Chiaretto, Ambasciatore di Valtènesi con tante potenzialità ancora da esplorare

Italia in Rosa, Report Convegno “Pensa in Rosa”

08/06/2011 in Attualità
Di Luca Delpozzo

La Valtè­ne­si ha nel un suo grande pun­to di forza con anco­ra molte fron­tiere tutte da esplo­rare sia sul fronte pro­dut­ti­vo che su quel­lo com­mer­ciale. Questo il mes­sag­gio emer­so dal con­veg­no “Pen­sa in Rosa”, che domeni­ca 5 giug­no ha coro­na­to con un impor­tante momen­to di appro­fondi­men­to la quar­ta edi­zione di “Italia in Rosa”, la vet­ri­na dei chiaret­ti e dei rosè ital­iani che ha tenu­to ban­co con grande suc­ces­so a Moni­ga del Gar­da il 4 e 5 giug­no.  “Il Chiaret­to è sim­bo­lo dell’intreccio pro­fon­do tra la cul­tura e i del­la nos­tra ter­ra”, – ha spie­ga­to Tul­lio Fer­ro, gior­nal­ista e stori­co garde­sano, che ha introdot­to il dibat­ti­to riper­cor­ren­do sul filo del­la memo­ria sto­rie ed aned­doti legati alla Valtè­ne­si e al suo prodot­to sim­bo­lo. Un excur­sus par­ti­to dal­la vicen­da di Pom­peo Mol­men­ti, sen­a­tore veneziano che per pri­mo cod­i­ficò, gra­zie a numerosi viag­gi in Fran­cia, la metodolo­gia pro­dut­ti­va del Chiaret­to ed allargatosi poi ad epoche suc­ces­sive. “Il Chiaret­to ha sem­pre viag­gia­to nel­la vali­gia diplo­mat­i­ca garde­sana – ha ricorda­to Fer­ro -. Ho annona­to numerosi appun­ta­men­ti all’estero per con­veg­ni e con­feren­ze stam­pa in cui si brindò con Chiaret­to. Ed è impos­si­bile non ricor­dare come a Moni­ga, nel­la trat­to­ria da Gio­van­ni del Por­to, negli anni ’70, si for­mò un cena­co­lo spon­ta­neo calami­ta­to dal gior­nal­ista  Nan­tas Sal­valag­gio, cui appro­darono scrit­tori, crit­i­ci, pit­tori uni­ti dall’amore del Chiaret­to. Ricor­do come Mario Rigo­ni Stern mi donasse il for­mag­gio di Asi­a­go ed io rispon­dessi con Chiaret­to e olio d’oliva. Tan­ti per­son­ag­gi sono pas­sati in quel cena­co­lo. Ma anche in epoche prece­den­ti il Chiaret­to ha saputo ammaliare poeti, pit­tori, artisti. E tante sono le tes­ti­mo­ni­anze che lo ricor­dano, a dimostrazione di quan­to questo prodot­to sia sta­to ambas­ci­a­tore del­la Valtè­ne­si e di come abbia tutte le carte in rego­la per con­tin­uare ad esser­lo”.   CHIARETTO E ROSATI   Di par­ti­co­lare ril­e­van­za la relazione tec­ni­ca e sci­en­tifi­ca del pro­fes­sor Roc­co Di Ste­fano, enol­o­go sicil­iano di fama nazionale, che ha ricorda­to le dif­feren­ze tec­niche che con­trad­dis­tin­guono la pro­duzione dei rosati. “Le notizie sui rosati sono piut­tosto scarse nel­la let­ter­atu­ra eno­log­i­ca – ha spie­ga­to Di Ste­fano-.  Ma una cosa cer­ta è che le dif­feren­ze tra i vari rosati sono davvero notevoli: una tec­ni­ca uni­vo­ca non esiste, ne esistono molte che dipen­dono dal ter­ri­to­rio, dal­la vari­età delle uve e dall’azienda che pro­duce questi vini. Tutte pos­sono essere ricon­dotte ad un fat­tore cen­trale come la sep­a­razione rap­i­da delle buc­ce dal mosto dopo la pigiatu­ra: la pres­satu­ra anche debole por­ta alla ces­sione di sostanze col­oran­ti, o anto­ciani. In Valtè­ne­si invece si predilige un’altra tec­ni­ca, con l’uva pigia­ta che viene las­ci­a­ta a fer­mentare lenta­mente fino a quan­do le buc­ce ven­gono a gal­la e poi ven­gono