Nei pressi di Malcesine si gettavano reti ed esche con metodi nati in tempi molto antichi ora patrimonio culturale del Benaco

Pesca tradizionale sul Garda

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Di Redazione
Giorgio Maria Cambié

Sull’ alto Gar­da, nei pres­si di Mal­ce­sine, era­no in uso meto­di tradizion­ali di pesca le cui carat­ter­is­tiche li fan­no ritenere nati in tem­pi molto antichi.

Con le mutate con­dizioni ambi­en­tali sono velo­ce­mente scom­par­si, ed è di notev­ole inter­esse fis­sarne il ricor­do sul­la car­ta per con­ser­vare una doc­u­men­tazione di preziose tradizioni garde­sane.

Il meto­do più anti­co è quel­lo del­la pesca al cavedano (cavassin), che veni­va prat­i­ca­ta dopo il giorno di S. Mar­co (25 aprile), nei mesi di aprile e mag­gio in cui avviene la “fre­ga” del pesce.

Lo stru­men­to usato con­sis­te­va in un sac­co di rete del­la pro­fon­dità di cir­ca 80 cen­timetri, con la boc­ca tenu­ta aper­ta da un largo cer­chio di fer­ro piut­tosto pesante, molto sim­i­le ad una doga di botte, del diametro di cir­ca un metro e mez­zo. La pesca veni­va effet­tua­ta in acque poco pro­fonde, vici­no alla rive, dove il pesce va al tem­po degli amori. Per atti­rar­lo ver­so ter­ra, il pesca­tore sfre­ga­va rit­mi­ca­mente una con­tro l’ altra due pietre, tenen­dole sott’ acqua, cer­can­do di imitare il rumore del­la ghi­a­ia mossa e roto­la­ta dalle onde. Altre volte cer­ca­va di ottenere lo stes­so risul­ta­to stan­do sul­la riva e sfre­gan­do le pietre fuori d’ acqua, ma sem­pre molto vici­no ad essa. Al rumore, i cavedani si avvic­i­na­vano a riva, speran­do di trovare ghi­a­ia puli­ta su cui fare il nido.

Quan­do vede­va che si era­no avvi­c­i­nati, il pesca­tore lan­ci­a­va il cer­chio sopra di essi, facen­do­lo cadere nell’ acqua leg­ger­mente incli­na­to, in maniera che scen­desse al fon­do più velo­ce­mente, sfrut­tan­do anche la forza impres­sa dall’ uomo. In tal modo la rete veni­va a cadere sopra i pesci che, cer­can­do di lib­er­ar­si, risali­vano ver­so l’ alto. A questo pun­to il pesca­tore com­in­ci­a­va a recu­per­are l’ attrez­zo per mez­zo di una lun­ga fune lega­ta al cer­chio. Così facen­do, il sac­co di rete si pie­ga­va ver­so l’ ester­no ed impe­di­va ai pesci di sfug­gire. Tira­to a riva il cer­chio e cat­turati i pesci, il pesca­tore cer­ca­va lun­go la riva altri cavedani coi quali ripetere tut­ta la manovra.

Questo sis­tema è sen­za dub­bio il più anti­co, e non è chi non veda una stret­ta analo­gia fra esso ed il sis­tema di lan­cia­re le reti, munite di pesi, usato dagli indi­geni dei Caraibi per la pesca. È evi­den­te­mente una soprav­viven­za di tec­niche arcaiche giunte sino a noi.

Un sec­on­do meto­do, che deri­va diret­ta­mente dal pri­mo, e che non è che un “ammod­er­na­men­to” di esso, è quel­lo che adopera una grande for­cel­la di leg­no con un lun­go man­i­co. Fra i due brac­ci del­la for­cel­la, di cir­ca un metro di lunghez­za, è pos­to un sac­co di rete, non molto pro­fon­do, L’ estrem­ità supe­ri­ore del­la for­cel­la è chiusa da una cor­da alla quale sono legati dei piom­bi per aumen­tarne il peso e tut­to lo stru­men­to è talo­ra chiam­a­to gon­falon per una somiglian­za con i gon­faloni delle pro­ces­sioni.

La pesca avviene a riva, calan­do velo­ce­mente la for­cel­la sopra i pesci. Come nel caso prece­dente essi cer­cano di risalire e riman­gono intrap­po­lati nel­la rete, che viene poi tira­ta a riva oriz­zon­tal­mente, in maniera che i pesci cat­turati resti­no sul fon­do del sac­co che si for­ma pie­gan­dosi la rete e non pos­sano fug­gire.

