Coro La Rocca di casa in casa per le biganàte

Un’antica tradizione

13/12/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Han­no com­in­ci­a­to lunedì sera per finire solo il 6 gen­naio: è il lun­go «tour de force» dei can­tori del coro La Roc­ca, impeg­nati nelle tradizion­ali «biganàte» i can­ti augu­rali por­tati di casa in casa. Come ogni anno, i coristi diret­ti da Gior­gio Avanzi­ni saran­no attivis­si­mi tutte le sere nel peri­o­do natal­izio: ci sono famiglie che preno­tano con largo anticipo il loro pas­sag­gio. Sta­vol­ta la mara­tona cano­ra è inizia­ta al mer­cati­no del lun­go­la­go, sot­to il ten­done del­lo stand gas­tro­nom­i­co del Natale tra gli olivi», dice Beppe Bertamè, inos­sid­abile pres­i­dente del­la corale garde­sana . «Lo stand è sta­to gesti­to dall’associazione alber­ga­tori, che ci ha chiesto di fare qualche can­ta natal­izia. Per noi è sta­to l’avvio delle nos­tre “biganàte”, che andran­no avan­ti fino all’». E sarà pro­prio attorno al falò dell’Epifania, allesti­to in piaz­za il 6 gen­naio, che avrà ter­mine quest’ennesima fat­i­ca­ta dei coristi. Nel frat­tem­po, non paghi di cantare ogni sera, si con­ced­er­an­no anche un con­cer­to nel giorno di Natale: il 25 dicem­bre, alle 17, si esi­bi­ran­no davan­ti al grande del par­co del­la Rimem­bran­za. È prati­ca­mente dall’anno del­la fon­dazione, il 1956, che il coro La Roc­ca tiene viva a Gar­da la tradizione antichissi­ma delle «biganàte». Il reper­to­rio di cante di Natale mes­so insieme negli anni è notevolis­si­mo. Il più bel­lo fra i can­ti natal­izi garde­sani è forse quel­lo dei «Tre Re», «Noi siamo lì tre Re venu­ti da l’Oriente per ado­rar Gesù, che l’ è un Re dei supe­ri­ori de tuti li magiori de quan­ti che al mon­do ne furono giammai». A ogni tap­pa è un «veg­nì den­tre a béver en gòto: ci vuole gran fisi­co per reg­gere. Tant’è che in genere il coro parte com­pat­to e poi, di sera in sera, le fila si van­no assot­tiglian­do.» Un tem­po, quan­do di quat­tri­ni nelle tasche dei garde­sani ne gira­vano ben pochi, le «biganàte» più ambite era­no quelle che si face­vano sot­to le case dei ric­chi. Ci si anda­va infagot­tati nei pas­trani, por­tan­do la stel­la e can­tan­do a squar­ci­ago­la, aspet­tan­do poi che qual­cuno facesse seg­no d’entrare a bere un bic­chiere. Allo­ra, come rac­con­ta Pino Cresci­ni nel suo libro «Parole che muoiono», pre­sen­ta­to pochi giorni orsono, «il loro capo appog­gia­va al muro il bas­tone con la stel­la a cinque punte ed entra­va con­teg­noso coi com­pari». Non sem­pre però le porte s’aprivano. «O che z ê nt osti­na­ta, che gn ê nt no i ne por­ta: fénghela su la por­ta e scapém via!» si gri­da­va allo­ra. Ven­di­can­dosi dell’affronto pati­to. Dice poi Cresci­ni che il ter­mine «biganà­ta» deriverebbe dal tedesco Wei­h­nacht, ossia Natale, notte san­ta. Sarebbe insom­ma il dono natal­izio. Marango­ni, che scrive di Capri­no, dove si par­la non già di «biganà­ta» ma di «gabinà­ta», ipo­tiz­za un con­nu­bio fra gabe — dono — e nacht — notte: «la notte del dono divi­no, la nasci­ta del Sal­va­tore». È prob­a­bil­mente invece la notte paganeg­giante del dio sole: sec­on­do molti stori­ci, il Natale cris­tiano si sarebbe infat­ti sovrap­pos­to a queste antichissime rit­u­al­ità. Pun­to di con­giun­zione fra l’antico cul­to solare e il Natale cris­tiano restano dunque oggi le «biganàte», man­tenute in vita a Gar­da dal coro La Roc­ca.

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