sep­a­rate dal mosto. Le cose in questo caso cam­biano notevol­mente e dan­no al prodot­to finale una con­no­tazione com­ple­ta­mente diver­sa. Ma oltre ad una con­no­tazione ter­ri­to­ri­ale si può par­lare di una con­no­tazione vari­etale? In realtà dif­fi­cil­mente rius­ci­amo a iden­ti­fi­car­la, in quan­to in questi vini più che un aro­ma vari­etale abbi­amo un aro­ma di fer­men­tazione. Molto in questo dipende dal­la qual­ità iniziale dell’uva: se si ha un cer­to liv­el­lo di matu­rità avven­gono dei fenomeni di diradazione del­la strut­tura cel­lu­lare da cui in fase di spremi­tu­ra si trag­gono sostanze che han­no non solo un effet­to sta­bi­liz­zante ma dan­no anche un impor­tante arric­chi­men­to a liv­el­lo sen­so­ri­ale e quin­di prodot­ti finali molto diver­si. Se l’uva non è per­fet­ta­mente matu­ra non pos­si­amo ottenere con­no­tazioni vari­etali che invece sono tipiche di uve che han­no rag­giun­to un cer­to liv­el­lo di matu­rità. Altro aspet­to è quel­lo del legame vari­etale: le nos­tre uve autoc­tone a dis­pet­to di quan­to si cre­de­va fino a qualche anno fa han­no un loro pro­fi­lo aro­mati­co ma questo soprat­tut­to qui in Italia è un cam­po anco­ra tut­to da esplo­rare”. Altro prob­le­ma impor­tante trat­ta­to dal pro­fes­sor Di Ste­fano quel­lo del­la longevità. “Se l’uva ha rag­giun­to un adegua­to liv­el­lo di matu­rità allo­ra avre­mo anche vini più resisten­ti al tem­po. Ma è impor­tante anche la tec­ni­ca, che deve prevedere un con­tat­to del mosto con le buc­ce molto più impor­tante di quel­lo che si fa attual­mente. E per bloc­care tutte le reazioni di ossi­dazione sarebbe nec­es­sario rivedere l’abitudine sec­on­do la quale, fini­ta la fer­men­tazione, il viene sep­a­ra­to dal lievi­to. Invece per sal­va­guardare le sostanze col­oran­ti è impor­tan­tis­si­mo pro­l­un­gare il con­tat­to con i lievi­ti anche oltre l’anno, ed anche i vini Chiaret­ti se ne potreb­bero avvan­tag­gia­re. Finchè un vino sta a con­tat­to con i lievi­ti le reazioni di degradazione ossida­ti­va ven­gono total­mente bloc­cate. Ed è prob­a­bile che così il Chiaret­to pos­sa miglio­rare il suo pro­fi­lo e il suo legame con il ter­ri­to­rio”.  D’accordo con il pro­fes­sor Di Ste­fano anche Daniele Cernil­li, un vet­er­a­no del gior­nal­is­mo enoico ital­iano con 25 anni di degus­tazioni sulle spalle. “Il rap­por­to tra lievi­ti e vino è in effet­ti fon­da­men­tale: i lievi­ti sono un po’ il cor­done ombe­l­i­cale del vino, quan­do si taglia questo legame vini com­in­ciano ad invec­chiare. A Moni­ga comunque ho avu­to occa­sione di degustare un Chiaret­to del 2007, che ho trova­to di stra­or­di­nar­ia com­p­lessità e che per quan­to ho potu­to sen­tire potrebbe tran­quil­la­mente invec­chiare anco­ra dieci anni. Purtrop­po però è anco­ra rad­i­ca­ta una men­tal­ità sec­on­do la quale Chiaret­ti e rosati sono con­siderati alla stregua di una bevan­da e quin­di non adat­ti ad un affi­na­men­to che invece è senz’altro un’opportunità pos­si­bile e da esplo­rare”. Nel suo inter­ven­to Cernil­li non ha man­ca­to di inquadrare sto­ria e mer­ca­to dei vini rosa. “Il più impor­tante  e pres­ti­gioso rosato mon­do? Sicu­ra­mente lo Cham­pagne: bisogna ricor­dare che pri­ma del