Affollato il convegno “Il lago di Garda: quale futuro per il paesaggio”

12/05/2015 in Attualità, Convegni
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Di Redazione

Sul fat­to che il pae­sag­gio del Lago di Gar­da sia uno dei più bel­li del mon­do con­cor­dano tut­ti da un paio di mil­len­ni. Su come recu­per­ar­lo dalle ferite infer­tegli nei tem­pi più recen­ti e sal­va­guardar­lo per il futuro ha dibat­tuto il con­veg­no di saba­to 9 mag­gio a Salò nell’ambito degli even­ti per il 450° anniver­sario di fon­dazione dell’Ateneo.

La trasfor­mazione del pae­sag­gio salo­di­ano dovu­ta al ter­ri­bile ter­re­mo­to del 1901, in segui­to al quale il fronte dei prin­ci­pali palazzi fu sposta­to dal cen­tro urbano al lun­go­la­go, è sta­ta ogget­to dell’apertura da parte del pro­mo­tore dei lavori, l’architetto ed ex-sin­da­co di Salò, Gio­van­ni Cigognetti. “Altre sig­ni­fica­tive mod­i­fi­cazioni avven­nero nel pae­sag­gio del­la parte bres­ciana del Lago con l’arrivo in par­ti­co­lare ad Arco e Gar­done, degli stranieri, Aus­triaci e Tedeschi, che costru­irono le case di cura e i gran­di alberghi ed influen­zarono l’architettura delle ville pri­vate. Il resto del Bena­co ave­va man­tenu­to intat­to il pro­prio fas­ci­no orig­i­nale. Nel­la sec­on­da metà del ‘900 le ammin­is­trazioni pub­bliche, nazion­ali e locali, ema­narono una serie di leg­gi di tutela e vin­co­lo; ciononos­tante sono andate pro­gres­si­va­mente annul­lan­dosi le carat­ter­is­tiche costrut­tive e si è prodot­ta una rad­i­cale mod­i­fi­ca del ter­ri­to­rio. Come è sta­to pos­si­bile tut­to ciò? Quan­to poco è rimas­to delle porzioni sot­to tutela? Tornare indi­etro non si può. Ma occorre pen­sare il pae­sag­gio futuro, rileggen­do quel­lo attuale per impedire ulte­ri­ori sot­trazioni di bellez­za, doman­dan­dosi come ridar­gli coeren­za e qual­ità. “

Dopo un det­taglia­to excur­sus di Marinel­la Man­del­li, cura­trice del­la rasseg­na “I Gia­r­di­ni del Bena­co”, sul­la loro attiv­ità degli anni pas­sati e sui prog­et­ti per il futuro, il reg­ista teatrale Cesare Lievi ha inter­pre­ta­to in modo del tut­to orig­i­nale e incon­sue­to “Il pen­siero del pae­sag­gio”. Quel­lo che per­cepisce da sempe dal­la pro­pria casa sul­la piazzetta di Vil­la di Gargnano, a fronte del Monte . Un pen­siero che con la sua stra­or­di­nar­ia mutev­olez­za fa sen­tire gli abi­tan­ti in un perenne altrove e ne influen­za il modo di vivere, di com­por­tar­si. Sot­to­lin­eato il ruo­lo degli Aus­triaci nel cam­bi­a­men­to del­la veg­e­tazione, cui han­no dato un’impostazione mediter­ranea, Lievi ha cita­to come esem­pio di dram­mat­i­ca mod­i­fi­cazione del pae­sag­gio il caso di Sirmione, che non si capisce neanche più che sia una peniso­la. “Han­no ucciso Cat­ul­lo” ha det­to con ram­mari­co, invi­tan­do a cer­care di con­ser­vare quel­lo che è rimas­to di buono e ad avere il cor­ag­gio di dis­trug­gere “il pes­si­mo”. “Per non far scap­pare col­oro che questo lago han­no scel­to come Heimat (patria)”.