Un meto­do di pesca scom­par­so con la posa di boe in acqua e con l’ occu­pazione del­la bat­ti­gia con can­cel­late, muret­ti ecc. è quel­lo che veni­va effet­tua­to con la bar­che­t­ta. Di ques­ta bar­che­t­ta ve ne era­no forme svari­ate e più o meno com­pli­cate. Nelle for­ma più sem­plice si trat­ta­va di un pez­zo di tavola di leg­no, ritaglia­to con la sago­ma di una bar­ca, del­la lunghez­za di una quar­an­ti­na di cen­timetri.

Vici­no alla prua del­la bar­che­t­ta, in un pun­to cor­rispon­dente al mas­cone del­la sago­ma, era assi­cu­ra­to uno spa­go del­la lunghez­za di cir­ca 40 metri. A pop­pa di essa era lega­to un filo di nylon od un pez­zo di lenza di 10/15 metri che fini­va in un amo sul quale era infi­la­ta una foglia d’ oli­vo, che quan­do era trasci­na­ta nell’ acqua imi­ta­va il guiz­zare argen­teo di un pesci­oli­no. Il pesca­tore met­te­va in acqua la bar­che­t­ta e cam­mi­na­va sul­la riva, tenen­do in mano lo spa­go che trat­tene­va la bar­che­t­ta e tiran­dola lenta­mente.

Essendo trat­tenu­ta su di un fian­co, la bar­che­t­ta si dirige­va ver­so il largo ed il pesca­tore las­ci­a­va svol­gere pian piano lo spa­go fino a che tut­to non fos­se svolto, poi con­tin­u­a­va a cam­minare, trasci­nan­do la bar­che­t­ta, sem­pre al largo per la ten­den­za a diriger­si ver­so l’esterno impres­sale dall’ attac­catu­ra del traino.

Quan­do un pesce abboc­ca­va all’ amo dava uno strap­po alla bar­che­t­ta che il pesca­tore sen­ti­va. Allo­ra recu­per­a­va la bar­che­t­ta e la lenza, cat­tura­va il pesce e ricom­in­ci­a­va la passeg­gia­ta lun­go la riva fino al prossi­mo recu­pero. Era una pesca al cavedano che veni­va effet­tua­ta solo quan­do vi era ven­to ed il movi­men­to delle onde con­fonde­va un poco l’esca, in autun­no, con la pri­ma neve che amman­ta­va la cima del ed il pesce ten­de­va a salire a gal­la.

Una for­ma più sofisti­ca­ta di bar­che­t­ta era for­ma­ta da due pezzi di tavola di leg­no sago­mati come la sezione lat­erale di una bar­ca e col­le­gati fra di loro con un’ asse oriz­zon­tale, come un pic­co­lo cata­ma­ra­no. Ad un quar­to del­la lunghez­za dal­la prua di una delle due sagome era lega­to lo spa­go che trat­tene­va la bar­che­t­ta. A tale spa­go, a cir­ca 5 metri di dis­tan­za dal natante, era lega­to un pri­mo filo di nylon di cir­ca 1 metro e mez­zo, con l’ amo ed un’ esca arti­fi­ciale. Dopo di questo, a dis­tan­za rego­lare, vi era un’ altra serie di fili di nylon con le esche. Il pesca­tore, cam­mi­nan­do lun­go la riva e trasci­nan­do la bar­che­t­ta, la face­va andare ver­so il largo e veni­va in tal modo a sten­dere tut­ta la serie di ami ed esche attac­cati allo spa­go di traino.

La bar­che­t­ta ave­va in questo caso la sola fun­zione di restare sem­pre al largo e di man­tenere teso obli­qua­mente alla riva lo spa­go con le esche. Quan­do sen­ti­va degli strat­toni il pesca­tore recu­per­a­va la bar­che­t­ta e toglie­va i pesci che nel frat­tem­po ave­vano abboc­ca­to agli ami.

Come si è vis­to, si trat­ta­va di una pesca pos­si­bile solo dove vi fos­sero rive total­mente sgom­bre. I pesca­tori anziani ricor­dano che veni­va molto prat­i­ca­ta cam­mi­nan­do per lunghi per­cor­si, da Cas­sone a Mal­ce­sine o addirit­tura da Bren­zone a Mal­ce­sine.

Pri­ma pub­bli­cazione il: 25 May 2020 @ 11:52

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