L’Anno Santo del 1975, vissuto da Paolo VI come occasione di dialogo

A Roma l’incontro delle grandi religioni

26/07/2000 in Religione
Di Luca Delpozzo
Giuliano Polidori

Ave­va scel­to il nome dell’«apostolo delle gen­ti», Pao­lo VI, Gio­van­ni Bat­tista Mon­ti­ni, quan­do nel giug­no del 1963 era sta­to chiam­a­to a rac­cogliere l’eredità di Gio­van­ni XXIII. E avrebbe infat­ti viag­gia­to moltissi­mo, qua­si a dare il sen­so dell’apertura pro­mossa dal Con­cilio Vat­i­cano II, da lui con­clu­so nel dicem­bre 1965, nel ten­ta­ti­vo di allargare il dial­o­go col mon­do non cat­toli­co, ma anche non cris­tiano. E sot­to questo seg­no si sarebbe aper­to anche il Giu­bileo del 1975. Pare che il Papa avesse nutri­to qualche dub­bio, e lo ave­va det­to chiara­mente nel dis­cor­so tenu­to all’udienza gen­erale nel­la Basil­i­ca vat­i­cana il 9 mag­gio 1973: «Ci siamo doman­dati se una sim­i­le tradizione mer­i­ti di essere man­tenu­ta nel tem­po nos­tro, tan­to diver­so dai tem­pi pas­sati». Una diver­sità dovu­ta da un lato allo stile reli­gioso impos­to dal Con­cilio Vat­i­cano II, dall’altro al «dis­in­ter­esse prati­co di tan­ta parte del mon­do mod­er­no per espres­sioni rit­u­ali d’altri sec­oli». Il prece­dente Giu­bileo, quel­lo di Pio XII, era sta­to uno stra­or­di­nario suc­ces­so; ma esso sem­bra­va lon­tano un sec­o­lo, con­siderati i ven­ti di con­tes­tazione che ave­vano col­pi­to anche la Chiesa. Alla fine, però, Pao­lo VI si era deciso: il Giu­bileo si sarebbe svolto non solo per­ché si inseri­va coer­ente­mente nel­la lin­ea spir­i­tuale del Con­cilio stes­so, ma anche per­ché pote­va con­tribuire a ridi­men­sion­are l’isolamento nel quale l’incalzante moder­nità ave­va spin­to la Chiesa. Bisog­na­va rifare l’uomo dal di den­tro, quell’uomo che il vor­tice del lavoro ave­va ridot­to in uno sta­to di pre­oc­cu­pante alien­azione, un essere che «gode e si diverte» e subito si sente «annoia­to e delu­so». L’altro tema di quell’Anno San­to era la ric­on­cil­i­azione, fra i cris­tiani delle diverse con­fes­sioni innanz­i­tut­to; e qui Pao­lo VI si inseri­va nel sol­co del­la sua azione di dial­o­go e di «dis­ge­lo», che ave­va por­ta­to buoni frut­ti anche con la diplo­mazia sovi­et­i­ca. La bol­la di indizione fu carat­ter­iz­za­ta da alcune impor­tan­ti novità: diven­ta­va suf­fi­ciente com­piere un pel­le­gri­nag­gio a una sola basil­i­ca patri­ar­cale, oppure a un’altra chiesa del­la cit­tà di Roma, e parte­ci­pare devota­mente a una cel­e­brazione litur­gi­ca, specie la Mes­sa. Oppure i pel­le­gri­ni pote­vano vis­itare «in grup­po o sin­go­lar­mente una delle quat­tro basiliche patri­ar­cali, e quelle sola­mente, ed ivi atten­der­an­no per un con­gruo peri­o­do di tem­po a pie med­i­tazioni, con­clu­den­dole con il Padre Nos­tro, con la pro­fes­sione di fede in qual­si­asi legit­ti­ma for­ma e con l’invocazione alla Bea­ta Vergine Maria». L’apertura del­la Por­ta San­ta, trasmes­sa per la pri­ma vol­ta in Mon­dovi­sione, slit­tò al di fuori dei bina­ri del pro­to­col­lo: si vide il Papa che alza­va le brac­cia in un gesto di dife­sa con­tro la cadu­ta di pezzi di cal­ci­na, per­ché, dopo i rit­u­ali tre colpi sul­la por­ta sig­illa­ta, il muro era sta­to rimosso in maniera malac­cor­ta dagli operai, e s’era così alza­ta una nuvola di pol­vere nel­la quale papa Mon­ti­ni parve scom­par­ire. L’Anno San­to prese comunque il via rego­lar­mente e il Pon­tefice poté imprimer­gli fin dall’inizio lo spir­i­to del dial­o­go inter­re­li­gioso, in una misura quale mai s’era mostra­ta nei prece­den­ti Giu­bilei. La notte del 24 dicem­bre, infat­ti, al tem­ine del­la Mes­sa natal­izia, Pao­lo VI volle incon­trare un grup­po