Il pescatore e il poeta nelle grotte di Catullo

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Di Redazione
Mario Arduino

Era un vec­chi­et­to cur­vo e sot­tile. Pochi capel­li can­di­di gli coro­n­a­vano la som­mità del capo, inter­se­ca­ta da una rete di vene azzur­rine.

Sede­va d’abitudine pres­so l’uscio di casa e tal­vol­ta, nes­suna più grave fat­i­ca essendogli ormai con­sen­ti­ta, ripar­a­va le reti del figlio, muoven­do con anti­ca per­izia le mani tra le maglie lac­er­ate.

Ama­va rac­con­tare, ai pochi che ave­vano il tem­po e la voglia di ascoltar­lo, episo­di del­la sua lun­ga vita, trascor­sa qua­si intera­mente sul lago. Ma del­la pri­ma guer­ra mon­di­ale, durante la quale era sta­to arruo­la­to nel­la Regia Mari­na, preferi­va tacere e, se veni­va inter­roga­to in mer­i­to a quel­la dura espe­rien­za, dopo poche parole devi­a­va il dis­cor­so su fat­ti del­la vita civile.

Fin dall’infanzia ho ama­to gli anziani e i loro rac­con­ti che, per lon­tanan­za tem­po­rale e con­seguente incertez­za stor­i­ca, han­no il sen­tore miti­co delle fav­ole antiche. Ricor­do che in un remo­to pomerig­gio esti­vo gli chiesi di evo­car­mi un episo­dio del­la sua giovinez­za. Si esprime­va nel dialet­to caro alla Musa di Fran­ca Grisoni, la bres­ciana radice del quale è sovente addol­ci­ta dal­la con­fi­nante ter­ra vene­ta, cui la peniso­la garde­sana appartenne per sec­oli ed alla quale fu sot­trat­ta dalle armi france­si. Cor­re­va il 1797, l’anno del “sac­ri­fi­cio del­la Patria”, sec­on­do il fug­gi­ti­vo e dis­per­a­to Jacopo Ortis. “Sul finire dell’ottocento – a un dipres­so mi rac­con­tò, ma il suo elo­quio ave­va un irripetibile lin­dore – l’unica pos­si­bil­ità di accedere a Sirmione, per chi non inten­desse per­cor­rere imper­vi sen­tieri campestri, era data dal bat­tel­lo prove­niente da Desen­zano. Benché con­tasse poche centi­na­ia di abi­tan­ti, il paese che ci sta di fronte veni­va descrit­to come una cit­tà ai gio­vani, allorché vi si dove­vano recare, con pochi ogget­ti per­son­ali e molti tim­o­ri, a pren­dere il treno all’epoca del servizio mil­itare. Quan­do il bat­tel­lo get­ta­va l’ancora nelle acque anti­s­tan­ti quel­la che adesso è la piaz­za del munici­pio, noi ragazzi accor­re­va­mo. Dalle barche che li tras­bor­da­vano, scen­de­vano rari passeg­geri, vesti­ti in fogge strane e pesan­te­mente calza­ti rispet­to a noi che por­tava­mo qua­si sem­pre gli zoc­coli. Mi toc­cò una vol­ta di accom­pa­gnare alle Grotte di Cat­ul­lo una cop­pia di tur­isti ital­iani. La mas­s­ic­cia figu­ra dell’uomo maturo face­va risaltare la giovinez­za del­la don­na. Oltrepas­sate le poche case dell’abitato, attra­ver­so i prati sal­im­mo all’estrema pun­ta set­ten­tri­onale. A quei tem­pi, i resti dell’edificio romano era­no pro­prio delle cav­erne qua­si del tut­to inter­rate e ricop­erte da rovi che ne ren­de­vano dif­fi­coltoso l’accesso. Come arrivam­mo, quel sig­nore guardò gli ulivi, il lago, i mon­ti e quin­di, cin­ta con un brac­cio la vita del­la sua com­pagna, pro­nun­z­iò parole che non com­pre­si. Rimanem­mo a lun­go tra le rovine, mal­gra­do la fan­ci­ul­la esi­tasse ad inoltrar­si nei cuni­coli bui. Appe­na ritor­nati al por­to, ricevet­ti una mon­e­ta che con­seg­nai orgogliosa­mente a mia madre, la cui espres­sione di mer­av­iglia vive tut­to­ra in me. Soltan­to alcu­ni anni più tar­di sep­pi di aver guida­to alle Grotte un famoso poeta, che ave­va recita­to i ver­si ded­i­cati da Cat­ul­lo a Sirmione”.

Il pesca­tore riposa nell’ultima dimo­ra, guar­da­ta da un filare di agili cipres­si. Tut­tavia, pas­san­do dinanzi a quel­la che fu la sua casa, m’è par­so di ved­er­lo anco­ra sedu­to a con­tem­plare, tra l’azzurro del lago e del cielo, il volo dei liberi gab­biani. Poi la neb­bia del tem­po è cala­ta a velare le mem­o­rie e le cose.

Pri­ma pub­bli­cazione il: 27 April 2020 @ 08:30

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