L’astio di D’Annunzio per i tedeschi e la determinazione dei custodi del monumento di Gardone lo preservarono dalle mire naziste. I protagonisti ricordano come la casa del Vate venne protetta dai saccheggi

Vittoriale, quell’enclave nella Rsi

13/11/2005 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Attilio Mazza

Quale fu la sorte del Vit­to­ri­ale durante la Repub­bli­ca di Salò? Man­ca una ricer­ca che fac­cia il pun­to sul prin­ci­pa­to dan­nun­ziano nel peri­o­do dell’occupazione nazista. Nem­meno un recente con­veg­no sul­la Repub­bli­ca Sociale Ital­iana ha sfio­ra­to l’argomento. In quegli anni dif­fi­cili, cus­tode del Vit­to­ri­ale fu l’architetto Gian Car­lo Maroni; dal mar­zo 1938 e sino alla morte, avvenu­ta nel 1952, fu, infat­ti, Soprint­en­dente del mon­u­men­to da lui prog­et­ta­to. Il pit­tore Fran­co De Lai ricor­da di essere entra­to a lavo­rare al Vit­to­ri­ale nel giug­no 1943. Recen­te­mente ha rac­con­ta­to che nel mese di giug­no di quell’anno, l’ar­chitet­to Maroni cer­ca­va un aiu­to, un dis­eg­na­tore. «A con­dur­mi al Vit­to­ri­ale da Maroni fu mio padre — ha spie­ga­to -; era un pit­tore assai conosci­u­to anche per le mostre che ave­va allesti­to con suc­ces­so a Gar­done negli anni Trenta, al Cas­inò e alla Gal­le­ria d’arte. Ave­vo cir­ca sedi­ci anni. Ci accolse con grande cor­dial­ità. Mi chiese se ero in gra­do di dis­eg­nare. In sostan­za si trat­ta­va di preparare i luci­di del prog­et­to del Mau­soleo che l’ar­chitet­to ave­va già mes­so a pun­to». Fran­co De Lai ram­men­ta anche la grande pre­oc­cu­pazione durante gli even­ti del 1943. «Va ricor­da­ta la cadu­ta del fas­cis­mo avvenu­ta il 25 luglio, dopo che Mus­soli­ni era sta­to mes­so in mino­ran­za nel­la sedu­ta del Gran Con­siglio. Il 3 set­tem­bre vi fu poi l’armistizio al quale fece segui­to il giorno 8 con il crol­lo del­l’e­serci­to. Pro­prio in quei mesi dif­fi­cili mi reca­vo al Vit­to­ri­ale tut­ti i giorni per lavoro: mi era sta­to dato un tesseri­no spe­ciale di riconosci­men­to. Alcune set­ti­mane dopo l’8 set­tem­bre, Maroni fu avver­ti­to un giorno che all’in­gres­so c’er­a­no uffi­ciali e sol­dati tedeschi. Ci fu un momen­to di pan­i­co: era la pri­ma vol­ta che vol­e­vano entrare al Vit­to­ri­ale. Si dif­fuse il tim­o­re che inten­dessero occu­par­lo o che volessero portare via le auto­mo­bili o alcu­ni ogget­ti dal­la Prio­r­ia: Hitler ben sape­va che d’An­nun­zio era sta­to, per così dire, un suo nemi­co. Si lim­i­tarono, invece, a com­piere una visi­ta e poi se ne andarono. E fu un sol­lie­vo per tut­ti!» La tutela asso­lu­ta del Vit­to­ri­ale durante la Repub­bli­ca di Salò, gra­zie all’architetto Gian Car­lo Maroni, è opin­ione con­di­visa da molti ed anche da Faus­to Galeazzi, lucidis­si­mo tes­ti­mone di quegli anni. «Ricor­do che quan­do salii al Vit­to­ri­ale per la com­mem­o­razione dell’anniversario del­la morte di , tut­ti, uffi­ciali tedeschi e ger­ar­chi, era­no fuori dal recin­to del Vit­to­ri­ale; den­tro non vi era nes­suno. Entram­mo poi tut­ti, quan­do giunse Mus­soli­ni». Alla sal­va­guardia del