Storia di Grazia Gaburro, vedova e lavapiatti. Ha vinto per due volte la gara locale in lingua e vernacolo

Poetessa a sessant’anni. Il paese le rende omaggio

21/01/2004 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Sco­prir­si poeti a sessant’anni, con un lavoro da lava­pi­at­ti e in tas­ca appe­na la licen­za di quin­ta ele­mentare. Pare una favola, ma è suc­ces­so. Pro­tag­o­nista è Grazia Gabur­ro, una con cui la vita non è sta­ta prodi­ga di sod­dis­fazioni. Ha com­in­ci­a­to a scri­vere per vin­cere la dis­per­azione: ha sor­pre­so tut­ti. Sin qui, ha dom­i­na­to tutt’e tre le edi­zioni del con­cor­so delle «Poe­sie al Muro» ideato dal­lo Stu­dio per l’Arte. Forse avrebbe con­quis­ta­to anche altre giurie coi suoi ver­si che sgorgano dalle neb­bie del cuore. «La pri­ma vol­ta, quat­tro anni fa», ricor­da, «scrissi su un pezzet­to di car­ta che mi feci dare al bar Cor­ra­do, vici­no a casa. La mia ami­ca Marisa mi chiese se vole­vo fare la lista del­la spe­sa. Poi ha let­to i miei ver­si e si è mes­sa a pian­gere, nascon­den­do la fac­cia dietro al suo cagno­li­no per non far­si vedere. Era la Let­tera per il par­adiso ». Quelle parole era­no ded­i­cate al mar­i­to Romano Simonel­li, scom­par­so una deci­na d’anni pri­ma. «Ero rimas­ta sola con tre crea­ture», dice Grazia, «e ho pas­sato un peri­o­do brut­tis­si­mo. Ma ci erava­mo amati davvero. Non ave­va­mo niente, ma bas­ta­va che fos­si­mo insieme per essere feli­ci». Ne sono uscite parole preg­ne di com­mozione. Roba da grop­po alla gola. «La sec­on­da , Sog­no e realtà , l’ho com­pos­ta per Sil­vano, il mio sec­on­do amore, andatosene anche lui trop­po presto. Era sta­to amore anche quel­lo», rac­con­ta. Col nuo­vo com­pon­i­men­to ha sbaraglia­to l’edizione 2002 delle Poe­sie al Muro. Quell’anno ha vin­to anche la sezione in ital­iano con Mal­in­co­nia , anche ques­ta ded­i­ca­ta a Sil­vano. Poi sono venu­ti Avrei volu­to e Vado al lago , sem­pre in lin­gua, e La luna de la Ser­e­na , in ver­na­co­lo, per la tito­lare dell’albergo dove lavo­ra. La scor­sa estate il Comune di Gar­da le ha asseg­na­to un pre­mio spe­ciale: ormai è come il Bin­da degli anni d’oro del ciclis­mo, tal­mente forte da essere pre­mi­a­to purché non parte­cipi al Giro d’Italia. «Non me l’aspettavo», con­fes­sa lei, «che le mie poe­sie piacessero così. Le scri­vo di get­to, sul pri­mo pez­zo di car­ta che mi capi­ta. Ci met­to l’anima. Mi aiu­tano ad esprimere quel­lo che pro­vo. Non mi inter­es­sano i pre­mi. La sod­dis­fazione è che adesso gli altri mi capis­cono. Così sto meglio, sto bene. Non è sta­to facile in pas­sato. Mio padre è mor­to a 37 anni. Erava­mo quat­tro fratel­li e io ero la più pic­co­la. Abitava­mo sot­to una can­ti­na ai Canevi­ni. Poi la vita è sta­ta tut­ta in sali­ta». Adesso c’è la com­pag­nia del­la poe­sia. «E di Whawha», aggiunge lei. Whawha è un gat­to. Anzi, un gat­to enorme: 17 chili, un colos­so. «Me lo portò a casa mio figlio Leonar­do. Sic­come allo­ra era milanista, vol­e­va chia­mar­lo Weah, come il gio­ca­tore. Meno male che non l’ha fat­to, per­ché poi è diven­ta­to juventi­no. Anche il gat­to è bian­co e nero, come la Juven­tus. Quand’è arriva­to sarà pesato un etto e mez­zo. Poi ha com­in­ci­a­to a man­gia­re e a ingrossar­si. Adesso ven­gono a ved­er­lo da tut­to il paese». Il gat­to, la poe­sia, con­for­ti d’una vita rina­ta a 60 anni. «62: 16 set­tem­bre del 1942, seg­no del­la Vergine», ci corregge.

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