I ricordi e il patrimonio comune dell’infanzia suscitati da un pupazzetto collodiano

Un freddo straniero s’accende con Pinocchio

30/07/2000 in Curiosità
Di Luca Delpozzo
Danilo Tamagnini

Com­mosso. Io. Di un sen­ti­men­to così nos­tal­gi­co e pro­fon­do da non cogliere anti­ca emozione analo­ga per quante ricerche inte­ri­ori abbia ten­tate. Forse gli si con­viene soltan­to un vocabo­lo, intra­ducibile, del­la par­la­ta por­togh­ese: saudade. Mer­i­to di un pinoc­chi­et­to che si ani­ma del filo elas­ti­co infi­la­to al suo inter­no e che gli con­sente di inchi­nar­si, di muo­vere il capino, di seder­si. Acquis­ta­to su una ban­car­el­la di Firen­ze, la cit­tà di Car­lo Loren­zi­ni il padre suo adot­ti­vo ful­mi­na­to da una sin­cope che fan­no cen­todieci anni giusti, non somiglia per niente a quel­lo che mi tenne com­pag­nia negli anni di guer­ra e al quale face­va da sup­por­to il libro famoso acquis­ta­to per lire 8 al mer­cati­no del libro allesti­to in par­roc­chia, Sant’Alessandro in cit­tà. L’originario non era snod­abile e, a dif­feren­za di questo magro da far con­cor­ren­za a un fachi­ro, che ha giub­ba rossa e ver­di cal­zoni, ves­ti­va una tuni­cel­la a fiori. Anche era più alto di una span­na buona. Offer­ta in dono, la mar­i­onet­ta mi è venu­ta da un ami­co sin­go­lare giun­to in Italia dall’Est con il bagaglio di un’educazione asprigna che a volte lo rende persi­no intrat­ta­bile e che gli pre­clude la con­so­lazione di tan­ti pic­coli even­ti. Essi sgra­vano la quo­tid­i­an­ità di noi, venu­ti su in ben altra atmos­fera. Dan­no qual­ità alla vita. Man­ca del tut­to, a lui, la capac­ità di esprimer­si con gesti e parole che sot­tin­ten­dano un ide­ale. Per­ché non ne conosce; se in orig­ine c’erano, le forche cau­dine sco­las­tiche che ha attra­ver­sato gliele han­no espulse di dos­so. Con­dan­nate per decre­to legge come retag­gio di un ese­cra­to mon­do borgh­ese. Eppure la con­ver­sazione ded­i­ca­ta a Pinoc­chio e alle sue avven­ture deve aver­gli las­ci­a­to seg­no di una cer­ta pro­fon­dità, orma del gradi­men­to che la let­tura col­lo­di­ana ha impres­so nei let­tori di ieri non meno che in quel­li di oggi, se è vero, procla­ma una sta­tis­ti­ca, che i ragazzi d’avvio Mil­len­nio, dis­deg­nan­do Cuore, si las­ciano invece attrarre dal rac­con­to del pez­zo di leg­no sago­ma­to da Gep­pet­to e che alla fine si fa bam­bi­no. Ma, viene da aggiun­gere, il ruo­lo che una nar­razione assume nel­la nos­tra vita non è soltan­to riferi­bile alla capac­ità di evo­care la tra­ma pro­pos­ta dall’autore e mis­ura­bile sul­la sua con­fi­den­za con lo scri­vere bene. Altro è da val­utare, cioè l’eco che le pagine rin­no­vano ogni qual­vol­ta le si richi­a­mi alla memo­ria. Pinoc­chio per me sig­nifi­ca una rim­pa­tri­a­ta nel­la fan­ci­ullez­za. Con rifer­i­men­ti pun­tu­ali: la guer­ra e la fame, tor­men­to in molte case pri­ma anco­ra che gli uomi­ni par­tis­sero per il fronte. Tesser­a­to il pane e tut­to il resto. Eppure, scor­ren­do i righi in cui si «vede» il burat­ti­no placare il pro­prio appeti­to con­tentatosi delle buc­ce di pera dap­pri­ma sdeg­nosa­mente rifi­u­tate; o con­sumare un piat­to di foglie di cavo­lo aro­m­a­tiz­zate dal­la promes­sa di un con­fet­to, lo stom­a­co insorge­va con ine­ludi­bile richi­es­ta: gli arrivasse qual­cosa, più presto che in fret­ta. Sac­cheg­gio imme­di­a­to del­la madia domes­ti­ca quan­to mai par­ca nell’elargire tan­to che una vol­ta fu gio­co­forza arren­der­si a un pug­no di fagi­oli anco­ra nel bac­cel­lo. Non c’era altro. Indi­ges­tione inevitabile. Il ricu­pero di queste espe­rien­ze è avvenu­to durante una con­ver­sazione a molte voci ded­i­ca­ta alla let­ter­atu­ra infan­tile e in orig­ine sug­ger­i­to da un rifer­i­men­to ai mol­ne­r­i­ani ragazzi del­la via Paal. Noti all’ospite straniero (quan­to ignoti Pinoc­chio, la Fati­na, il Gat­to e la Volpe) così da indur­lo a evo­care momen­ti per lui più vici­ni nel tem­po ma non meno inten­si dei nos­tri e, chissà, a gettare un ponte tra emozioni pro­prie e altrui, sco­pren­do di con­di­vider­le sino a essere indot­to, per dare tes­ti­mo­ni­an­za pal­mare dell’inedito sta­to d’animo, all’acquisto (prof­ittan­do di una casuale trasfer­ta in Toscana poiché adesso sta sul Gar­da) del pupazzet­to sago­ma­to in serie. Non di gran cos­to, no di cer­to. Eppure molto grat­i­f­i­cante per chi se lo è vis­to recap­itare den­tro un anon­i­mo sac­chet­to di car­ta bian­ca. Per un extra­co­mu­ni­tario le smagrite lirette da met­tere assieme per con­ced­er­si pur min­i­mo lus­so per­son­ale cos­ti­tu­is­cono assil­lo di quo­tid­i­ana ripro­pos­ta. Inim­mag­in­abile quin­di ne sot­trag­ga al pro­prio portafogli per acquistare un rega­lo des­ti­na­to a altri. Ma così è avvenu­to, né ci risul­ta con rimpianto del dona­tore che, sia chiaro, dopo tan­ta gen­erosità non si sot­trae alla sof­fer­ta con­sue­tu­dine di trattare la nos­tra mon­e­ta con un «lei» molto rispet­toso. Addirit­tura osse­quioso. Quan­do per anni si è avu­to a che fare con fior­i­ni del tut­to estranei alla mit­i­ca (e fiorenti­na) con­san­guineità con l’oro… Dani­lo Tamagnini