per­fezion­a­men­to delle tec­niche di pres­satu­ra, gli cham­pagne era­no con­siderati vini “gri­gi”, o meglio rosati. Ed anco­ra oggi gli Cham­pagne rosati sono i vini più pres­ti­giosi e pre­giati di tut­to il com­par­to Cham­pagne, come dimostra­no anche i prezzi sen­si­bil­mente supe­ri­ori a quel­li degli spuman­ti non rosè. Quin­di il vino rosato in cham­pagne è vino di rifer­i­men­to fon­da­men­tale anche a liv­el­lo qual­i­ta­ti­vo. In Fran­cia vi sono inoltre denom­i­nazioni basate soltan­to su vini rosati, come Ban­dol o Tavel. E questo andrebbe sem­pre ricorda­to. Invece da noi il rosato è sem­pre sta­to vis­to in modo un po’ altal­enante, uti­liz­za­to spes­so con la stru­men­tale fun­zione di nobil­itare il vino rosso, anche se non man­cano le cap­i­tali del rosato come il Salen­to, l’Abruzzo, l’Alto Adi­ge e nat­u­ral­mente il Gar­da. E pro­prio in situ­azioni come quel­la del Gar­da –Valtè­ne­si – ha det­to Cernil­li -, per­ché non sot­to­lin­eare la speci­fi­ca vocazion­al­ità al Chiaret­to con una DOCG Moni­ga?”. Un sug­ger­i­men­to-provo­cazione ripreso nel dibat­ti­to che ha segui­to, dove si è evi­den­zi­a­to come, ora che il Valtè­ne­si esiste, si potrà par­lare di Chiaret­ti del Gar­da, ben dis­tinguen­do tra le due sponde carat­ter­iz­zate da vit­ig­ni com­ple­ta­mente diver­si: il Grop­pel­lo per la Valtè­ne­si e la Corv­ina per il Bar­dolino.   ROSE’ E MERCATO   Ma quale il futuro del mer­ca­to dei rosati? “Negli ulti­mi dieci anni i rosè han­no qua­dru­pli­ca­to il mer­ca­to pas­san­do da una per­centuale dell’1% ad una quo­ta glob­ale del 4% — ha spie­ga­to Cernil­li -. Il Paese di rifer­i­men­to è soprat­tut­to l’Inghilterra, dove i rosati stan­no al 7% del totale mer­ca­to e quin­di c’è grande tradizione e grande apprez­za­men­to. Ma quel che serve per il futuro è una più net­ta dis­tinzione tra le tipolo­gie: un vino rosato non è molto sig­ni­fica­ti­vo se non ha carat­ter­is­tiche pre­cise sia di carat­tere tec­ni­co che di tradizione. Dob­bi­amo pen­sare a vini rosa diver­si, mod­i­f­i­can­do l’utilizzo dei lievi­ti, preve­den­do un con­tat­to più lun­go con le buc­ce che dia luo­go alla for­mazione di una vari­etal­ità davvero carat­ter­is­ti­ca. Se vogliamo val­oriz­zare il con­cet­to di rosè dob­bi­amo puntare a vini di carat­tere, non soltan­to ad un mosto col­orato: sot­to questo pun­to di vista è fon­da­men­tale l’utilizzo delle uve autoc­tone, che tradizional­mente sono selezion­ate per mat­u­rare nat­u­ral­mente ed in con­dizioni ide­ali nel pro­prio ter­ri­to­rio e quin­di, rag­giun­gen­do come det­to dal pro­fes­sor Di Ste­fano un cer­to liv­el­lo di matu­rità, pos­sono dare al vino quel carat­tere capace di diventare un trat­to di dis­tinzione e di far crescere inter­esse e pas­sione intorno ad un prodot­to. Diver­sa­mente avre­mo solo dei vini “apo­li­di”, che pos­sono essere fat­ti in qualunque pos­to al mon­do: bevande, non vino. In ulti­ma anal­isi, cul­tura e tradizione di un ter­ri­to­rio sono fat­tori fon­da­men­tali per­ché un vino diven­ti real­mente rap­p­re­sen­ta­ti­vo e sig­ni­fica­ti­vo. La Valtè­ne­si? E’ sen­za dub­bio una z/Users/Mini/Downloads/CONDIZIONI DI FORNITURA GARDA UNO.pdfona poco conosci­u­ta al di fuori dal