Indif­feren­za e banal­iz­zazione sono i due aspet­ti più pre­oc­cu­pan­ti per il pae­sag­gio — ha esor­di­to l’architetto pae­sag­gista tedesco Andreas Kipar — Ren­der­lo vivo è il nos­tro com­pi­to, elim­i­nan­do l’antica con­cezione di con­quista e sos­tituen­dola con un cor­ret­to rap­por­to tra cul­tura e natu­ra. Met­tere ordine occorre, in un quadro dis­or­di­na­to, che ha bisog­no di cor­rezioni; ragionare su un nuo­vo par­a­dig­ma delle infra­strut­ture, avere il cor­ag­gio di pen­sare in chi­ave 2030/2050.” Gli fa eco l’architetto del Politec­ni­co di Andrea Roc­ca: “Pos­si­amo pen­sare il pae­sag­gio del futuro solo con atteggia­men­to di tipo prog­et­tuale. Cer­care di capire come è sta­to fat­to per sapere come fare a man­ten­er­lo. Occorre accor­cia­re le dis­tanze fra gli enti nazion­ali e quel­li locali: si richiede mag­giore capac­ità di ascolto delle esi­gen­ze locali da parte dei piani­fi­ca­tori. I piani con­tengono indi­cazioni giustis­sime, ma queste devono essere appli­cate nel­la realtà. E’ urgente pren­dere per il pae­sag­gio i provved­i­men­ti che sono sta­ti attuati da 20/30 anni per il recu­pero e la sal­va­guardia dei cen­tri stori­ci, per­chè è una parte del pat­ri­mo­nio altret­tan­to impor­tante. Si può trasfor­mare sen­za dis­trug­gere. Infine bisogna credere nel­la cen­tral­ità degli spazi pub­bli­ci: la pri­va­tiz­zazione delle aree è quel­la che crea il tur­is­mo dete­ri­ore, sen­za con­di­vi­sione e social­iz­zazione.”

Siamo la gen­er­azione che ha più par­la­to, scrit­to, fat­to con­veg­ni sul­la con­ser­vazione del pae­sag­gio e siamo quel­la che più lo ha dis­trut­to.” Così ha aper­to la pro­pria relazione Francesc Muñoz, geografo docente all’ di Bar­cel­lona, che definisce il fenom­e­no “urbanal­iz­zazione”, assim­i­lan­do il momen­to attuale, in cui viene pro­gres­si­va­mente a man­care il “tem­po mor­to di qual­ità” in cui ad esem­pio osser­vare il pae­sag­gio, a quel­lo stori­co del­la inur­bazione dei con­ta­di­ni: essi andan­do a lavo­rare in cit­tà si resero con­to che le ore non era­no più scan­dite dal­la natu­ra, ma da rit­mi arti­fi­ciali sta­bil­i­ti dall’uomo. “Oggi abbi­amo una nuo­va riv­o­luzione: mis­uri­amo il tem­po con la cul­tura dig­i­tale” ha aggiun­to il rela­tore, sug­geren­do per com­bat­tere la banal­iz­zazione del ter­ri­to­rio la ges­tione, la capac­ità di rin­no­vare in modo cre­ati­vo, di gener­are sin­ergie anche con le attiv­ità dei tur­isti.

A propos­i­to del prog­et­to di can­di­dare il Lago di Gar­da al riconosci­men­to di “sito pat­ri­mo­nio dell’umanità dell’Unesco” Kipar e Muñoz con­cor­dano sul fat­to che sarebbe fat­i­ca spre­ca­ta se il ter­ri­to­rio non si pre­sen­tasse con prog­et­tual­ità defini­ta, se la comu­nità non avesse la capac­ità di unir­si in un obi­et­ti­vo comune in visione con­di­visa.

Il con­veg­no si è con­clu­so con la nota uman­is­ti­ca di Michael Jakob, stori­co del pae­sag­gio e docente alle uni­ver­sità di Losan­na, Ginevra e Greno­ble, che ha pas­sato in rasseg­na il rap­por­to con il pae­sag­gio acquati­co di let­terati e pit­tori, par­tendo da Petrar­ca per arrivare a Rousseau, Hölder­lin, Mal­lar­mè, Lamar­tine, Turn­er e Fer­di­nand Hodler.

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