mercoledì, Gennaio 14, 2026
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In Romagna e Marche succede già nel Bresciano prevale lo scetticismo

Mettere in bottiglia l’acqua potabile?

Tanto buona l’acqua da far venire a qualche Comune l’idea di imbottigliarla. Siamo agli albori, e forse non è destinata nemmeno a diventare un’attività di successo, ma innovatori e precursori non mancano. Nelle Marche fa scuola l’esperienza dell’Azienda speciliazzata settore multiservizi Spa di Tolentino (Macerata) che insieme ad uno stabilimento termale gestisce un impianto di imbottigliamento che produce oltre due milioni di litri, in bottiglie di vetro. Non sono grandi cifre, ammettono i responsabili della società visto che riescono a soddisfare soprattutto il mercato locale. Gli «avversari» sono, manco a dirlo, le grandi marche che monopolizzano le vendite. Di nicchia può invece essere definita l’esperienza avviata dalla Romagna Acque Spa, una società che rappresenta una sessantina di Comuni e Province della Romagna; la quota più consistente la detiene il Comune di Ravenna. Romagna Acque e Culligan, una multinazionale americana, hanno dato vita alla Culligan-Rydra Srl (51 Culligan, 49 Romagna Acque) che dopo un trattamento particolare dell’acqua dei rubinetti riempie quei grandi boccioni da 19 litri che si vedono negli uffici, negli enti pubblici, nelle strutture sanitarie, ecc. L’impianto è in funzione a Cesenatico dal 1 luglio dell’anno scorso. Romagna Acque Spa ha come fatturato principale la commercializzazione all’ingrosso dell’acqua contenuta nell’invaso di Ridracoli (Forlì), 33 milioni di metri cubi. L’azienda preleva l’acqua, la «affina» e poi la vende ai Comuni che a loro volta la immettono nella rete di distribuzione. Che l’acqua potabile stia riguadagnando la stima di chi ogni giorno vigila sulla sua qualità lo confermano Sergio Carasi, direttore del dipartimento di prevenzione dell’Asl di Brescia e Luigi Filini, direttore dell’Unità operativa di chimica dell’Arpa. L’inquinamento microbiologico segna decisamente il passo, grazie al miglioramento delle captazioni e della distribuzione. Altra cosa è invece l’inquinamento chimico: in generale il quadro dei prelievi ai rubinetti (3000 i campionamenti effettuati sul territorio provinciale) confermano il rispetto dei parametri di legge. La cartina delle zone più vulnerabili invita comunque a mantenere alta la guardia. L’Ovest (Palazzolo-Chiari, Rovato, Urago d’Oglio) e sul Garda (Lonato e Desenzano) lamenta la presenza di nitrati, legati alle attività agricole; tra la città e la Valtrompia si segnala la presenza di solventi e cromo, contrastati con i filtri ai carboni attivi; nella Bassa bresciana segnalate tracce di arsenico, ferro e manganese. La profondità dei pozzi va ormai dalle poche decine di metri ad oltre cento. C’è anche chi è sceso oltre, fino a 250 metri, come a Capriano dove hanno trovato sì l’acqua, ma pure le conchiglie di chissà quale era geologica. Gli acquedotti . Nel Bresciano Asm e Cogeme fanno la parte del leone nella gestione degli impianti. La Spa di via Lamarmora, controllata dal Comune di Brescia, serve più di quaranta Comuni per un totale di oltre 132mila utenze (400mila abitanti) che consumano (dato ’99) 46 milioni di metri cubi di acqua. Lo sviluppo delle tubazioni raggiunge i 2275 chilometri; 127 i pozzi e 37 le fonti utilizzate. I costi per l’utente oscillano in media intorno alle mille lire al metro cubo. «La qualità? Buona, ma se lo diciamo noi e come chiedere all’oste del suo vino…», scherzano all’Asm e aggiungono. «La gente ha in generale una scarsa conoscenza dell’acqua. C’è molto scetticismo e ignoranza sulla materia; informare un po’ di più sarebbe un gran bene. Possiamo comunque assicurare che l’acqua che esce dai rubinetti è più che dignitosa». Cogeme è la più importante distributrice di acqua dell’area che aspira a gestire il bacino imbrifero dell’Oglio, individuato dalla Regione come Ambito 10. I 34 acquedotti gestiti hanno erogato oltre 15,3 milioni di metri cubi d’acqua nel 99 e oltre 16 milioni nel 2000. Con una rete di distribuzione di 1207 chilometri fornisce acqua a 79 mila rubinetti che servono 180mila abitanti.Il costo minimo dell’acqua è pari a 200 lire per metro cubo, il massimo arriva a 1800 lire: la diversità si spiega con la consuetudine di tutte le amministrazioni di prevedere prezzi del servizio in funzione del consumo, con costi crescenti in funzione della quantità consumata. A queste variabili va aggiunto il costo di manutenzione della rete di distribuzione, la facilità di reperimento dell’acqua e ovviamente il costo di depurazione. Il costo medio di un metro cubo nella fascia di consumo più diffusa è compreso tra le 300 e le 500 lire al litro. La qualità dell’acqua varia come da zona a zona: Cogeme pubblica regolarmente i risultati delle analisi effettuate sotto il controllo delle Asl di Brescia e di Bergamo. La felice situazione della zona di Palazzolo, Cologne, Adro, Erbusco e Capriolo, dovuta alla particolare conformazione geologica locale, non si ripete sulla sponda bergamasca le cui acque potabili, in genere più dure denunciano presenze maggiori di nitriti, nitrati e cloruri conseguenze dell’attività umana e industriale. Solo le acque di Angolo Terme presentano durezza e alcalinità minori, ma la necessità di proteggerla nel lungo percorso che compie dalle sorgenti ai rubinetti obbliga ad usare un sanificante che ne diminuisce la gradevolezza. Confrontando i dati relativi alle acque dei vari comuni con le etichette di molte minerali non si rivela comunque un scostamento tale da giustificare la sostituzione dell’acqua di rubinetto con una minerale che arriva a costare come minimo cento volte di più. L’aggiunta di anidride carbonica ha la fondamentale funzione di mantenere l’acqua microbiologicamente pura, ma per avere acqua dal rubinetto senza batteri basta farla scorrere due o tre minuti svuotando la conduttura dall’acqua ferma: se ne andrebbero circa una decina di litri il cui costo resta decisamente inferiore alla più economica delle bottiglie.

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