Il figlio dell’emiro ha un fisico minuto e nervoso. Due occhialoni formato parabrezza ne nascondono gli occhi scuri, né risulta facile vederlo, dicono qui in giro, a palpebre scoperte.

Mondiali di tiro a volo con il figlio dell’emiro

17/05/2000 in Sport
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Di Luca Delpozzo
Maurizio Bernardelli Curuz

Il figlio dell’emiro ha un fisi­co min­u­to e ner­voso. Due occhialoni for­ma­to parabrez­za ne nascon­dono gli occhi scuri, né risul­ta facile ved­er­lo, dicono qui in giro, a palpe­bre scop­erte; non che sia sug­ger­i­to — quel parare gli occhi — dal sole cocente, d’anticipata, agostana inclemen­za che bat­te sul­la verdis­si­ma con­ca del tiro; ma ciò sca­tur­isce, si sus­sur­ra, da una dife­sa. Una maschera, per evitare fas­ti­di. Il 25enne Moham­me­hd Al Mak­toum, ram­pol­lo del sovra­no del Dubai, spara come un tira­tore di ran­go. Nel luglio 1999 si è clas­si­fi­ca­to al quar­to pos­to ai Cam­pi­onati mon­di­ali di — spe­cial­ità dou­ble trap — a Tam­pere, in Fin­lan­dia, e dunque, dicono gli esper­ti è un atle­ta di inter­esse mon­di­ale. E mon­di­ale era la pro­va di ieri, al cam­po di tiro di Lona­to. Moham­me­hd indos­sa­va il pet­torale col numero 41, che non è sta­to foriero di par­ti­co­lari for­tune, poichè si è riv­e­la­to, alla fine, un numeri­co pre­sa­gio di quan­to sarebbe avvenu­to in clas­si­fi­ca. Il principe-emiro si è infat­ti clas­si­fi­ca­to al quar­an­tes­i­mo pos­to. Qual­cosa, ieri, non dove­va girare: i doppi Ufo che scar­roc­ciano al gri­do di “pool” gli sono scivolati via con trop­pa facil­ità. Cen­tocinquan­ta piat­tel­li lan­ciati, 117 sbri­ci­o­lati e annien­tati, con quel fumo ross­ic­cio — rosso sangue liofil­iz­za­to — che pro­duce una sim­pat­i­ca nuv­o­let­ta con­tro il verde inten­so del cam­po. Sarà mai pos­si­bile scam­biare due parole con questo ragaz­zot­to che invece del camperi­no d’altri col­leghi, che invece dell’aereo di lin­ea è cala­to sul­la pista nien­te­men­to che con un Boe­ing 747 pri­va­to, come un principe arcaico rinnno­va­to nel­la tec­nolo­gia, con il segui­to del­la corte? Non rius­cirete a par­largli, dicono alcu­ni tira­tori. E’ di una ris­er­vatez­za tan­to ser­ra­ta quan­to di cor­dial­ità bri­tan­ni­ca, rap­i­da e fug­gi­ti­va; la gen­tilez­za del­lo sporti­vo che salu­ta lo sporti­vo, ma che non con­di­vide i bivac­chi suc­ces­sivi alla gara; del gio­vane uomo che ama l’automobilismo sporti­vo e che fugge via come un’auto di grossa cilin­dra­ta; del pic­co­lo grande appas­sion­a­to di pallavo­lo che spic­ca un salto di dis­im­peg­no ver­so la rete; del tira­tore, soprat­tut­to. Del tira­tore, con­cen­tra­to, silen­zioso, che si sforza di trasfor­mare il fucile nel nat­u­rale pro­l­unga­men­to del cor­po. Super­at­ti­vo, Mohammed. Un dinamis­mo tipi­co del Dubai, che è, ci si pas­si la com­para­zione, la Lumez­zane degli Emi­rati Uni­ti, la Val­go­b­bia del­la mez­za­lu­na, con un red­di­to pro-capite di cir­ca quat­tro­cen­to mil­ioni all’anno, solo che anzichè posate lì rotolano bidoni di petro­lio, i quali ali­men­tano, indi­ret­ta­mente, tante indus­trie, poste a trenta chilometri dal­la cap­i­tale; quel Dubai che, negli anni Set­tan­ta, dimostrò volon­tà inten­sa­mente auton­o­mistiche ma che con­tribuì suc­ces­si­va­mente alla vera fusione fed­erale tra i diver­si emi­rati. E’ nat­u­rale che un principe di ven­ticinque anni sia invi­ta­to dall’eminente gen­i­tore al silen­zio; nè del resto il principe Car­lo d’Inghilterra, che ha un mag­gior cari­co di anni e d’esperienza, può par­lare in tut­ta lib­ertà. A Mohammed piace così sgus­cia­re: abban­don­dare la scor­ta — uomi­ni del­la sua età, oli­vas­tri e cor­pu­len­ti com’è l’abbondanza ara­ba — per sor­bir­si da solo, dietro il sipario degli occhiali, una bibi­ta o per dis­cutere con il cug­i­no, che è il suo prin­ci­pale avver­sario sporti­vo. Ieri il grup­pet­to di Mohammed si è rifocil­la­to al bar con bis­cot­ti ricop­er­ti di cioc­co­la­to e suc­co d’ananas. Quin­di il principe è spar­i­to, men­tre i suoi gio­ca­vano col bigliardi­no. E’ riap­par­so improvvisa­mente ver­so le 16,30 con il fucile pie­ga­to in due sul­la spal­la, la maglia rossa e gli occhialoni dalle lenti iri­des­cen­ti, sen­za che egli fos­se par­ti­co­lar­mente evi­dente; un atle­ta tra gli altri, sem­mai con un tele­foni­no cel­lu­lare dota­to di mag­giori insis­ten­ze.. Ha rag­giun­to, men­tre si dis­puta­vano le finali del­la pro­va mon­di­ale dal­la quale è sta­to esclu­so, un cam­po dis­cos­to, per l’allenamento. «Quel ragaz­zo spara bene — dice Bruno Ros­set­to, esper­to di tiro — Noti­amo gen­eral­mente una notev­ole cresci­ta dei Pae­si ara­bi. Loro uti­liz­zano la nos­tra espe­rien­za, usufruis­cono del­la nos­tra tec­nolo­gia e sono ormai veri pro­fes­sion­isti. Spara­no ogni giorno. S’allenano. Sicu­ra­mente, in futuro, ci daran­no filo da torcere». Anche Mohammed s’affida a fucili e a prepara­tori ital­iani, com’è ital­iano l’allenatore Mar­co Con­ti, tira­tore a liv­el­lo mon­di­ale. Ma c’è nel principe, si dice, la volon­tà tut­ta ara­ba di primeg­gia­re nel­la gara di guer­ra, d’essere pri­mo nel­la caccia.«E forse — sus­sur­ra qual­cuno — questo è anche un lim­ite. Il tiro a volo è soltan­to un lon­tano par­ente dell’attività vena­to­ria. Richiede doti di fred­dez­za, estingue la pas­sione per la pre­da, deve portare il sangue a tem­per­a­ture più basse. Questo è dimostra­to dal fat­to che la gara di oggi è sta­ta vin­ta da un aus­traliano il cui sopran­nome è “uomo di ghi­ac­cio”». Ara­bi focosi? Chissà. E’ cer­to il fat­to che l’investimento sul tiro è in notev­ole cresci­ta nel mon­do arabo. E in buona parte è attiv­ità nobile, attra­ver­so la quale case reg­nan­ti e patrizia­to locale for­niscono ulte­ri­ore fon­da­men­to alla pro­pria pre­m­i­nen­za sociale. «Mohammed — affer­mano al cam­po — tira molto meglio del sul­tano del Brunei, l’uomo dai rubi­net­ti d’oro, il ric­co reg­nante che si è fat­to costru­ire nel­la reg­gia un cam­po di tiro con­for­ma­to ai liv­el­li qual­i­ta­tivi inter­nazion­ali. L’approccio del figlio dell’emiro è più sci­en­tifi­co». Del resto, s’aggiunge — con il colpo d’ala dell’invidia — loro han­no tan­to tem­po a dis­po­sizione e, soprat­tut­to, risorse infi­nite. Il tira­tore che ieri indos­sa­va il pet­torale numero quar­an­tuno è figlio dell’uomo che occu­pa il ter­zo pos­to mon­di­ale nel­la clas­si­fi­ca del­la ric­chez­za. E’ cer­to un risul­ta­to anche questo, a ben vedere, ma Mohammed aspi­ra, in altro cam­po, al pri­ma­to asso­lu­to delle pedane, sulle quali pos­sa dimostrare d’essere artefice di se stes­so. Diamo tem­po al tempo.

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