di bud­disti giap­pone­si invi­tati dal Seg­re­tari­a­to per i non cris­tiani, un organ­is­mo da lui stes­so volu­to; e il 1° gen­naio ricevette i mem­bri del Comi­ta­to inter­nazionale di col­lega­men­to tra la Chiesa cat­toli­ca e l’Ebraismo mon­di­ale, ai quali dichiarò il pieno riget­to «di ogni for­ma di anti­semitismo, e l’invito che noi abbi­amo lan­ci­a­to a tut­ti i fedeli del­la Chiesa cat­toli­ca per­ché si met­tano in ascolto per appren­dere le carat­ter­is­tiche essen­ziali con le quali gli ebrei stes­si si definis­cono». Era un pas­so sig­ni­fica­ti­vo, che Gio­van­ni Pao­lo II avrebbe appro­fon­di­to, nel 1986, con la visi­ta alla sin­a­goga romana. Ma quell’Anno San­to fu tut­to un susseguir­si di inizia­tive ecu­meniche. Nell’incontro con Gyala Karma­pa, rap­p­re­sen­tante del bud­dis­mo tibetano, il Papa espresse la sua «sin­cera ammi­razione per il bud­dis­mo nelle sue varie forme e per il suo con­trib­u­to per l’elevazione spir­i­tuale dell’uomo». E il 14 dicem­bre 1975 cele­brò il dec­i­mo anniver­sario dell’atto di fra­ter­nità che ave­va sci­olto la sec­o­lare inimi­cizia tra la Chiesa di Roma e quel­la di Costan­ti­nop­o­li, con la can­cel­lazione delle rec­i­proche sco­mu­niche. Pao­lo VI volle com­piere un gesto di umiltà incon­sue­to e baciò, sor­pren­den­do anche l’interessato, il piede del met­ro­poli­ta Meli­tone di Cal­cedo­nia, capo del­la del­egazione orto­dos­sa. Il 24 dicem­bre 1975 il Papa donò l’indulgenza ple­nar­ia anche a col­oro che seguiv­ano il rito di chiusura attra­ver­so radio e tele­vi­sione, che si aggiungevano alla cifra record di quan­ti vi ave­vano parte­ci­pa­to fisi­ca­mente: cir­ca dieci mil­ioni di per­sone, sec­on­do stime del­la San­ta Sede, il numero più alto di pel­le­gri­ni mai rag­giun­to in un Giu­bileo. A rito con­clu­so si trasportò nelle Cat­a­combe di San Cal­lis­to una sfera di argen­to e bron­zo, con al cen­tro un pic­co­lo cero acce­so dal Papa, des­ti­na­ta a rimanere lì fino al Giu­bileo del 2000. Questo sarebbe però sta­to pre­ce­du­to da un altro Anno San­to stra­or­di­nario, volu­to da Gio­van­ni Pao­lo II e annun­ci­a­to — anco­ra una vol­ta tra la sor­pre­sa gen­erale, come era avvenu­to per quel­lo di Pio XI nel 1933 — il 26 novem­bre 1982 ad un’assemblea ple­nar­ia di car­di­nali. Era la cel­e­brazione del 39° cinquan­te­nario dal­la morte di Cristo, in lin­ea con l’esortazione di Wojty­la ad «aprire le porte al Reden­tore», pro­nun­ci­a­ta subito dopo la sua elezione nel 1978. E Aperite por­tas Redemp­tori fu difat­ti il tito­lo del­la bol­la di indizione, pub­bli­ca­ta il 6 gen­naio 1983. Vi si affer­ma­va che la priv­i­le­gia­ta con­dizione dei cat­toli­ci anda­va raf­forza­ta «col pen­siero, con le parole, con le opere», sen­za le quali non solo «non ci si può sal­vare, ma anzi si sarà più sev­era­mente giu­di­cati». Ques­ta cel­e­brazione stra­or­di­nar­ia del Giu­bileo ebbe anche una dura­ta altret­tan­to stra­or­di­nar­ia (25 mar­zo-22 aprile, un anno e 27 giorni), scan­di­ta da numerose can­on­iz­zazioni e beat­i­fi­cazioni, tra cui la beat­i­fi­cazione di novan­ta­tré mar­tiri del­la Riv­o­luzione francese e di due mis­sion­ari vit­time nel 1930 dei comu­nisti cine­si. L’Anno San­to finì con un altro appun­ta­men­to eccezionale: il Giu­bileo dei gio­vani, che si svolse dall’11 al 15 aprile. Essi era­no chia­mati dal Papa a «svol­gere un’azione di denun­cia con­tro i mali di oggi», innanz­i­tut­to con­tro quel­la che Wojty­la definì la «cul­tura del­la morte, che almeno in cer­ti con­testi etni­co-sociali (per for­tu­na non dap­per­tut­to), si riv­ela come un peri­coloso piano incli­na­to di scivola­men­to e di rovina».Giuliano Polidori