In discoteca i commercianti distribuiscono gratuitamente nuovi reggiseni «push up» al posto di quelli di vecchio tipo.

Sul Garda la rottamazione si prende «di petto»

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Di Luca Delpozzo
Davide Gorni

Lei non ha nul­la da invidiare (almeno in fat­to di mis­ure) a Mon­i­ca Bel­luc­ci. Lui invece non ha niente di Tin­to Brass. Lei si chia­ma Ste­fa­nia ed è una ragaz­za-immag­ine. Lui è Puc­cio Gal­lo, sig­nore delle not­ti dance del . Lei si «offre» gen­erosa. Lui l’affronta diver­ti­to. La scenografia però non è quel­la dell’anonimo uffi­cio del cel­e­bra­to spot tivù, tra fred­di neon e com­put­er. Luci sof­fuse, musi­ca assor­dante e fiu­mi di whisky con ghi­ac­cio ren­dono intri­g­ante l’atmosfera. Tut­to si con­suma nel giro di pochi istan­ti: la mano si allun­ga sul­la spal­li­na e il reg­giseno, come un ambito tro­feo, scivola leg­gero dal vesti­to a rete dell’avvenente fan­ci­ul­la. E il gio­co del­la seduzione è fat­to. Sot­to gli occhi, ecc­i­tati da fumo e curiosità, di una fol­la di ragazzi. In un ango­lo, disc­re­ta, sbir­cia la sig­no­ra Maria Tere­sa, l’onnipresente mam­ma di Puc­cio, il tito­lare del­la dis­cote­ca: sor­ride, sa che quel gio­co di «vedo e non vedo» piace. E che il ritorno per il locale, il «» di Desen­zano, sulle sponde bres­ciane del lago, è assi­cu­ra­to. Nep­pure le amorose elegie del poeta Cat­ul­lo avreb­bero potu­to far meglio, quale momen­to di richi­amo e di eva­sione, dell’idea di rot­ta­mare i reg­giseni. Come le auto o le case. Così il sec­o­lare ogget­to del deside­rio — «altro dono dell’ingegnosità francese al mon­do», essendo nato come tra­man­da la sto­ria nel 1889 per mer­i­to di madame Her­minie Cadolle — si è pre­so la sua riv­inci­ta, gra­zie ai com­mer­cianti del­la zona. L’altra notte almeno una ses­san­ti­na sono sta­ti i «push up », gli «spin­gi su», dis­tribuiti in omag­gio a chi con­seg­na­va un vec­chio reg­gipet­to. Leg­geri, esteti­ci, vez­zosi, arrab­biati. A bal­con­ci­no, di piz­zo, con fioc­chet­ti, a mez­za cop­pa o a cop­pa intera. Tra i rif­lessi del lago che già pro­fu­ma d’estate, si sono visti reg­giseni di tut­ti i tipi. Esaltazione volu­ta in quel sot­tile gio­co eroti­co di promesse, tutte da sco­prire, di chi da sem­pre «con­tiene i for­ti, sostiene i deboli, rac­coglie gli smar­ri­ti». Dopo anni di mor­ti­fi­cazioni tra bellezze anores­siche ed efebiche, i seni tor­nano a tri­on­fare. Come negli anni Trenta o nel dopoguer­ra delle «mag­gio­rate» alla Mar­i­lyn. Il peri­o­do buio dei falò delle fem­min­iste, che nei roghi dei reg­giseni trova­vano il sen­so di una lib­ertà ricon­quis­ta­ta, è ormai lon­tano. E quel leg­gero indu­men­to capace di coprire sen­za celare, di esaltare pur sen­za apparire, ritro­va il suo sim­bol­i­co ruo­lo di ero­tismo e deside­rio.

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