Da Masi all’Uvive: serve massa critica. Pasqua: «Una commissione interprofessionale»

Vinitaly 2006: fare filiera, ecco la carta vincente

05/04/2006 in Economia
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Di Luca Delpozzo

Quali aspet­ta­tive han­no i vitivini­coltori verone­si alla vig­ilia del­la 40ª edi­zione di ? Dopo due anni di stasi sem­bra­no arrivare seg­nali con­creti di ripresa ma tut­ti sono d’accordo nel rib­adire la neces­sità di creare una strate­gia di fil­iera per pot­er vendere meglio il prodot­to che è veronese e vene­to, ma che deve essere di qual­ità e lega­to al territorio.«Il veronese ha anco­ra delle carte da gio­care — spie­ga Bruno Tren­ti­ni, diret­tore gen­erale del­la Can­ti­na sociale di Soave, una 2005 in calo del 20% ma che ha prodot­to cir­ca 600 mila quin­tali di uve e 30 mil­ioni di bot­tiglie, una pro­duzione il cui 35% è fat­to per con­to terzi e il 65% ven­du­to con il pro­prio mar­chio -, ora si trat­ta di con­sol­i­dare le nos­tre posizioni, cer­can­do di costru­ire una strate­gia di sis­tema o di fil­iera che com­bi­ni la qual­ità con la quan­tità e un prez­zo equo. Il Vini­taly? È un momen­to impor­tante in cui ci incon­tri­amo con tut­ti i nos­tri buy­er e oper­a­tori, è una momen­to di fes­ta per pre­sentare i nuovi prodot­ti». Dal Soave al Valpo­li­cel­la, il pas­so è breve ma uguali sono il calo del­la vendem­mia 2005 (-20%) e le aspi­razioni. «L’Amarone sta riscuo­ten­do un grande suc­ces­so in Italia e all’estero — dice Daniele Accor­di­ni, diret­tore del­la Can­ti­na sociale di Negrar, 50 mila quin­tali di uve, il cui prodot­to (qua­si il 100% con i pro­pri marchi) va all’estero per il 65% — e questo ci dà sicurez­za, anche la tipolo­gia del Ripas­so ci per­me­tte un rilan­cio del Valpo­li­cel­la. Per quan­to riguar­da il Vini­taly, quest’anno spe­ri­amo che ries­cano a risol­vere i prob­le­mi di logistica».Le nuove sfide del vino veronese e in par­ti­co­lare del Valpo­li­cel­la, sec­on­do San­dro Boscai­ni (pres­i­dente del­la Agri­co­la Masi, azien­da da 45 mil­ioni di euro e 90% di export), si gio­cano con una mis­cela di tre fat­tori: rap­por­to di fil­iera, forza finanziaria e rap­por­to qual­ità-quan­tità-ter­ri­to­rio. «Il suc­ces­so dell’Amarone, che dopo il Baro­lo e il Brunel­lo è una delle tre bandiere dell’enologia ital­iana — com­men­ta Boscai­ni, che ha fre­quen­tan­to tutte le 40 edi­zioni di Vini­taly -, è dovu­to al fat­to che è un vino mod­er­no dal cuore anti­co, che con­tiene un depos­i­to stori­co, cul­tur­ale ma anche emozionale lega­to al nos­tro ter­ri­to­rio. La sfi­da che ci aspet­ta è quel­la dimen­sion­ale: man­tenere un gius­to rap­por­to tra qual­ità e prez­zo aumen­tan­do la quan­tità, per questo le nos­tre aziende devono svilup­pare una strate­gia impren­di­to­ri­ale che ten­ga con­to dell’aspetto finanziario e delle relazioni di filiera».A questo propos­i­to Gior­gio Pasqua, con­ti­to­lare e respon­s­abile di pro­duzione del­la can­ti­na di famiglia, tor­na a pro­porre la «com­mis­sione inter­pro­fes­sion­ale» indis­pens­abile a creare un accor­do sin­er­gi­co di fil­iera per il mar­ket­ing e il com­mer­cio del prodot­to vino di Verona, ma anche per puntare «sull’innovazione delle colti­vazioni dei vigneti». «Rimanere pic­coli — dice Pasqua, che anche pres­i­dente del­la sezione Vini di Con­find­us­tria Verona e del rag­grup­pa­men­to regionale Agroin­dus­tria di Con­find­us­tria Vene­to — si per­dono le occa­sioni di con­quistare nuove quote di mer­ca­to: bisogna fare i con­ti con la glob­al­iz­zazione, pen­sare a leg­gi che impongano a tut­ti le stesse regole pri­ma che sia trop­po tar­di». Aziende più pic­cole ricor­rono a due diverse strate­gie: fare cartel­lo o fil­iera o puntare all’originalità. Il pri­mo caso è quel­lo dell’Unione Vini Veneti (Uvive) che rag­grup­pa 118 pic­cole aziende. «Il min­is­tero ha appe­na finanzi­a­to il nos­tro prog­et­to con 43 mil­ioni di euro, 30 dei quali per lo svilup­po strut­turale e i rima­nen­ti per la pro­mozione e la ricer­ca — spie­ga Luciano Pio­na, pres­i­dente di Uvive e tito­lare dell’azienda Cav­alchi­na -, questi servi­ran­no a tutte le aziende venete che vogliono aderire». Per quan­to riguar­da la crisi, Pio­na non ha dub­bi: le dif­fi­coltà mag­giori sono di quei pro­dut­tori che han­no cam­bi­a­to il loro posizion­a­men­to di mer­ca­to. «La mia azien­da — dice Pio­na — ha reg­is­tra­to una cresci­ta annuale del 20% in questi ulti­mi anni per­ché siamo rius­ci­ti a man­tere nei mer­cati tradizion­ali europei e del Nord Europa un rap­por­to buono tra qual­ità e prezzi, andare in Cina non farebbe per noi». Il sec­on­do caso è quel­lo dell’azienda La Cap­puc­ci­na di Costalun­ga di Mon­te­forte dei fratel­li Tes­sari che si è ritagli­a­ta un suo spazio nel mer­ca­to (65% estero e 35% in Italia) con 250 mila bot­tiglie di vino bio­d­i­nam­i­co, stret­ta­mente lega­to alle carat­ter­is­tiche del­la coltura e del­la cul­tura ter­ri­to­ri­ale. «La nos­tra car­ta vin­cente — dice Sis­to Tes­sari — è quel­la di non essere copi­a­bili e ripetibili».La Bol­la invece a Verona con­ta su 200 con­fer­i­tori e 60 mila quin­tali di uve ma in totale sfor­na 15 mil­ioni di bot­tiglie (92% di queste all’estero). «Pun­ti­amo molto sul nos­tro mar­chio — dice Mau­r­izio Fer­ri, pres­i­dente vini Bol­la -. Al Vini­taly spe­ri­amo di vedere mol­ta gente da fuori e trovare quei seg­nali di ripresa che abbi­amo reg­is­tra­to: negli Usa sono aumen­tate le richi­este di Soave gra­zie anche anche al nuo­vo packaging».Paolo Dal Ben

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