Chiaretto: un orgoglio tutto gardesano

Di Redazione
Angelo Peretti

Sul lago di Gar­da il rosé si chia­ma Chiaret­to: è questo il nome pre­vis­to dai dis­ci­pli­nari di pro­duzione delle doc riv­ierasche, sia sul­la spon­da lom­bar­da che su quel­la vene­ta. Sul­la riv­iera occi­den­tale c’è il Gar­da Clas­si­co Chiaret­to, su quel­la ori­en­tale il Bar­dolino Chiaret­to.

In area bres­ciana il Chiaret­to è ottenu­to in net­tis­si­ma prevalen­za dal Grop­pel­lo, vit­ig­no autoctono (il resto sono pic­cole per­centu­ali di Bar­bera, Marzemi­no e San­giovese). In ter­ra veronese il Chiaret­to lo si fa con lo stes­so uvag­gio del rosso Bar­dolino: la Corv­ina soprat­tut­to, che di lì a pochi chilometri, in Valpo­li­cel­la, è madre dell’Amarone, e poi la Rondinel­la, con l’eventuale sup­por­to di pic­cole per­centu­ali di altre uve.

Vit­ig­ni e uvag­gi diver­si, dunque, per i due Chiaret­ti. Ma un’identica matrice, che proviene dal lago e dalle sue colline moreniche: una grande fres­chez­za gus­ta­ti­va, una salin­ità che li rende adat­ti all’aperitivo e alla tavola. E una suc­cosa fra­gran­za di pic­coli frut­ti: in riv­iera vene­ta preval­go­no i ricor­di di lam­pone e di ciliegia, sul­la spon­da lom­bar­da si impone la fragoli­na di bosco. Tutt’e due aggiun­gono al frut­ti­no un’intrigante memo­ria spezi­a­ta di can­nel­la e di noce mosca­ta. La spezia proviene dai vit­ig­ni: è fra i carat­teri dis­tin­tivi sia del­la Corv­ina che del Grop­pel­lo.

Diverse sono le dimen­sioni pro­dut­tive: mez­zo mil­ione di bot­tiglie nel Bres­ciano, otto mil­ioni e mez­zo nel Veronese. In ter­ra bres­ciana (qual­cuno qui usa anco­ra la vec­chia doc Riv­iera del Gar­da Bres­ciano) si riven­di­ca però una pri­mo­gen­i­tu­ra del Chiaret­to, attribuen­done la «ricetta» a Pom­peo Mol­men­ti, sin­da­co, sen­a­tore del Reg­no, scrit­tore, giurista, che pare avere ideato il magi­co rosato riv­ieras­co nel 1896, nel­la sua vil­la di Moni­ga, affac­cia­ta ver­so il lago. Veneziano d’origine, Mol­men­ti s’accasò in Riv­iera, pren­den­do in moglie l’erede di un’agiata famiglia di Salò, Amalia Brunati, di undi­ci anni più gio­vane di lui: possede­va, pro­prio a Moni­ga, una vil­la e una quindic­i­na d’ettari di vigna. Moni­ga cap­i­tale stor­i­ca del Chiaret­to, dunque.

Qualche diver­sità di stile tra l’una e l’altra riv­iera la si ritro­va in quan­to a tec­ni­ca pro­dut­ti­va, che è più tradizionale fra i bres­ciani è più inno­v­a­ti­va fra i verone­si. Per i lom­bar­di, o almeno per ampia parte di loro, fare Chiaret­to sig­nifi­ca tut­to­ra rac­cogliere insieme il Grop­pel­lo e le altre tre uve com­ple­men­tari e vinifi­care tut­to assieme, las­cian­do che il mosto stia a con­tat­to con le buc­ce solo per poche ore: il «vino di una notte» lo chia­ma qual­cuno. Per i verone­si la fac­cen­da è più com­p­lessa e si rifà nel­la sostan­za alla filosofia di rosato abbrac­cia­ta da cias­cun pro­dut­tore. C’è cer­ta­mente qual­cuno che fa tut­to­ra uvag­gio anche fra i vig­naioli del Bar­dolino, ma i più stan­no ten­tan­do con suc­ces­so cres­cente altre strade. Ecco dunque che è pras­si dif­fusa la vinifi­cazione sep­a­ra­ta delle uve (Corv­ina e Rondinel­la han­no tem­pi di mat­u­razione un pò diver­si) o anche il salas­so del pri­mo fiore dei rossi des­ti­nati alla cuvée del Bar­dolino, o altre tec­niche anco­ra. E così pure si stu­di­ano chiusure alter­na­tive: c’è chi ha inizia­to a tap­pare il Chiaret­to con le nuove cap­sule a vite, e i risul­tati sem­bra­no di già molto buoni. Potrebbe essere questo il futuro.

Pri­ma pub­bli­cazione il: 17 April 2020 @ 20:00