Dal Garda all’hinterland, tetti scoperchiati, migliaia di macchine rovinate In ginocchio l’agricoltura. Laboratori in difficoltà. Voglia di ripresa

Il giorno dopo l’inferno

06/08/2002 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Valtenesi

La gente del Bas­so Gar­da, delle colline moreniche alza la tes­ta sull’uragano di domeni­ca notte, con­ta le migli­a­ia di mac­chine ammac­cate da colpi di gran­dine di mez­zo chi­lo — 2mila per ogni paese dell’epicentro, tra Maner­ba e Raf­fa di Pueg­na­go — con­trol­la i tet­ti scop­er­ti, cal­co­la i dan­ni alle bot­teghe e ai capan­noni dis­trut­ti, sis­tema i camp­ing. Il sim­bo­lo del dis­as­tro, di un’autentica calamità nat­u­rale da esi­bire alle autorità com­pe­ten­ti, a cer­ti­fi­cazione di tut­to il resto del dis­as­tro, è al cro­ce­via di Maner­ba, tra i resti del­la fab­bri­ca di bir­ra degli Avanzi. E la grandez­za dei costi e del­lo spaven­to viene rego­lar­mente richia­ma­ta dalle mac­chine incon­trate, una ogni dieci con il parabrez­za e il lunot­to sparac­chiati. Auto da intifa­da, non da zona di ferie. Del resto, è sta­ta una mezz’ora di guer­ra, rac­con­tano ai camp­ing nascosti nel verde, sul gol­fo di fronte all’isola dei Conigli. Il sign­or Berk, cinquan­tenne tedesco di Stoc­car­da, in vacan­za nel camp­ing Rio di Pieve di Maner­ba, la Pom­pei dell’eruzione venu­ta dal cielo bres­ciano, ci sco­pre gior­nal­isti e ci por­ta, sec­on­do la lin­gua dei gesti, a vedere una roulotte let­teral­mente spac­ca­ta a metà. Rac­co­man­da di atten­der­lo, si allon­tana e ritor­na poco dopo con una cinepre­sa. Mostra le ferite dell’uragano qua­si in diret­ta sul mon­i­tor. Sono decine di roulottes con la pan­cia in su come se fos­sero anco­ra in fab­bri­ca e invece sono state smon­tate dal ven­to e dal­la gran­dine. Ovunque vol­gi lo sguar­do tro­vi un uli­vo, un piop­po, sali­ci srad­i­cati. Impres­sio­n­ano tre ulivi — «paghi di resistere», dice­va il poeta — but­tati ai lati di un pra­to, allo stes­so modo con cui ti liberi di una bici­clet­ta vec­chia. Fus­cel­li. La nos­tra gente è già sui tet­ti. Chi sa adop­er­are un martel­lo, una pial­la o chia­ma chi li sa usare. Così capi­ta nel cen­tro stori­co di Moni­ga, a cen­to metri sul­la sin­is­tra e sul­la destra dopo la far­ma­cia, sul­la stra­da che por­ta a Maner­ba. «D’altra parte — dicono al munici­pio di Moni­ga — dob­bi­amo arran­gia­r­ci. Non tro­vi un’impresa edile in giro. Sono in ferie. Inoltre ci sono lavori che puoi fare ed altri peri­colosi». Siamo alla parte del­i­ca­ta, dei mate­ri­ali peri­colosi da smaltire. Le regole di molte case vec­chie non stan­no den­tro le nuove regole e ci sono sostanze uscite dal ven­tre dei muri e dei tet­ti che non si pos­sono met­tere in dis­cariche nor­mali. Rifiu­ti spe­ciali, dall’Asl, presto, indi­cazioni spe­ciali. L’uragano, ci spie­gano, si è pre­sen­ta­to con la fed­i­na penale di un uragano del­la Flori­da: ore 2,30, gran­dine fit­ta, proi­et­tili tra i 3 etti e il mez­zo chi­lo, impos­si­bile met­ter fuori il naso. Fer­i­to chi ci ha prova­to. Decine di per­sone sono state ricov­er­ate all’ospedale di Desen­zano. Una tedesca è sta­ta col­pi­ta da infar­to. Un ragaz­zo del cen­tro di rimes­sag­gio al por­to di Moni­ga, Shani Mif­tari, mace­done di 20 anni, è sta­to fer­i­to men­tre sta­va dor­men­do all’interno del­la roulotte. «Tre sfere di gran­dine — dice — han­no buca­to l’oblò, due han­no sfio­ra­to il fian­co e la terza mi ha col­pi­to alla schiena». «I dan­ni, al cen­tro di rimes­sag­gio sono parec­chi — aggiunge il respon­s­abile Pier­pao­lo Bonet­ti — ma non è vero che gli stranieri se ne stan­no andan­do. Dia un’occhiata ai parcheg­gi, ai por­ti, li vedrà pieni». Dopo i minu­ti del­la gran­dine, la pausa. «Pen­sava­mo che tut­to fos­se ces­sato. Dieci minu­ti dopo è arriva­ta la trom­ba d’aria, quat­tro cinque raf­fiche di ven­to, di una poten­za inau­di­ta. E il lago, fer­mo come una palude, ren­de­va tut­to sur­reale». Ci spos­ti­amo ver­so Sirmione. L’uragano ha col­pi­to dura­mente ovunque, ma da alcune par­ti più che in altre. Così che Padenghe, ha meno ferite del­la Valte­n­e­si, ma ne ha più di Desen­zano, qua­si mira­co­la­ta. E invece Sirmione, la anti­ca qui­ete di Sirmione, è sta­ta fran­tu­ma­ta dagli attac­chi di un uragano che è mon­ta­to dal lago, ha srad­i­ca­to un piop­po sec­o­lare di 100 quin­tali, vici­no alle Terme, riducen­do una Lan­cia Dedra alla piat­tez­za di un pani­no. Frat­turate alcune palme vici­no all’entrata del­la cit­tà, l’uragano ha snob­ba­to le difese del cen­tro stori­co, venen­do e s’è pre­so, come un ladro di sto­rie indi­men­ti­ca­bili, i cen­to ulivi del sito arche­o­logi­co delle . «Qui, adesso — dice un grup­po di tur­isti milane­si — sti­amo come nelle buche in guer­ra: sic­come la bom­ba è cadu­ta da noi, non si ripeterà». Si tor­na nell’epicentro. Il sole, intan­to, rin­cuo­ra. I tedeschi fan­no il bag­no davan­ti all’.