Il primo libro che racconta l’Opg con gli occhi e il vissuto di un’operatrice

Presentato a Castiglione delle Stiviere “Passi bianchi e silenziosi”

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Di Luca Delpozzo

Ani­ta Ledin­s­ki e la gior­nal­ista Francesca Gar­de­na­to, con uno stile scor­rev­ole e sem­plice, in “Pas­si bianchi e silen­ziosi” (Edi­to­ri­ale Somet­ti, 230 pagine, 13 euro), han­no uni­to le forze e reso attra­ver­so un’irresistibile prosa la sto­ria di Ani­ta, oper­a­trice sociosan­i­taria dell’Ospedale psichi­atri­co giudiziario (Opg) di Cas­tiglione delle Stiviere.Nella loro prosa fan­no riv­i­vere al let­tore «i tan­ti e agghi­ac­cianti rac­con­ti di alcune pazi­en­ti del repar­to Arcobaleno del Opg, dove ottan­ta donne, autri­ci di cri­m­i­ni atro­ci, come figli­cidio o neonati­cidio, ricevono inten­sa ter­apia psi­coso­ciale, dac­ché malate di diverse forme psi­cotiche alla base dei loro inu­mani delit­ti. Ci pre­sen­tano alcune delle pazi­en­ti , donne di diverse età e acco­mu­nate da sim­ili sto­rie dolorose, con tan­to umano sen­tire, che leggen­do le parole del­la pro­tag­o­nista del rac­con­to ci sem­bra di ved­er­le, ansiose e sof­fer­en­ti». Così si legge nel­la pre­fazione del­lo psichi­a­tra George Paler­mo, autore di innu­merevoli e pres­ti­giose pub­bli­cazioni, anche noto per la sua per­izia di Jef­frey Dah­mer, il famoso “mostro di Milwaukee”.Il libro con­tiene anche la pre­fazione del­lo psichi­a­tra Gio­van­ni Rossi e la post­fazione dell’ex diret­tore san­i­tario dell’Opg di Cas­tiglione delle Stiviere Antoni­no Calogero.“Passi bianchi e silen­ziosi” sarà pre­sen­ta­to, dopo Cas­tiglione a Desen­zano del Gar­da: saba­to 1 dicem­bre alle 17 pres­so l’Agriturismo “Le Pre­seglie” di San Mar­ti­no del­la Battaglia (alla roton­da del­la torre, in direzione Poz­zolen­go) e a Lona­to del Gar­da: ven­erdì 14 dicem­bre alle 20.45 in Sala Celesti, al pri­mo piano del munici­pio, con il patrocinio dell’Assessorato ai .Ani­ta, don­na forte e di orig­ine croa­ta, è la pro­tag­o­nista del rac­con­to, il filo con­dut­tore tra i “per­son­ag­gi” di una sto­ria quo­tid­i­ana, che si con­suma da anni oltre i can­cel­li dell’istituto psichi­atri­co giudiziario in local­ità Ghi­si­o­la. Con lei entri­amo nel repar­to fem­minile Arcobaleno, l’unico in Italia, e siamo cir­con­dati da malate di mente e oper­a­tori e infer­mieri con com­pi­ti del­i­cati e par­ti­co­lari. Ci sono, come evi­den­zia lo psichi­a­tra Gio­van­ni Rossi nel­la pre­fazione «donne che cer­cano e trovano sol­i­da­ri­età chiuse entro espe­rien­ze dram­matiche e, soprat­tut­to, definitive».Il testo «scan­di­to dai turni di lavoro di un’operatrice e arric­chi­to da una serie di inter­ven­ti diret­ti, con­tiene anche alcu­ni inser­ti frut­to del­la fan­ta­sia e qualche infor­mazione stor­i­ca e tec­ni­ca sull’istituto, introdot­ti al fine di ren­dere da un lato più piacev­ole e coin­vol­gente la let­tura, dall’altro di com­pletare la panoram­i­ca di questo luo­go che accoglie e cura per­sone affette dal­la malat­tia men­tale. Per­sone, non mostri» sot­to­lin­ea Francesca Gar­de­na­to, gior­nal­ista che ha scrit­to al fian­co del­la pro­tag­o­nista, ha rac­colto il suo vis­su­to e cura­to le tes­ti­mo­ni­anze e l’editing del libro pub­bli­ca­to da Sometti.C’è un uni­ver­so fem­minile in questo lavoro. Ma “Pas­si bianchi e silen­ziosi” vuole anche essere una sor­ta di “ulti­mo atto” pri­ma del­la chiusura o del­la ricon­ver­sione degli ex man­i­co­mi crim­i­nali in “micro comu­nità”. Dal 31 mar­zo 2013 si prevede infat­ti che “le mis­ure di sicurez­za saran­no ese­gui­te esclu­si­va­mente nelle nuove strut­ture san­i­tarie. Le per­sone non più ritenute social­mente peri­colose dovran­no invece essere dimesse e prese in cari­co, sul ter­ri­to­rio, dai dipar­ti­men­ti di salute men­tale”. Anche l’Opg di Cas­tiglione andrà incon­tro alla “riv­o­luzione” pre­vista dal­la legge. Intan­to, fino a oggi, gli Opg han­no fun­zion­a­to, alcu­ni più altri meno.Allora: cosa sig­nifi­ca lavo­rare in un Ospedale psichi­atri­co giudiziario, quel­lo che un tem­po era chiam­a­to man­i­comio crim­i­nale? Come si può affrontare il quo­tid­i­ano e del­i­ca­to