Un pesce speciale e voracissimo che non si è mai adattato in altre acque diverse da quelle del Garda. Tanto pregiato che un tempo veniva spedito a Costantinopoli, in Francia e nelle Fiandre e che si nutrì del tesoro rubato dai banditi

Il fantastico carpione dalle squame d’oro

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Di Luca Delpozzo
Lago di Garda

Non è una novità: il lago di Gar­da ospi­ta nelle sue acque un pesce spe­cialis­si­mo — il — che invano si ten­tò di far vivere in altri laghi. È sim­i­le alla tro­ta, di col­or bian­co argen­teo pic­chi­et­ta­to di rosso. Esso, nel peri­o­do degli amori scende a notevoli pro­fon­dità (300 metri) e la depo­sizione delle uova viene fat­ta in mas­sa da grup­pi di fem­mine su fon­di ghi­aiosi o roc­ciosi del lago, in acque lim­pidis­sime e mosse da cor­ren­ti con­tin­ue. Il car­pi­one ebbe in anti­co grande fama, tan­to che gli Statu­ti Verone­si ne vietarono la ven­di­ta fuori dal­la regione bena­cense. Bucelli­ni in un suo poemet­to del 1821, lo definisce «soave car­pi­one, fiore de’ pesci». Nei sec­oli trascor­si poeti e prosatori scrissero le lodi di questo pesce e la gente ric­ca, attrat­ta dal­la pro­pa­gan­da let­ter­aria, si reca­va appos­ta sulle rive del Bena­co per gus­tar­lo facen­do­lo cuo­cere appe­na lev­a­to dalle reti. In una let­tera di Pietro Aretino del gen­naio 1546 all’amico avvo­ca­to Bren­zone, pro­pri­etario del­la Pun­ta di San Vig­ilio, si legge: «Da che i car­pi­oni si nutrono d’oro, ringraziovi di quegli che mi avete manda­to come dono aureo». Insom­ma, tale era la fama del car­pi­one che in anti­co lo si spe­di­va perfi­no a Costan­ti­nop­o­li, in Fian­dra e in Fran­cia. Sulle squame d’oro del car­pi­one c’è una leggen­da che nar­ra­no appun­to i pesca­tori del Gar­da. Ques­ta: «Fra Desen­zano e Peschiera, nel­la local­ità chia­ma­ta Lugana, ha il suo covo, den­tro una fit­ta boscaglia, una tribù di ter­ri­bili preda­tori armati fino ai den­ti. Una notte essi escono dal­la fores­ta per una scor­re­ria a Tor­ri del Bena­co: vogliono sac­cheg­gia­re il paese, che san­no ric­co d’argento, d’oro e di pietre preziose. I ladri sal­go­no su una bar­ca e fan­no vela sul lago buio, pri­ma che si levi la luna». «Balzano a ter­ra a Tor­ri», con­tin­ua la leggen­da, «e com­in­ciano il sac­cheg­gio. I bar­caioli dan­no l’allarme e le cam­pane suo­nano a martel­lo. In breve il paese è mes­so a soqquadro e nel­la tene­bra si impeg­na una zuf­fa tremen­da tra i tor­re­sani e i preda­tori». «Presto un suono di corno echeg­gia cupo nell’aria: è il seg­nale del­la riti­ra­ta. E in breve i brig­an­ti si dileguano: la vela nera del­la loro bar­ca si pro­fi­la sul cielo e si allon­tana velo­ce­mente al sof­fio del­la brez­za not­tur­na. Mag­nifi­co il bot­ti­no: nel fon­do del veliero l’oro giace ammuc­chi­a­to e scin­til­la ai vivi­di bagliori sot­to i rag­gi del­la luna». «Infat­ti la luna s’alza quel­la notte insoli­ta­mente lumi­nosa e il suo chiarore des­ta un mostro immane — il Dra­go, il famoso Dra­go — che dorme giù nei reces­si del lago. Esso man­da un sibi­lo acu­to, lanci­nante… Colti da ter­rore, i ladroni s’agitano nel­la bar­ca dis­or­di­nata­mente; la bar­ca, già stracar­i­ca d’oro, in un atti­mo si capo­volge e affon­da con tut­ta la ciur­ma, vit­ti­ma del­la pro­pria mal­vagità». «Dopo il naufra­gio, l’oro giace sul fon­do del lago e il suo bagliore attrae i car­pi­oni che nuotano nelle acque. Si sa che i pesci sono voracis­si­mi. La golosità dei car­pi­oni li induce a cibar­si perfi­no dell’oro dei brig­an­ti cola­to a pic­co. Ecco per­ché essi, dopo la leggen­daria abbuf­fa­ta, han­no le squame dorate e lucenti».

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