mon­u­men­to giocò anche la for­tu­na. Pietro Bian­car­di scrisse, nel­l’agos­to 1945 sul­la pres­ti­giosa riv­ista milanese «L’Il­lus­trazione Ital­iana», che il prin­ci­pa­to dan­nun­ziano, subito dopo la nasci­ta del­la Repub­bli­ca Sociale Ital­iana, fece gola a molti. Si pen­sò di ospi­tarvi il min­is­tero del­la Cul­tura o la sfol­la­ta Accad­e­mia d’I­talia, di cui lo stes­so Gabriele d’Annunzio era sta­to pres­i­dente dopo la scom­parsa di Gugliel­mo Mar­coni. Fu anche ven­ti­la­ta la pos­si­bil­ità che diven­tasse la dimo­ra di Mus­soli­ni. Ma il duce «fece capire che il Vit­to­ri­ale, con la sua mole di pietre bianche, era un bersaglio trop­po indi­vidu­a­bile dal­l’al­to». Inoltre «ave­va guarda­to sem­pre d’An­nun­zio con sospet­to, e non gli gar­ba­va di dormire con quel cele­bre mor­to muro a muro». E così la casa del vate non fu occu­pa­ta. Quan­to ai tedeschi non gradirono prob­a­bil­mente uti­liz­zare la dimo­ra di un per­son­ag­gio che era sem­pre sta­to anti­nazista. Gli uffi­ciali non igno­ra­vano sicu­ra­mente che d’Annunzio ave­va scrit­to una pasquina­ta con­tro Hitler. Poco pri­ma di morire — sec­on­do Gian­fran­co Con­ti­ni — il poeta com­pose l’epigramma «prob­a­bil­mente in occa­sione del­la pri­ma ade­sione fascista alla polit­i­ca razz­iale. Bersaglio prin­ci­pale Adolf Hitler, di cui era­no carat­ter­is­ti­ci il ciuf­fo e la voce rau­ca nei vio­len­ti dis­cor­si, nonché notis­si­mo il mestiere d’imbianchino a Vien­na». Con­cluse, infat­ti, la pasquina­ta con i ver­si: «Su l’acciaio dell’elmo / ti goc­ci­o­la il pen­nel­lo d’imbianchino. / Dai di bian­co all’umano et al divi­no». E Hitler divenne l’Attila del­la Pen­nel­lessa. L’avversione di d’Annunzio nei con­fron­ti dei tedeschi fu con­fer­ma­ta anche da Ita­lo Maroni a Michele Cal­abrese, in un arti­co­lo pub­bli­ca­to dal “Borgh­ese” il 27 set­tem­bre 1981: «D’Annunzio fu sem­pre antit­edesco e la sua dichiarazione fu net­ta e per­en­to­ria in tal sen­so anche quan­do Mus­soli­ni seppe del Pat­to d’acciaio». E anco­ra: «Negli ulti­mi anni del­la sua vita d’Annunzio era tor­men­ta­to dal­la situ­azione polit­i­ca ital­iana. Se fos­se sta­to vivo cer­ta­mente avrebbe imped­i­to a Mus­soli­ni di allear­si con Hitler. Lo ten­tò col duce a Verona, pri­ma del fatale incon­tro al Bren­nero con il dit­ta­tore tedesco». La sola per­sona estranea che abitò nel­la depen­dance del Vit­to­ri­ale, a Vil­la Mirabel­la, durante l’ultimo peri­o­do del­la Repub­bli­ca di Salò per una situ­azione del tut­to for­tui­ta, fu, come ricorda­to in altra occa­sione, l’amante del duce, Claret­ta Petac­ci. Dopo la ben nota sce­na­ta fat­ta da don­na Rachele a Gar­done Riv­iera, davan­ti al can­cel­lo di Vil­la Fiordal­iso, Claret­ta fu trasferi­ta il 28 otto­bre 1944 nel­la depen­dance dan­nun­ziana per ordine del­lo stes­so Mus­soli­ni, sorveg­li­a­ta da tre uffi­ciali e da ven­ticinque sol­dati. Claret­ta vive­va come una pri­gion­iera. Trascor­re­va le pro­prie gior­nate ordi­nan­do il carteg­gio, bat­ten­do a macchi­na le pagine del pro­prio diario e ascoltan­do i dis­chi