«La notte d’incanto» è nata nel 1979 da un’idea degli «Amici del porto vecchio» per riproporre un’antica tradizione che era gradualmente venuta meno. Sul lago decine di barche all’inizio della serata silenziosamente vanno a deporre piccoli lumi galleggianti formando uno spettacolare tappeto stellato, ricordo di antichissime feste pagane, nelle quali passato e presente si confondono. Ma c’è un’altra ipotesi, che si rifà a una leggenda che chiama in causa ninfe, sirene ma soprattutto il dio Saturno, che si trovava in incognito sul Garda e avrebbe incontrato nella Silva Lucana, oggi Lugana, un gruppo festante di persone attorno a un falò. Approfittando della compagnia, Saturno chiese al capo di quel gruppo di essere portato con una imbarcazione sulla vicina isola Sirmio. Carpio, il capo, acconsentì dopo aver pattuito un adeguato compenso. A metà percorso, però, Carpio e i suoi esosi compari si sarebbero manifestati per quel che erano: ingordi e arroganti, chiesero al viandante Saturno altro denaro con la minaccia di abbandonarlo sul lago. Saturno, arrabbiatissimo, afferrate le monete d’oro dalla sua sacca, le scagliò contro Carpio e i suoi che, non riuscendo ad agguantarle, se le videro cadere nell’acqua. Si tuffarono nel lago per raccogliere quella fortuna, ma il dio Saturno li condannò a rimanere sul fondo a rincorrere l’oro, trasformandoli in pesci guizzanti, i carpioni appunto. Di recente, il giornalista e storico Tullio Ferro ha suffragato questa ipotesi, basandola su un prezioso documento trecentesco: una lettera scritta dal 32enne Francesco Petrarca dal suo soggiorno di Avignone, dov’era ospite alla corte papale presso il cardinale Giovanni Colonna. E’ la risposta a un umanista di Villafranca, che aveva raccomandato al poeta un giovane conoscente, perchè lo accogliesse e lo introducesse nell’ambiente papale. Nella lettera, Petrarca assicurava il suo intervento ma aggiungeva che l’ambiente avignonese «faceva schifo» e sarebbe stata meglio Verona, città bella e colta, vicina a un lago azzurro e bello, il Garda, nelle cui acque guizzavano pesci dorati (i carpioni appunto), che si pascevano di pagliuzze d’oro. Una conferma autorevole della leggenda del dio Saturno.
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