­la Rus­sia pre­gan­dola di aiu­tar­le. Per ricor­dare questo fat­to basterebbe ora dare il nome a una stra­da. «Ci sta a cuore che un trat­to pedonale di via Tav­er­nole sia inti­to­la­to al cap­i­tano Benedet­to De Beni, nato nel 1903 a Coster­mano e mor­to a Berg­amo nel 1966, che durante la sec­on­da guer­ra mon­di­ale com­bat­té sul fronte rus­so e che, nel 1955, Israele insignì del tito­lo di Gius­to tra le nazioni per aver sal­va­to le due sorelle russe di orig­ine ebrea Rachel e Sara Tur­ok». Così Fran­co Comenci­ni, capogrup­po del­la lista civi­ca Tre pon­ti, in con­tat­to con il figlio del cap­i­tano, dot­tor Berar­do De Beni che abi­ta a Berg­amo, sol­lecita l’amministrazione a pro­cedere con l’intitolazione. Il grup­po lo ha già fat­to in con­siglio comu­nale, ma la repli­ca dell’amministrazione non li sod­dis­fa. Il sin­da­co Fioren­zo Loren­zi­ni infat­ti dice: «Siamo favorevoli a inti­to­lare la via al cap­i­tano De Beni, ma vogliamo indi­vid­uare tale via non nel­la stra­da pro­pos­ta dal­la mino­ran­za, che è sen­za abi­tan­ti e nem­meno il posti­no la vedrebbe, ma in una nuo­va lot­tiz­zazione res­i­den­ziale, che sarà fre­quen­ta­ta da molte famiglie, per dare risalto a questo per­son­ag­gio che, come altri di Coster­mano, ha com­pi­u­to azioni deg­ne di mer­i­to». E aggiunge: «Una via dovrà esser­ci anche in nome di San Gio­van­ni Cal­abria, che nel 1908 fu a Coster­mano, dove iniz­iò la sua opera di apos­to­la­to». Ma la lista Tre Pon­ti non mol­la: «Ci teni­amo che la via sia inti­to­la­ta al cap­i­tano in fret­ta, se atten­di­amo la lot­tiz­zazione passer­an­no anni. Sug­ge­ri­amo pro­prio il trat­to pedonale di via Tav­er­nole, vis­to che già in pas­sato il nos­tro grup­po avrebbe gra­di­to ricor­dasse tale cor­po mil­itare o qual­cuno tra loro meritev­ole. La stra­da è adat­ta: non aven­do abi­tan­ti non implicherebbe fas­tidiosi cam­bi di ind­i­rizzi sui doc­u­men­ti». «Conosco bene il figlio del cap­i­tano, Berar­do De Beni», spie­ga Comenci­ni, «per­ché siamo impeg­nati nell’. Ha già chiesto al prece­dente sin­da­co la stes­sa cosa». E il sin­da­co Loren­zi­ni: «Anche noi abbi­amo rispos­to favorevol­mente alla famiglia. Pure il mio pre­de­ces­sore si inter­essò all’ambasciata di Israele a Roma che, tele­foni­ca­mente, ha con­fer­ma­to gli avven­i­men­ti che valsero al cap­i­tano il cer­ti­fi­ca­to d’onore. Pren­der­e­mo in con­sid­er­azione la pro­pos­ta di Tre Pon­ti». Comenci­ni sfoglia i doc­u­men­ti riguardan­ti Benedet­to De Beni, sepolto nel cimitero del paese: «Prestò servizio sul fronte rus­so, il 17 luglio 1942 i tedeschi con­quis­tarono Voroshilov­grad, in Ucraina, che divenne una trap­po­la per gli ebrei. Tra le famiglie rimaste c’erano i Tur­ok, che dovet­tero reg­is­trar­si alle autorità naziste. Le figlie, Sara e Rachel, furono costrette a prestare servizio per rip­ulire un cin­e­ma dan­neg­gia­to da un bom­bar­da­men­to, che era vici­no a un edi­fi­cio dove stazion­a­va un’unità di sol­dati ital­iani. Entrambe ave­vano stu­di­a­to pianoforte e un giorno, suo­nan­do San­ta Lucia, richia­marono l’attenzione dei nos­tri. Questi por­tarono loro del cibo e le mis­ero in guardia. Il pri­mo novem­bre 1942 giunse l’ordine per i Tur­ok di radunar­si in piaz­za il mat­ti­no seguente. Ma le due sorelle, come con­corda­to, si trasferirono tra i sol­dati ital­iani e, men­tre gli altri par­en­ti finirono fucilati, loro per vol­ere del gen­erale Giglio furono asseg­nate all’unità che tor­na­va in Italia». Qui entra in sce­na De Beni: «Scrisse una let­tera alla moglie Isa, che abita­va a Gro­mo di Berg­amo, in Vil­la Cit­ta­di­ni, pre­gan­dola di occu­par­si delle ragazze. Loro, giunte in un con­ven­to a Udine, spedirono subito la let­tera a Isa, che le accolse. Le due sorelle rimasero con lei, aiu­tan­dola con i bim­bi. Il 26 aprile 1945 i par­ti­giani ital­iani lib­er­arono Gro­mo aiu­tan­do Rachel a unir­si alle truppe sovi­etiche e a tornare in patria, dove Sara era già rien­tra­ta». Quan­to al cap­i­tano: «Fu fat­to pri­gion­iero dai tedeschi e invi­a­to in un cam­po di con­cen­tra­men­to, da dove for­tu­nata­mente tornò».

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