A Calmasino un importante ritrovamento di periodo romano ad opera dell’appassionato di archeologia Mario Parolotti

Un’urna di epoca imperiale tra gli scavi

08/03/2007 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Stefano Joppi

Un’urna cineraria pre­sum­i­bil­mente risalente al peri­o­do di Roma impe­ri­ale, è sta­ta scop­er­ta a Cal­masi­no nell’area a ridos­so delle ele­men­tari. Il sig­ni­fica­ti­vo ritrova­men­to arche­o­logi­co è avvenu­to qua­si per caso ad opera di Mario Parolot­ti, ispet­tore ono­rario del­la Soprint­en­den­za di Verona e fidu­cia­rio del arche­o­logi­co di Cavaion, in sopral­lu­o­go nel­la zona. Parolot­ti non è nuo­vo a queste scop­erte: nel 1993 fu tra col­oro i quali por­tarono alla luce, a Bosse­na di Cavaion, una necrop­oli romana.L’appassionato di pale­on­tolo­gia e arche­olo­gia rac­con­ta dell’ultimo ritrova­men­to, ora por­ta­to al munici­pio di Cavaion: «È sta­ta un’emozione uni­ca». I resti dell’urna trovati a Cal­masi­no ver­ran­no stu­diati del­la Soprint­en­den­za di Verona, di fat­to pro­pri­etaria di quan­to rin­venu­to nel pomerig­gio del mer­coledì delle Ceneri a un metro e mez­zo di pro­fon­dità nell’area dove è in atto una mod­i­fi­ca del­la , la costruzione di nuove abitazioni e di un parcheg­gio. «L’intenzione, una vol­ta sche­dati i pic­coli ogget­ti di ter­ra­cot­ta, è quel­la di esporre tut­to in munici­pio a », dichiara l’assessore alla cul­tura Plinio Boni.In atte­sa degli svilup­pi rimane lo stu­pore alla vista di quan­to al momen­to è depos­to in modo dis­or­di­na­to in una cas­set­ta per la frut­ta. Pezzi che con del­i­catez­za Parolot­ti mostra al cro­nista. Anco­ra con­tor­na­ta dal­la ter­ra è la fibu­la in bron­zo, poi una pic­co­la lucer­na che mostra in rilie­vo una figu­ra antropo­mor­fa, un’altra d’argilla con alla base la scrit­ta dell’artigiano autore del pez­zo (Eucarpy I), una spilla d’argento o pel­tro, una bot­tigli­et­ta di ceram­i­ca per oli pro­fu­mati, dei chio­di pre­sum­i­bil­mente del­la cas­sa con­te­nente il cor­po del defun­to poi cre­ma­to, una fib­bia di cin­tu­ra in bron­zo, vasel­lame di vario tipo tut­to da ricostru­ire, lacrima­toi in vetro, una pic­co­la olla, i mani­ci dell’anfora con­te­nente i resti delle ossa com­buste e una mon­e­ta: l’obolo a Caronte in dotazione al mor­to nel viag­gio nell’altro mon­do. Tra i resti anche un dente bru­ci­a­to. «Potrebbe essere utile per stu­di più appro­fon­di­ti», spie­ga Mario Parolot­ti, che non si sbi­lan­cia sul peri­o­do stori­co. «Potrem­mo essere nel pri­mo sec­o­lo dopo Cristo, tenen­do con­to che pro­prio in ques­ta nel­la zona dove ho rin­venu­to l’urna cineraria è sta­ta ritrova­ta, nel gen­naio del 1947, una pat­era di bron­zo (una bas­sa cop­pa uti­liz­za­ta per lavar­si le mani ai pasti) risalente a quel peri­o­do». Altro non aggiunge l’ispettore ono­rario, che dopo il ritrova­men­to ha subito avvisato il soprint­en­dente arche­o­logi­co del nucleo oper­a­ti­vo di Verona Brunel­la Bruno e Alber­to Mani­car­di del­la Sap, la soci­età arche­o­log­i­ca padana, entram­bi giun­ti a Cal­masi­no in un bat­tibaleno. Suc­ces­si­va­mente l’operazione di recu­pero dell’urna è avvenu­ta da parte dell’archeologo Alber­to Crosato, coa­d­i­u­va­to da Parolotti.

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