cir­cuito locale: 800 ettari e 150 pro­pri­etari sono del resto indice di un grande frazion­a­men­to che può essere un bene sul fronte del­la preser­vazione dell’artigianalità e del­la cura in tan­ti pas­sag­gi pro­dut­tivi, ma pone qualche pic­co­lo prob­le­ma in ter­mi­ni di mar­ket­ing, per­ché non c’è la mas­sa crit­i­ca suf­fi­ciente per acquisire vis­i­bil­ità sui mer­cati. Per ques­ta zona quin­di è fon­da­men­tale il gio­co di squadra per fare diventare brand una denom­i­nazione d’origine: tut­ti i pro­dut­tori devono con­cor­rere a creare il brand, un po’ come suc­ces­so a Brunel­lo di Mon­tal­ci­no dove c’è un po’ la medes­i­ma strut­tura di pic­coli pro­dut­tori del­la Valtè­ne­si. Insom­ma, il nome del ter­ri­to­rio deve diventare più impor­tante di quel­lo del­la sin­go­la azien­da”.     ITALIA IN ROSA E LA NUOVA DOC VALTÈNESI   A con­clu­sione del con­veg­no, le con­sid­er­azioni dei ver­ti­ci del Gar­da Clas­si­co e di Italia in Rosa, uni­ti in un cam­mi­no comune di val­oriz­zazione e rilan­cio del ter­ri­to­rio del­la Valtè­ne­si. “La nos­tra attiv­ità è proi­et­ta­ta sul lun­go peri­o­do – ha det­to il pres­i­dente del Gar­da Clas­si­co -. E’ un lavoro che nasce dal pas­sato, da una sto­ria che andi­amo a risco­prire per delin­eare il nos­tro futuro. Un lavoro dif­fi­cile, molto serio, che tro­verà dal prossi­mo anno con­cretez­za in una denom­i­nazione, Valtè­ne­si, che diven­terà anche sim­bo­lo di un’area eno­log­i­ca: ripar­ti­amo dai nos­tri 500 ettari di Grop­pel­lo, i soli ormai rimasti al mon­do, per rac­con­tare unic­ità e sin­go­lar­ità di un ter­ri­to­rio e del suo vino”  “Italia in Rosa è una rasseg­na nel­la quale crede tut­to il paese di Moni­ga – ha det­to Lui­gi Alber­ti, pres­i­dente del­la man­i­fes­tazione – sot­to­lin­e­an­do il salto di qual­ità del­la man­i­fes­tazione. Cre­do si deb­ba con­tin­uare con tena­cia, miglio­ran­do l’evento e la qual­ità dei vini che parte­ci­pano. Ques­ta selezione fa in modo che ognuno di noi esca dai nos­tri con­fi­ni sen­za dimen­ti­care che poi dob­bi­amo lavo­rare per val­oriz­zare un grande prodot­to che sia sim­bo­lo del ter­ri­to­rio come il nos­tro Chiaret­to. Sen­za mai dimen­ti­care che l’enogastronomia è oggi un fat­tore impor­tante per il rilan­cio dell’economia del nos­tro Paese, e che per sfrut­tarne appieno le poten­zial­ità ser­vono leg­gi ed inter­ven­ti imme­diati sul­la sal­va­guardia dei ter­reni agri­coli o vocati alla viti­coltura”. Sod­dis­fat­to infine il vicepres­i­dente Gar­da Clas­si­co Mat­tia Vez­zo­la. “Fa parte del nos­tro stile quel­lo di aver orga­niz­za­to un con­veg­no con l’intento non solo di pro­muo­vere ma anche e soprat­tut­to di con­frontar­ci, di ascoltare e di far tesoro di sug­ger­i­men­ti ed indi­cazioni. Siamo in un impor­tante momen­to di pas­sag­gio ed è impor­tante l’aiuto che può arrivare da chi guar­da da fuori per capire se ci sti­amo muoven­do nel­la gius­ta direzione. L’importante è ritrovare lo spir­i­to delle nos­tre radi­ci, ponen­do­ci a mez­za stra­da fra le tradizioni del ter­ri­to­rio e la tec­nolo­gia per rac­con­tare al mon­do come il Chiaret­to sia sen­za dub­bio un vino diver­so per cul­tura e storic­ità rispet­to agli altri vini rosati”.