con­fron­to con ottan­ta donne, colpevoli di cri­m­i­ni atro­ci, per­corse da pro­fon­di dis­a­gi psichi­ci che le han­no trasfig­u­rate fino a spinger­le oltre l’immaginabile e a scagliar­si con­tro i loro stes­si affetti?Il libro risponde pro­prio a queste domande. Ani­ta Ledin­s­ki, oper­a­trice sociosan­i­taria (oss), da qua­si otto anni trascorre le sue gior­nate fra le pazi­en­ti dell’Opg di Cas­tiglione delle Stiviere, nel Man­to­vano. Con l’aiuto e la pen­na del­la gior­nal­ista Francesca Gar­de­na­to, pro­va a spie­gar­ci cosa sig­ni­fichi assis­tere per­sone malate di mente. È un rac­con­to avvin­cente, che rac­chi­ude altre sto­rie: la nar­razione pre­sen­ta varie situ­azioni di repar­to, tutte vis­sute in pri­ma per­sona, le sen­sazioni e le dif­fi­coltà per­son­ali, ma anche le espe­rien­ze e gli sta­ti d’animo di pazi­en­ti e col­leghi oper­a­tori. Ani­ta svela tor­men­ti, dub­bi, emozioni e vicis­si­tu­di­ni che quo­tid­i­ana­mente deve affrontare in questo luo­go di malat­tia e di cura. Descrive anche il rap­por­to di fidu­cia sim­bi­oti­co che si crea fra chi deve con­di­videre la mag­gior parte del­la pro­pria esisten­za tra le mura dell’Opg e chi può alle­viare la sofferenza.GLI INTER­VEN­TIFrancesca Gar­de­na­to: «L’Opg è sen­za dub­bio una realtà molto diver­sa da come s’immagina un luo­go di reclu­sione: sen­za sbarre alle finestre né guardie carcer­arie né filo spina­to. Oltrepas­sa­ta l’esteriorità, den­tro, il sen­so di pri­vazione del­la lib­ertà si avverte nei volti spen­ti, nell’indolenza dei movi­men­ti, negli spazi ristret­ti di una con­di­vi­sione forza­ta, di una quo­tid­i­an­ità mes­ta, in cui si cura la malat­tia men­tale. Che ai giorni nos­tri, purtrop­po, può essere anco­ra una pia­ga sociale. Ma la vera dif­feren­za con la pri­gione è che in questo luo­go chi entra può com­piere un per­cor­so di riabil­i­tazione e sper­are di ricom­in­cia­re. Nelle domande che s’inseguono lun­go i cor­ri­doi si avverte la noia di vivere, men­tre le inter­minabili attese sot­to i caloriferi e la voglia di uscire anche solo per buttare la spaz­zatu­ra pre­mono sui cor­pi mor­bi­di e lenti delle pazi­en­ti ricov­er­ate nel repar­to Arcobaleno. Dietro di loro ci sono i cam­i­ci chiari, ai quali s’aggrappano per trovare con­for­to. Ecco i pas­si bianchi, silen­ziosi poiché a lun­go igno­rati dai mass media. All’Opg sono entra­ta più volte, ho rac­colto infor­mazioni utili per la scrit­tura e soprat­tut­to ho incon­tra­to oper­a­tori sociosan­i­tari, oper­a­tori tec­ni­ci e infer­mieri peren­nemente a con­tat­to con la sof­feren­za, di giorno e di notte, nei loro turni. Cias­cun “per­son­ag­gio” è entra­to con la pro­pria tes­ti­mo­ni­an­za umana e pro­fes­sion­ale, nel­la cor­nice del nos­tro rac­con­to, ognuno con i suoi diver­si “pas­si”. Per me è sta­ta un’esperienza forte ma arric­chente, pri­ma come don­na, poi come gior­nal­ista e scrittrice».Anita Ledin­s­ki: «Da quan­do sono diven­ta­ta oper­a­trice sociosan­i­taria, oss, non ho mai volu­to lavo­rare in un ospedale qual­si­asi. Ho aspet­ta­to, ho fat­to altri lavori, ho desider­a­to questo pos­to finché è arriva­to il mio momen­to e sono entra­ta, nel set­tem­bre del 2005, con rego­lare ban­do di con­cor­so, assun­ta all’Opg in local­ità Ghi­si­o­la. Dove tutt’oggi lavoro. Quan­do ho avu­to l’opportunità di conoscere questo ospedale dall’interno, è inizia­ta per me la fase pro­fes­sion­ale più grat­i­f­i­cante del­la mia vita.Dopo qua­si otto anni, non vole­vo rac­con­tare l’Opg attra­ver­so le solite sto­rie strap­palacrime o le fred­de dichiarazioni da bol­let­ti­no medico. Desider­a­vo fotogra­fare la realtà, ciò che vedo e toc­co ogni giorno. Far conoscere al mon­do ester­no l’importanza di ques­ta strut­tura di sicurez­za e soprat­tut­to di gua­ri­gione, ricor­dare le numerose sto­rie che accoglie, tra cui quelle di per­sone sole e dis­agiate che altri­men­ti non ricev­ereb­bero adegua­ta assis­ten­za e non avreb­bero nep­pure un pos­to dove stare. Ci sono vite che, fuori di qui, non avreb­bero alcun val­ore. Lo scri­vo a mal­in­cuore, ma lo sen­to: la soci­età non è pronta ad accoglierle».

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