«La nostra casa», presente e futuro dell’accoglienza. Il vescovo: «Entrare qui è trovare il sole dopo tante nebbie»

Venticinque anni di attività con don Bruno

Di Luca Delpozzo
(giu.bo.)

Sono sta­ti due appun­ta­men­ti diver­si ma ugual­mente inten­si quel­li con i quali, ven­erdì sera e ieri mat­ti­na, l’associazione onlus «La nos­tra casa» — fon­da­ta con un grup­po di volon­tari da don Bruno Pozzetti — ha fes­teggia­to i suoi 25 anni di attiv­ità ded­i­ca­ta all’accoglienza. Ven­erdì la sede di local­ità Palaz­zo, a San Benedet­to di Lugana, ha ospi­ta­to una tavola roton­da sul tema «Verona di fronte alle nuove povertà e soli­tu­di­ni»: insieme a don Bruno han­no rac­con­ta­to le loro espe­rien­ze suor Vale­ria Gan­di­ni (Cen­tro ascolto Car­i­tas per le vit­time del­la pros­ti­tuzione); don Car­lo Vin­co (asso­ci­azione Il Cire­neo, che segue malati di Aids), don Ren­zo Zoc­ca (Fon­dazione L’Ancora per il dis­a­gio sul ter­ri­to­rio). Intro­ducen­do argo­men­to e rela­tori don Pozzetti ha pri­ma ricorda­to l’attività di accoglien­za de «La nos­tra casa», oggi strut­tura­ta in tre dis­tin­ti servizi: il Cen­tro educa­ti­vo occu­pazionale diurno, che ospi­ta 15 dis­abili psi­cofisi­ci dal mat­ti­no cui se ne aggiun­gono una deci­na nel pomerig­gio per l’attività psi­co­mo­to­ria; la Comu­nità allog­gio, o casa famiglia, che accoglie nove dis­abili; il cen­tro socio-riabil­i­ta­ti­vo, oggi fre­quen­ta­to da otto per­sone (ma ne può seguire 15) con cere­brole­sioni esi­ti di trau­mi crani­ci o vas­co­lari e che per l’aspetto ter­apeu­ti­co si avvale del­la col­lab­o­razione dell’istituto Don Cal­abria. «Ma questo è anche luo­go di accoglien­za e di ascolto per le per­sone indi­gen­ti o in dif­fi­coltà. Questo è un luo­go di rif­les­sione sui moltepli­ci aspet­ti delle situ­azioni di mar­gin­al­ità e devianze, alle quali cer­chi­amo di dare rispos­ta alla luce del­la paro­la di Dio. Anche in questo caso la Casa fa cul­tura», ha sot­to­lin­eato il fonda­tore dell’associazione, ricor­dan­do che la tavola roton­da vol­e­va dare vis­i­bil­ità «a una chiesa che non è solo quel­la che cel­e­bra ed evan­ge­liz­za, ma è anche quel­la che vive nelle sue pras­si una tes­ti­mo­ni­an­za strut­tura­ta del­la car­ità». Espe­rien­ze di un impeg­no che riven­di­ca la piena eccle­sial­ità ed é tes­ti­mo­ni­an­za del­la Dio­ce­si al pari di ogni altra. C’era anche questo nel rac­con­to dei reli­giosi che lavo­ra­no ogni giorno con pros­ti­tute, malati di Aids, per­sone in dif­fi­coltà. «Solo la polit­i­ca e le isti­tuzioni pos­sono e devono fer­mare il traf­fi­co orga­niz­za­to di esseri umani», ha det­to suor Vale­ria, «la mia è invece l’esperienza con le sue vit­time, inizia­ta nel gen­naio del 1996. Molte donne veni­vano al cen­tro di ascolto chieden­do aiu­to per trovare un lavoro o i doc­u­men­ti per las­cia­re la stra­da». Vicende non sem­pre con­clus­esi con esi­to felice. «Ricor­do Mary, 17 anni, ave­va la bron­copol­monite. Dormi­va nei cas­sonet­ti. Le ave­vano det­to: se stai tan­to male vai a Verona, alla Car­i­tas. Le ave­va­mo trova­to un lavoro ma un giorno mi ha por­ta­to un fogli­et­to di car­ta e ha det­to: “me ne devo andare”. Le chiede­vano sol­di e lei è scap­pa­ta. Mesi dopo una tele­fona­ta e da allo­ra niente più notizie». Oppure «la gio­vane mam­ma di una bim­ba di pochi mesi. Non sono rius­ci­ta a trovare né una casa né un lavoro per lei e non ho più saputo niente». Sto­rie di una lot­ta dif­fi­cilis­si­ma, «per­ché le sta­tis­tiche dicono che non c’è mai sta­ta tan­ta schi­av­itù come oggi. Ma quan­do si sal­va un essere umano si sal­va l’umanità. E non si può avere idea del­la forze e del cor­ag­gio che ho trova­to in queste donne». Una forza comune ad altre situ­azioni estreme, come quelle incon­trate da don Car­lo nel suo lavoro con i malati di Aids che, dice, «mi han­no aiu­ta­to a capire che al di là del rifi­u­to con­ta la scop­er­ta del­la per­sona. La cosa più grande é guardare al cuore delle per­sone». Tante le vicende: sto­rie di rifi­u­to e di emar­gin­azione e il sol­lie­vo prova­to anche solo nell’esser nuo­va­mente accolti da qual­cuno. Le espe­rien­ze di dis­a­gio tra gli immi­grati delle ex cartiere Fedrigo­ni o tra i gio­vani che non trovano la vita e se stes­si e la get­tano nel buco di una siringa o facen­dola fini­ta. «Come si può rimanere fer­mi di fronte a questo?», ha det­to don Zoc­ca par­lan­do dei suo inizi ver­so un mod­el­lo di par­roc­chia, «così la chi­amo io», che accoglie tut­ti: dai più pic­coli agli anziani. «Pen­so a un mod­el­lo come ho vis­to in Emil­ia: accan­to alla chiesa e alle aule di cat­e­chis­mo c’è la casa del­la car­ità o accoglien­za che dir si voglia. Ce ne sarà sem­pre più bisog­no visti i tem­pi che vivi­amo». Un futuro di accoglien­za come chi­ave per miglio­rare il pre­sente e impostare il futuro: un impeg­no in qualche modo con­di­vi­so dal vesco­vo di Verona, padre Flavio Rober­to Car­raro, che ieri mat­ti­na ha cel­e­bra­to la mes­sa per i 25 anni de La nos­tra casa. «Entrare in luoghi come questi è come trovare il sole dopo tante neb­bie: le neb­bie del­la nos­tra soci­età. Quel­lo è un mon­do che andrà alla deri­va se non si rifà e il modo di rifar­si è questo. Queste realtà sono il sole del­la sper­an­za con­cretiz­za­ta. Qui vedi­amo i fat­ti che ci dicono dell’amore di Dio».