sui quali era­no incisi i dis­cor­si del duce. Claret­ta, con­tro la volon­tà dei famil­iari, abban­donò la sicu­ra dimo­ra la sera del 18 aprile 1945 per seguire il suo tragi­co des­ti­no. Il Vit­to­ri­ale venne sal­va­guarda­to anche dopo la Lib­er­azione. Ita­lo Maroni tes­ti­moniò anco­ra nell’intervista: «Pur nel­la con­flit­tual­ità scate­na­ta dagli even­ti post–bellici, furono in molti ad inter­es­sar­si per­ché la Fon­dazione non avesse a subire dan­ni irrepara­bili. Pri­mo fra tut­ti l’onorevole Gui­do Gonel­la ch’è veronese e quin­di di queste par­ti. Poi “L’Osservatore romano” ed infine, sep­pure polemi­ca­mente, “L’Unità”». Indro Mon­tanel­li, nell’articolo graf­fi­ante — va con­sid­er­a­to il peri­o­do di antifas­cis­mo esasper­a­to in cui venne asso­ci­a­to tout court d’Annunzio al regime appe­na crol­la­to — appar­so sul «Cor­riere d’Informazione»l’1–2 otto­bre 1945, con­fer­mò, indi­ret­ta­mente che dal Vit­to­ri­ale, e spec­i­fi­cata­mente dal­la Prio­r­ia, non fu asporta­to nul­la durante la Repub­bli­ca di Salò. «Ecco affastel­lati ed esem­plar­iz­za­ti, tut­ti i cre­do esteti­ci del cinquan­ten­nio che ci pre­cedette. Il sovrac­cari­co di scritte e ogget­ti­ni è asfis­siante: 25.000 se ne pre­sen­tano all’inventario del povero Momigliano (pres­i­dente del­la Fon­dazione), sulle cui spalle è cadu­to il com­pi­to del­la con­ser­vazione». Mon­tanel­li fu accom­pa­g­na­to nel­la visi­ta al Vit­to­ri­ale dall’architetto Gian Car­lo Maroni il quale gli riv­elò ben pochi seg­reti. Ad esem­pio non riuscì a far­si con­fi­dare chi e che cosa avessero provo­ca­to il famoso Volo dell’Arcangelo del 13 agos­to 1922, in segui­to al quale il poeta rimase per molti giorni fra la vita e la morte, uscen­do prati­ca­mente di sce­na qua­si alla vig­ilia del­la Mar­cia su Roma. «D’Annunzio — scrisse Mon­tanel­li — ave­va par­la­to il giorno pri­ma (a ) da palaz­zo Mari­no con­dan­nan­do la vio­len­za: il dis­cor­so era chiara­mente riv­olto con­tro le squadre fas­ciste. L’indomani, Finzi, che di quelle squadre face­va parte, venne a Gar­done a trovare il poeta in com­pag­nia di altri bravi, fra i quali sem­bra che fig­urasse Albi­no Volpi. Fu dopo la loro parten­za che il padrone di casa fu trova­to con la tes­ta e una spal­la rotte sot­to la fines­tra. Uffi­cial­mente si disse che fu uno sven­i­men­to. Uffi­ciosa­mente si sus­sur­rò che fos­se sta­ta la pianista Bac­cara a dar­gli uno spin­tone, aven­do­lo trova­to a cav­al­lo del davan­za­le men­tre face­va gesti osceni dinanzi alla sua gio­vane sorel­la. Mus­soli­ni accred­itò quest’ultima voce e se ne mostrò dis­gus­ta­to». Indro Mon­tanel­li così con­tin­uò l’articolo, offren­do una notizia che sino­ra nes­suno è sta­to in gra­do di appro­fondire: «L’unica cosa cer­ta è che all’indomani del deces­so (di D’Annunzio), un mes­sag­gero da Roma fece una min­u­ta perqui­sizione degli incar­ta­men­ti e ne fece sparire parec­chi, che poi ven­nero bru­ciati a palaz­zo Venezia. Pec­ca­to: non per la sto­ria polit­i­ca, ma per quel­la del cos­tume, essi avreb­bero potu­to essere preziosi».